Giulio Regeni
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Giulio Regeni, tutti i depistaggi sulla sua morte

Dubbi, contraddizioni, bugie, depistaggi. Le indagini sulla morte di Giulio Regeni, il ricercatore italiano di 28 anni trovato senza vita al Cairo lo scorso 3 febbraio, a quasi due mesi esatti dalla scomparsa non hanno ancora fornito una versione chiara e credibile dei fatti, condivisa sia dalle autorità egiziane che italiane.

 

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CASO GIULIO REGENI E DEPISTAGGI, LA VERITÀ DI COMODO DEI CRIMINALI COMUNI

Le perplessità sul lavoro degli investigatori sono emerse fin da subito, quando dall’Egitto veniva considerata concreta l’ipotesi che ad uccidere Giulio Regeni fossero stati criminali comuni, rapinatori, mentre dall’autopsia sul corpo del ragazzo emergevano segni di tortura, di tagli inferti con lame affilate, di scosse elettriche e di colpi così violenti da provocare lividi, abrasioni, fratture alle costole, e addirittura un’emorragia cerebrale. A pochi giorni dall’uccisione del ricercatore italiano le autorità egiziane, non escludevano nessuna pista, fino ad alimentare il sospetto della «vendetta personale», ma alimentando, al contrario, il sospetto che l’unica preoccupazione del Cairo fosse quella di chiudere in fretta le indagini. E alimentando, altersì, il disappunto delle autorità italiane. «Voglio essere chiaro: non ci accontenteremo di verità di comodo, di piste improbabili come quelle evocate stampattina al Cairo», chiosava lo scorso 24 febbraio il ministro degli Esteri italiano Paolo Gentiloni. «L’indagine porta a diverse responsabilità – aveva fatto sapere poco prima il ministro dell’Interno egiziano – tra cui l’attività criminale o il desiderio di vendetta per motivi personali, tanto più che l’italiano aveva molti rapporti con persone vicine ai luoghi in cui viveva e studiava».

CASO GIULIO REGENI E DEPISTAGGI, LE TROPPE VERITÀ E I CONTROLLI RITARDATI

Ipotesi considerate molto dubbie anche per il fatto che seguivano altre diverse ipotesi circolate nei giorni precedenti. Quella del ministero dell’Interno era almeno la quinta versione sulla morte di Giulio Regeni, dopo quella dell’incidente stradale, dell’omicidio a sfondo omosessuale, dell’atto criminale e dell’uccisione per mano di spie dei Fratelli Musulmani compiuto per creare problemi al governo del generale Al Sisi. E l’ultima ipotesi considerata poco credibile si aggiungeva anche ai sospetti su indagini poco convincenti, compiute a rilento. I media egiziani ad esempio hanno parlato solo a fine febbario, circa 20 giorni dopo la morte del ricercatore, di controlli agli appartamenti dove il ragazzo è sparito, e solo dopo oltre una settimana dalla scomparsa avevano controllato le telecamere dei negozi su via Sudan (che tra l’altro non avevano catturato alcuna immagine utile).

CASO GIULIO REGENI E DEPISTAGGI, LA TESTIMONIANZA DELLA LITE

Ad inizio marzo, la conferma delle indiscrezioni sull’esito dell’autopsia a Giulio Regeni ha poi alimentato nuova preoccupazione. I segni di una tortura durata almeno cinque giorni, e forse sette giorni, ad intervalli di 10-14 ore, hanno confermato che chi ha sequestrato il ricercatore cercava di estorcegli informazioni. Ed hanno rinnovato l’allarme per una mancanza di collaborazione con l’Italia degli investigatori italiani. La collaborazione è certamente diventata più concreta con la missione a metà marzo al Cairo del procuratore della Repubblica di Roma Giuseppe Pignatone e del sostituto Sergio Colaiocco (invitati in Egitto per essere informati «degli ultimi sviluppi investigativi», a colloquio con il procuratore generale Nabil Sabiq), ma la missione che non ha affatto fermato i depistaggi. Nelle stesse ore in cui le autorità egiziane comunicavano lo scambio di «importanti informazioni» con gli italiani e il ministro Gentiloni parlava di «occasione molto importante» per accertare la verità sulla morte di Regeni, una tv locale egiziana diffondeva la testimonianza di un ingegnere egiziano, Mohamed Fawzi, che raccontava di aver assistito ad un’accesa discussione tra il giovane ricercatore e un altro straniero nei pressi della sede del consolato italiano al Cairo, 24 ore prima della scomparsa del ragazzo.

Fawzi sosteneva di aver visto due stranieri gridare e strattonarsi e di aver identificato uno dei due come Giulio Regeni dopo aver visto le sue immagini, ed affermava anche di aver notato almeno due telecamere moderne sulla porta del consolato che avrebbero potuto registrare la lite. Un quotidiano, citando fonti anonime della sicurezza, sosteneva che il consolato italiano fosse in possesso del video della lite e che la sede diplomativa avesse ordinato a tutti i ricercatori e agli amici di Regeni di lasciare il paese dopo l’assassinio, impedendo le indagini. Altre fonti anonime, intanto, arrivavano ad accusare l’Italia di non aver condiviso i filmati del litigio. La realtà era differente. Il pomeriggio del 24 gennaio, il giorno prima della scomparsa e quello del presunto litigio, Regeni era in casa, seduto al computer. Un particolare confermato dai ripetuti accessi ad Internet e ai dati provenienti da Google, Facebook e Skype, e dai diversi contatti con amici, familiari e con la ragazza. Vai poi precisato che il 24 gennaio al Cairo c’era un clima da coprifuoco per l’anniversario delle vittime dei moti di piazza Tahrir e c’erano misure rigorose di controllo delle strade. Ma non solo. Dalle indagini è emerso anche che il sistema video del consolato italiano che avrebbe dovuto filmare Regeni non era attivo dal luglio 2014, quando una bomba devastò l’edificio.

CASO GIULIO REGENI E DEPISTAGGI, LE PERPLESSITÀ SUI DOCUMENTI AI BANDITI

Infine, la notizia di ieri dell’uccisione di 5 componenti di una banda di rapinatori, legata all’uccisione di Giulio Regeni. Con l’operazione appena compiuta si rafforza nelle indagini l’ipotesi originaria percorsa dalle autorità egiziane della criminalità responsabile della morte del ricercatore (i cui documenti sono stati ritrovati in casa di un familiare di uno dei rapinatori), ma ciò non aiuta certamente a cancellare le perplessità sul caso. Non si comprende ad esempio come mai, se lo scopo del rapimento era un furto, il giovane sia stato seviziato per molti giorni, e non si comprende come mai sono stati conservati in casa i suoi documenti di identità. «Il caso non è affatto chiuso. Non c’è alcun elemento certo che confermi che siano stati loro», fanno sapere oggi investigatori e inquirenti italiani, che ricordano anche che le autorità italiane sono ancora in attesa di ricevere dal Cairo alcuni documenti e atti dell’inchiesta egiziana ritenuti fondamentali. Tutte le domande-chiave restano dunque ancora inevase. Chi ha torturato Giulio Regeni? E perché?

(Foto di copertina da archivio Ansa)