Italicum Franceschini
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Italicum, quel segnale di Franceschini che muove lo scacchiere Pd | VIDEO

In casa dem c’è chi lo considera il primo, reale, “segnale” che  qualcosa sta cambiando dentro la maggioranza renziana, in vista del referendum costituzionale. Dietro le quinte, nello scacchiere del Pd le correnti sono tornate a muoversi. E quell’invito chiaro a modificare l’Italicum lanciato da Dario Franceschini in Direzione, seppur con parole misurate, viene interpretato nel partito come una mossa che riapre l’eterno risiko dei posizionamenti al Nazareno.

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Certo, il ragionamento del ministro dei Beni culturali è articolato, inquadrato in un’ottica di sistema. Parla della necessità di “allargare il campo“: in una dialettica non più tra destra-sinistra, ma tra sistemici e populisti, anche la legge elettorale dovrebbe essere adattata per il ministro, recuperando uno schema che permetta le coalizioni. Poco cambia: perché se nel parlamentino dem Matteo Renzi aveva snobbato il tema, nemmeno evocato, rispedendo al mittente gli “avvertimenti” della vecchia Ditta bersaniana e l’ombra di “scambi” in vista del referendum, ora un fronte si apre anche tra chi sostiene il segretario. Eppure, il nodo chiave che rimbalza tra i parlamentari dem al termine del vertice è un altro: «Quella di Franceschini è una posizione personale? Parla in nome anche di qualcun altro? O, in realtà, è una linea condivisa anche da Renzi che non si espone?». Tradotto, l’interpretazione della “mossa” di Franceschini non è univoca. Ma è certo indizio dei rimescolamenti interni in atto.

ITALICUM FRANCESCHINI E QUEL SEGNALE ALLA DIREZIONE PD

Da una parte, a microfoni spenti c’è chi interpreta le parole del ministro come l’ennesimo segnale di quei movimenti sotto traccia della vecchia AreaDem, tornata a riunirsi dopo essere stata assorbita in orbita renziana. Una conferma delle possibili “ambizioni” di un Franceschini in rampa di lancio, in direzione Palazzo Chigi, qualora prevalga il “no” nella madre delle battaglie renziane, il referendum sulle riforme. «Lui intanto ha lanciato un messaggio: se il referendum fallisce e il governo salta, c’è chi è disponibile a modificare l’Italicum. Un presupposto per continuare fino al 2018, con una nuova grande coalizione…», spiegano pure dalla minoranza.

Ma in casa dem c’è anche chi offre un’altra lettura. Quella secondo cui Renzi, che ha messo la faccia sulla legge elettorale a doppio turno e premio alla lista, rivendicando ancora come non ci siano maggioranze alternative per modificare l’Italicum, in fondo potrebbe anche bluffare. Perché, è chiaro, cambiare una legge che sembra oggi cucita su misura per il M5S, lo esporrebbe all’attacco furente dei 5 Stelle. Ma se è il Parlamento a trovare nuove convergenze, allora il quadro potrebbe anche cambiare. In questo senso, Franceschini offrirebbe di fatto un “assist” a Renzi. Quello che il segretario non coglierebbe volentieri da quella minoranza interna con il quale i rapporti sono invece ai minimi termini. E che ricompatterebbe anche una maggioranza di governo che rischia di scricchiolare di fronte alle fibrillazioni degli alfaniani di Ncd.

LA LINEA UFFICIALE RENZIANA: «L’ITALICUM NON CAMBIA»

Uno scenario che, almeno ufficialmente, stride però con la versione dei pasdaran del premier e dei vertici stessi del Pd. Perché la linea ufficiale, rivendicata pure dal capogruppo Ettore Rosato, è quella per cui «la legge non cambierà». «La posizione di Franceschini? Lui lancia un messaggio chiaro, legato al post referendum. Non c’è preclusione a discutere, ma io sono convinto che non ci siano i numeri per cambiare», taglia corto. E in casa renziana anche Graziano Delrio, in passato accusato di lavorare nell’ombra, difende la legge: «Non sono d’accordo con Dario. L’Italicum ha la funzione di rendere il sistema semplice, di rendere meglio che c’è qualcuno che si assume la responsabilità. Ma se c’è una formula migliore va bene, parliamone». Aperture a dir poco timide.

Chi stronca del tutto qualsiasi modifica è invece Matteo Orfini: «Davvero pensiamo che la soluzione ai problemi del Pd possa essere un emendamento sul premio di coalizione all’Italicum? Fatico a capire chi ha paura di Verdini e poi vuole inserire nella legge elettorale il premio di coalizione che è quello che alimenta i vari Verdini..», è l’accusa del presidente dem. Leader di un’area, quella dei Giovani Turchi, che a sua volta comincia a muoversi in ottica congressuale. Da Orfini, però, l’attacco è diretto soprattutto a una minoranza Pd che fatica a uscire allo scoperto, ma che è sempre più tentata da un voto negativo al referendum costituzionale, qualora Renzi decida di non raccogliere le continue richieste di modificare la legge elettorale.

LE MOSSE DELLA MINORANZA PD

In direzione Speranza, Cuperlo e la vecchia Ditta hanno provato a proporre un documento che garantisse nel Pd piena “cittadinanza al referendum anche a chi sostiene le ragioni del No“. Ma la richiesta è stata bocciata, con soli 8 voti a favore. «Troppo ambigua», ha spiegato il vicesegretario Guerini. Tradotto, da Renzi non c’è alcuna apertura alle richieste della minoranza. Con tanto di sfida: «C’è il congresso per mandarmi a casa». Tanto che alla fine pure Cuperlo ha lasciato intendere come i margini per l’unità siano ormai esigui: «Se Renzi non cambia la legge elettorale votiamo no? Noi chiediamo modifiche da tempo. Se anche nelle prossime settimane la chiusura sarà confermata, discuteremo e decideremo..». Quel che sembra chiaro, però, è che al Nazareno tutto sia ormai in pieno movimento. Tanto che non sembrano casuali nemmeno le parole pungenti di Renzi: «Fino a quando sarò io segretario non torneranno le correnti a guidare il PD. Lo dico pure a renziani o presunti tali: qui nessuno è garantito». Un attacco, appunto, rivolto non soltanto alla minoranza.