decreto salva banche
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La finanza non ammette ignoranza

Decreto Salva Banche

 

La vicenda del decreto Salva Banche adottato dal governo Renzi per evitare il fallimento di quattro istituti di credito in dissesto – Banca delle Marche, Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio, Cassa di Risparmio di Ferrara, CariChieti – sta evidenziando ancora una volta come l’Italia, intesa come istituzioni e opinione pubblica , non abbia ancora fatto pienamente i conti con l’eurocrisi. La crisi del debito sovrano che ha mandato in recessione l’economia continentale dopo la crisi finanziaria del 2008 è stata essenzialmente provocata dall’eccesso di indebitamento privato che ha travolto il sistema bancario di diversi Stati, come spiegato da Mario Draghi in questo discorso svolto a Parigi nell’aprile 2014, da imparare a memoria. Alcuni Paesi sono dovuti intervenire per evitare il fallimento di numerosi istituti di credito a causa del carattere sistemico delle banche, mandando in dissesto i propri conti per salvarli. Per questo motivo è esploso il debito pubblico dei PIGS, (la mancanza dell’I di Italia è voluta), che i mercati dei capitali a cui ricorrono i governi per finanziare le proprie attività hanno giudicato insostenibile. In questo modo si è originata la crisi dello spread, risolta grazie alla garanzia sull’irreversibilità dell’euro data dalla Bce agli investitori: i circa 3 mila miliardi di euro di bilancio della banca centrale hanno rassicurato i mercati sul fatto che nessuno Stato sarebbe fallito. I salvataggi degli istituti bancari sono stati molto costosi, diverse centinaia di miliardi di euro, e hanno aggravato il costo sociale della crisi economica. Per garantire dal dissesto l’alta finanza sono stati tagliati, in alcuni Stati anche in modo massiccio, programmi di spesa sociale che aiutavano in modo particolare i ceti più deboli.

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Questa lunga premessa sulla crisi spiega la “ratio” del nuovo modo di salvare le banche adottato dall’UE con il consenso dei governi nazionali, e quasi tutti i partiti europei. Gli istituti di credito saranno salvati in primo luogo dagli azionisti, poi dai suoi obbligazionisti, e infine dei correntisti, invece che dallo Stato, cioè coi soldi delle tasse pagate dai contribuenti. Il cosiddetto bail-in previsto dalla direttiva BRRD entrerà in vigore a partire dal 2016, e per evitare la sua durezza nei confronti di obbligazionisti e correntisti – ovvero chi ha prestato soldi alla banca con rendimenti bassi – il governo Renzi ha adottato il decreto salva banche. Banca delle Marche, Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio, Cassa di Risparmio di Ferrara, CariChieti sono state salvate dividendo la parte sana della loro attività in bridge bank, insieme alle passività quali depositi e obbligazioni ordinarie, e con il conferimento del patrimonio di vigilanza dal Fondo di risoluzione amministrato dalle banche. La parte in sofferenza delle quattro banche è stata collocata in una bad bank, con l’unico scopo di gestire i crediti deteriorati che hanno mandato in dissesto gli istituti. Il costo di questa operazione è stato scaricato sugli azionisti di Banca delle Marche, Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio, Cassa di Risparmio di Ferrara, CariChieti, e sui loro obbligazionisti subordinati. Le obbligazioni subordinate si chiamano così perché non sono normali titoli di debito. Nelle procedure fallimentari le obbligazioni subordinate sono pagate dopo (per questo si chiamano subordinato), rispetto a quelle normali, ma questo svantaggio permette a chi le contrae di guadagnare molto di più.

L’Italia non ha speso un euro (non è proprio vero, ma fa nulla) per salvare le banche, anche perché non avremmo avuto le risorse a causa del nostro elevato debito pubblico. La crisi economica ha evidenziato la pessima, a tratti criminale, gestione di molti istituti di credito. Purtroppo a molti risparmiatori sono stati venduti titoli spazzatura, come erano le obbligazioni subordinate di banche sulla via del fallimento, in modo anche truffaldino. Per risolvere questo problema non serve però il denaro del contribuente, ma l’intervento della magistratura. Solo i giudici possono chiarire eventuali truffe commesse da chi ha venduto le obbligazioni subordinate o le azioni ora andate in fumo di questi quattro istituti di credito. Non sembra però giusto rimborsare chi ha beneficiato di rendimenti corposi grazie a titoli di scarso o nullo valore, come si è poi rivelato con il loro azzeramento. La cultura del pubblico risparmio va sì difesa, ma non se bisogna adottare strumenti discriminatori costosi, e alla fine ingiusti. Perché adottare “soccorsi umanitari” per chi ha investito nelle banche, come gli azionisti e per certi versi anche gli obbligazionisti subordinati visto che un simile titolo può essere definito capitale di rischio, e non invece salvare altri risparmiatori che magari hanno perso i loro soldi per i fallimenti di società nei più svariati settori economici? E perché a questo punto non salvare ogni azienda per evitare che qualcuno perda il proprio posto di lavoro? Uno dei motivi è perché, oltre che ingiusto per tanti aspetti, ciò alla lunga sia economicamente insostenibile e socialmente dannoso. Molto più sensato sarebbe un intervento governativo che vietasse la possibilità di vendere obbligazioni ai propri correntisti, così come evitare di vendere prodotti finanziari complessi come le subordinate ai clienti privati, come proposto da Banca d’Italia. Casi dolorosi come il suicidio del pensionato di Civitavecchia non devono esser strumentalizzati, ma rispettati anche applicando una benvenuta cultura delle regole.

Photo credit: ANSA/CENTIMETRI