Se il Manifesto tira fuori dal cilindro Giulio Regeni per un pugno di copie in più

di Boris Sollazzo | 05/02/2016

Giulio Regeni Il Manifesto

E’ difficile scrivere articoli di questo tipo. Pezzi in cui si cita un ragazzo troppo giovane per morire. Troppo solare per meritare quella fine dolorosa, quei segni di tortura rinvenuti sul suo corpo. Troppo intelligente per non essere cittadino del mondo e rinunciare, per la ferocia umana, a esplorarlo con la curiosità che Giulio Regeni, ricercatore friulano, metteva in ogni cosa (basta leggere le testimonianze di amici e parenti, per capirlo). Pezzi in cui un giornalista è costretto a puntare il dito contro un giornale che Giulio non solo leggeva, ma per cui scriveva. Pezzi in cui devi, per la tua deontologia personale, e non solo professionale, puntare il dito contro un quotidiano che ha contribuito con forza a formare la pur fragile coscienza critica collettiva di questo paese.

LEGGI ANCHE: GIULIO REGENI, COSA DICE IL SUO ARTICOLO SUL MANIFESTO

Ma leggo e rileggo l’articolo di Giulio Regeni sul sindacalismo indipendente egiziano (uno sguardo interessante sulla costruzione del dissenso al di fuori dei sentieri più battuti, che, come testimonia la sua tesi di laurea sulle primavere arabe, conosceva bene), un saggio-reportage scritto con prosa nitida e semplice, e non capisco. Non capisco come si possa “sfruttare” un collaboratore deceduto in circostanze drammatiche e che temeva per la sua incolumità fisica, tanto da scrivere sotto pseudonimo, senza pensare a tutti gli altri che sono ancora lì e fanno lo stesso. Ai giovani intellettuali, ai ragazzi dell’Ong, ai compagni di studio e ai gruppi di attivisti che frequentava questo coraggioso 28enne e al loro attuale e preoccupato silenzio. Al fatto che quel pezzo giaceva in redazione da settimane (parla, Il Manifesto stesso, di un sollecito di pubblicazione di Giulio stesso, a metà gennaio), perché scartato o tenuto in freddo, e poi tirarlo fuori dal cilindro, con dubbio gusto, per vendere un pugno di copie in più. Facendolo partire dalla prima – e viene in mente una battutaccia, ovvero che un reporter sotto i 30 anni può finire tra le firme più importanti solo se gli accade una tragedia -, quell’articolo che fino a quel momento non aveva trovato spazio in un giornale che non sembra pressato dall’ossessiva ricerca di news di attualità e che fa invece dell’approfondimento il suo centro di gravità permanente.

No, non vi capisco uomini e donne de Il Manifesto. Non riesco a trovare un buon motivo per cui negare a una famiglia annientata da un dolore insopportabile e inspiegabile la piena autonomia nel decidere cosa fare dell’eredità di un figlio amato, sostenuto e ora pianto senza consolazione. Al di là di tutto quello che abbiamo scritto finora, doveva essere sufficiente quel no, per fermarvi. Per non farvi avvoltoi, per non appropriarvi di qualcosa che non vi apparteneva solo perché destinato alle vostre pagine, solo perché pagato a un collaboratore (e non tirate fuori il contratto di cessione dei diritti d’autore che ogni free-lance firma: qui non parliamo di regole e burocrazia).

Lo chiamate, con uno dei vostri titoli, marchio di fabbrica di una testata che ha fatto la storia con le sue prime pagine, “il testimone”. Eppure, quella testimonianza voi non l’avete pubblicata quando vi è arrivata. Una scelta legittima, non vi è alcun obbligo nel mettere sul cartaceo o sul web ogni lavoro di un collaboratore o di un interno: direttori e caporedattori sono lì per quello, per indicare una linea editoriale anche attraverso il rifiuto a pubblicare qualcosa. Il testimone. Ma solo ora, che non potrà scrivere più, arriva in pagina. Perché?

Non vi capisco donne e uomini del Manifesto. Non comprendo come voi possiate aver avuto ore, anzi giorni per riflettere, e abbiate deciso ora di pubblicare questo articolo. Se è vero che la procura parla di torture (forse per un arresto sommario in una retata, una delle tante che ha portato a ben 340 desaparecidos negli ultimi due mesi; forse perché aveva salvato dei contatti della resistenza ad Al Sisi nel suo telefonino; forse solo perché un occidentale che sa bene l’arabo a quelle latitudini è visto con più di un sospetto), quanto sarà pericoloso per amici e colleghi di Giulio la vita lì a Il Cairo, ora che si sa del suo ruolo di giornalista. Potrebbero correre gli stessi pericoli, o essere considerate sue fonti (e in questo, francamente, si fa fatica a capire anche il Corriere della Sera che in prima pagina mette un selfie di Regeni con un’amica egiziana, Noura).

Informare non è la sola nostra missione, no. Per un quotidiano che si definisce comunista, a maggior ragione, il compito è anche proteggere i più deboli.

Bene, cari colleghi, ve lo dico con la stima che vi ho sempre portato e con il dolore che si prova quando qualcuno che trovi speciale ti delude: non lo avete fatto.