La mazzata di Mario Draghi sulle banche

di Alessandro Guerani | 27/03/2014

Il discorso del 25 marzo scorso a Parigi è stato uno dei più espliciti tenuti da Mario Draghi in qualità di presidente della BCE. La sua disamina delle cause della crisi e degli interventi della BCE spazzano via una montagna di retorica ed inesattezze che la politica europea, ma soprattutto quella italiana, ha costruito sugli avvenimenti, oltre a presentare un piano per la ripresa economica dell’Eurozona che, anche nel caso non si condivida, ha perlomeno il pregio della chiarezza.

1, 2 and 5 Euro cent coins

LE CAUSE DELLA CRISI – La prima fase della crisi, dice Draghi, è stata causata dall’aumento esponenziale di debito PRIVATO in quasi tutte le economia avanzate, debito che è andato alla fine a finanziare speculativamente investimenti in settori poco produttivi, come l’immobiliare. Come conseguenza la crisi ha forzato un “deleveraging”, cioè una riduzione della dimensione del debito, in tutti i settori dell’economia con gli effetti che le famiglie hanno diminuito i consumi, le aziende hanno investito meno e le banche hanno ridotto il credito concesso. Alla metà del 2010 la maggior parte delle economie hanno iniziato a mostrare i primi segni di ripresa ed è qui che la storia dell’Eurozona iniziava a differire dalle altre per due ragioni: il bail-out della Grecia alimentava grossi dubbi sulla sostenibilità del debito delle banche e di quello pubblico, mentre la mancanza di una struttura istituzionale di protezione per le insolvenze bancarie e per le conseguenti insolvenze statali ha autoalimentato i dubbi e le paure conducendo molte banche ed alcuni governi a perdere l’accesso ai mercati nel corso di quell’anno e nel successivo.

CRISI ED EUROZONA – L’insufficiente integrazione finanziaria dell’Eurozona, basata principalmente su prestiti a brevi dalle banche dei paesi centrali a quelle della periferia, in presenza di questa crisi di fiducia ha causato il rapido rientro dai propri crediti mettendo il sistema bancario dei paesi debitori. Il classico “sudden stop” (fermo improvviso), un classico fenomeno rilevabile nella storia di quasi tutte le crisi finanziarie. La frammentazione dei sistemi bancari si sviluppa da ciò, ma diversi paesi dell’Eurozona non avevano un adeguato spazio fiscale per assorbire lo shock per la dimensione del debito pubblico, come il Belgio o l’Italia, o per l’incapacità di avere la fiducia dei mercati (per via della eccessiva dimensione del settore bancario rispetto all’economia) per paesi come la Spagna o il Portogallo. Capite adesso come mai all’improvviso il debito pubblico italiano nel luglio 2011 finì sotto tiro, non era tanto la sua dimensione, era più o meno come gli anni precedenti, ma semplicemente il mercato scommetteva che non sarebbe stato capace di coprire le perdite derivanti dalla crisi del settore bancario che aveva visto una fuga di capitali di ben 270 miliardi di euro, come si vedeva chiaramente dai saldi Target2, cioè i saldi di debito/credito fra le varie banche centrali dell’Eurozona con la BCE, soldi che erano tornati di gran corsa verso le banche francesi e tedesche. Draghi continua il suo discorso affermando che per questo motivo nei paesi sottoposti allo stress creditizio la politica fiscale dovette diventare pro-ciclica cioè favorì la crisi. Non tanto perché sennò “gli stipendi e le pensioni non si potevano pagare”, come qualche politico italiano affermò allora (vero Sen. Monti?) e qualcuno continua a ragliare a tutt’oggi, ma appunto per evitare di accumulare altri debiti verso i paesi creditori. Si tagliava la domanda interna e si riducevano così le importazioni perché, volgarmente, nessuno ci faceva più credito per le merci che importavamo. Ed infatti la nostra bilancia commerciale tornò in pareggio verso l’estero. Chiaro?

 

UN NUOVO ASSETTO – La “Banking Union” (unione bancaria) è uno dei pilastri secondo Draghi per riportare alla normalità la situazione economica nella Zona Euro. Egli ci ricorda che la moneta non sono solo le banconote che abbiamo in tasca, ma anche i depositi bancari che sono fra le passività delle varie banche. Se una banca non è sicura, perché i crediti che ha concesso sono marci, allora la fungibilità della moneta risulta compromessa, cioè la moneta nei suoi depositi alla fine “vale di meno” di quella in un deposito di una banca considerata sicura. Questo è stato il motivo per cui sono state fatte prima le operazioni di LTRO, per dare “fiato” alle banche in crisi di liquidità, e successivamente il programma OMT per convincere i mercati dell’irreversibilità della moneta unica, garantendo implicitamente i titoli del debito pubblico dei vari paesi.
Ma la frammentazione rimane, stante che il garante finale delle banche è lo Stato, banche i cui attivi sono considerati a rischio portano a far percepire più rischioso il paese che le garantisce, il rischio si riflette sui suoi titoli di stato, a loro volta posseduti dalle banche stesse, in un circuito autoalimentante che ancora oggi crea dubbi sulla sopravvivenza dell’Euro. Secondo Draghi quindi l’unione bancaria dovrebbe spezzare questo circuito, da una parte con la supervisione degli attivi bancari da parte di un organismo sovranazionale sottoposto direttamente alla BCE, dall’altra limitando il coinvolgimento degli Stati nel salvataggio delle banche ed infine nel garantire i depositi bancari indipendentemente dal paese nel quale si trovano.

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LAVORI IN CORSO – L’opera di supervisione è appena iniziata e già potete vedere come molte banche italiane stiano da una parte iniziando a ripulire i loro bilanci (come fatto da Unicredit), dall’altro stiano cercando di migliorare il loro stato patrimoniale attraverso aumenti di capitale.
Il maggiore problema a questo tipo di operazione è che attualmente le risorse comuni assegnate dalla UE sono chiaramente insufficienti, 55 miliardi di euro, come si è già lamentata la responsabile del SSM (l’organismo di valutazione della BCE), a causa del rifiuto tedesco di finanziarla adeguatamente.
Vi ricordate infatti come il presidente della Buba, Weidmann, abbia più volte espresso il parere che prima di chiedere soldi agli altri i vari paesi dovessero imporre patrimoniali “giganti” ai loro cittadini. E se pensate che i crediti in sofferenza già ad oggi accertati nelle banche italiane sono pari a 160 miliardi, capite anche il motivo di tutte le varie chiacchiere su patrimoniali “monstre” da parte di Barca e politici e sindacalisti assortiti, spacciate come necessarie per la “redistribuzione” e “l’uguaglianza”. In alternativa, esauriti i fondi europei che dovrebbero essere versati comunque nei prossimi anni, sarebbero i creditori delle banche da chiudere o ristrutturare a pagare il conto, cioè gli azionisti prima, gli obbligazionisti dopo, via via fino ai depositanti, uno scenario alla Cipro in pratica.

mario draghi banche eurozona (2)

MUOVERSI VERSO LA RIPRESA – Alla fine di questo “riavvio” (testualmente “rebooting”) del sistema creditizio Draghi è convinto che ci potranno essere le condizioni per assicurare una ripresa “sana” attraverso due fattori, la stabilità della moneta e dei prezzi, e la possibilità di poter tornare ad assicurare una efficiente allocazione del credito alle imprese ed alle famiglie. Ribadendo l’intenzione della BCE di mantenere i tassi ad un livello basso, la pulizia del sistema creditizio dovrebbe finalmente far operare la politica monetaria in modo migliore senza più i differenziali di tasso riscontrabili ancora oggi. Nel mentre il consolidamento fiscale dovrebbe aiutare a stabilizzare le varie economie dell’Eurozona. Come raggiungere entrambi gli obiettivi e mantenere una domanda interna adeguata solo con una politica di tassi, che per sua natura è uguale su tutti i paesi, e soprattutto con differenziali inflattivi diversi e tutti gli squilibri accumulati in 20 anni, è una scommessa che ardita è dir poco, ma l’ottimismo di Draghi su questo sembra non vacillare. Alla fine del suo discorso infatti saltano fuori le mitiche “riforme strutturali” che dovrebbero colmare il cosiddetto “output gap”, cioè il differenziale di produttività, dei vari paesi dell’Eurozona. Riforme della normativa fiscale, un adeguamento della regolamentazione nel campo degli investimenti, il miglioramento del sistema educativo sono alcuni degli esempi che vengono fatti e sicuramente possono, in anni ed anni, portare ad una maggiore efficienza dal lato della offerta. Ma dal lato della domanda il solo affermare che non si potrà più contare sull’incremento del debito privato e pubblico è una risposta piuttosto debole. Ma del resto non è compito di un banchiere centrale elaborare un piano economico di tale portata, sarebbe compito della politica. Se solo ce ne fosse una.