Andrea Pennacchioli: “Vi racconto perché non distinguiamo più i fatti dalle bugie”

Federica Basili 13 Lug 2026
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C’è un paradosso che attraversa “Verosimile”, il nuovo libro di Andrea Pennacchioli: a scriverlo è un uomo che lavora ogni giorno dentro l’informazione. Non un osservatore esterno, non un accademico che guarda la post-verità da una torre d’avorio, ma chi nei talk show ci sta dentro, chi conosce dall’interno la logica del conflitto come spettacolo.

Nella prefazione, firmata da Enrico Mentana, prende forma il concetto di “fake inaffondabile”: la bugia che non muore nemmeno quando viene smascherata, perché si è già sedimentata nell’identità di chi la sostiene. Da lì, Pennacchioli costruisce un’analisi che rifiuta le scorciatoie più comode, il complottismo contro gli algoritmi, l’elogio nostalgico di un giornalismo “di una volta”, la facile equazione tra disinformazione e ignoranza. Tutto questo restituisce un quadro più scomodo, ma più onesto: quello di un ecosistema comunicativo in cui tecnologia, televisione, politica e cognizione umana si sono saldate in un unico meccanismo, e in cui la responsabilità individuale, pur reale, è distribuita in modo profondamente asimmetrico.

Il titolo del libro contiene già una tesi: “non è colpa tua”. Eppure siamo noi a cliccare, a condividere, a restare nelle bolle. Come funziona questa deresponsabilizzazione?

Il titolo è una provocazione dialettica, e lo so bene: clicchiamo noi, condividiamo noi, restiamo nelle bolle noi. Ma la deresponsabilizzazione funziona su due livelli. Il primo è architetturale: le piattaforme sono progettate per ridurre l’attrito cognitivo tra impulso e azione, il pollice scorre, il like parte, la condivisione avviene prima che il cervello razionale intervenga. Il secondo è psicologico: ci sentiamo utenti liberi di uno strumento neutro, mentre siamo invece soggetti profilati da sistemi che conoscono le nostre vulnerabilità meglio di quanto le conosciamo noi. La “colpa” è reale ma distribuita in modo asimmetrico: tra chi ha progettato il sistema e chi ci è immerso senza strumenti per leggerlo.

Enrico Mentana nella prefazione introduce il concetto di “fake inaffondabile”. Cosa lo distingue dalla vecchia bufala? Perché una bugia, oggi, sopravvive anche dopo essere stata smascherata?

La vecchia bufala aveva un ciclo di vita: nasceva, circolava, veniva smascherata, moriva. Il fake inaffondabile rompe questo ciclo perché la smentita non raggiunge lo stesso pubblico della notizia falsa e spesso, per un effetto paradossale documentato dalla psicologia cognitiva, rafforza la convinzione in chi ci crede. La bugia sopravvive allo smascheramento perché si è già sedimentata nell’identità di chi la porta: smentirla significa smentire la persona, non l’informazione. E nell’ecosistema digitale, ogni smentita genera nuovo traffico attorno alla notizia falsa, tenendola artificialmente in vita.

Il 2016 è l’anno in cui “post-verità” entra nel lessico globale. Da lì a oggi, la situazione è peggiorata o ci siamo semplicemente abituati?

Probabilmente entrambe le cose, e il secondo fenomeno maschera il primo. La post-verità è peggiorata strutturalmente: gli strumenti di produzione e diffusione di disinformazione sono più potenti, più economici, più accessibili di quanto fossero dieci anni fa. Ma abbiamo anche abbassato la soglia di allarme — quello che nel 2016 scandalizzava oggi viene metabolizzato come rumore di fondo. Il rischio, che vedo ogni giorno nel mio lavoro, è che l’abitudine venga scambiata per resilienza: non siamo diventati più forti, ci siamo semplicemente anestetizzati.

Lei lavora in un talk show: vede dall’interno i meccanismi che descrive nel libro. Quanto la televisione, anche quella più riflessiva, ha contribuito a creare il terreno fertile per la post-verità?

Moltissimo, e lo guardo negli occhi senza autoassolvermi. Il talk show — e lo dico da chi ci lavora dentro — ha introdotto e normalizzato la logica del conflitto come spettacolo: la verità non conta, conta la tensione. Ha insegnato che il tono vale più del contenuto, che urlare è più efficace che argomentare, che l’ospite capace di suscitare reazione emotiva viene richiamato più spesso di quello che porta dati. La televisione ha pre-formato il pubblico alla post-verità molto prima che arrivassero i social: ha creato il gusto per la narrazione emozionale e la sfiducia verso il linguaggio tecnico-specialistico.

Nel libro traccia un filo tra Berlusconi e Trump come anticipatori di una comunicazione politica basata sull’emozione più che sul fatto. Ma questa è davvero una novità, o la politica ha sempre funzionato così?

La politica ha sempre usato l’emozione, sarebbe ingenuo negarlo. Ma c’è una differenza di grado che diventa differenza di natura. In passato, la retorica emotiva doveva ancora fare i conti con istituzioni, corpi intermedi, media con un certo potere di verifica. Berlusconi e Trump sono innovatori perché hanno operato in un ecosistema in cui quei contrappesi si erano già indeboliti, e hanno contribuito a indebolirli ulteriormente. La novità che racconto nel libro non è l’emozione in politica: è la capacità di costruire un sistema comunicativo che rende irrilevante la falsificazione empirica.

Il termine “post-verità” rischia però di diventare esso stesso uno strumento retorico: chiunque può accusare l’altro di vivere in una bolla. Come si fa a usarlo in modo rigoroso senza che diventi un’arma da battaglia identitaria?

È una delle trappole più insidiose, e nel libro cerco di metterla a fuoco. Il termine rischia di diventare ciò che denuncia: un’etichetta che chiude il dialogo invece di aprirlo. Il mio invito è a un uso rigoroso: post-verità non significa “chi non la pensa come me”. Significa un regime comunicativo specifico in cui l’appello emotivo prevale sistematicamente sull’evidenza verificabile, e in cui questa prevalenza è strutturale, non occasionale. Applicato così, è uno strumento analitico. Applicato come insulto, è esso stesso un gesto post-veritativo.

C’è ancora un profilo sociologico del “disinformato tipo”?

No, e questa è una delle scoperte più scomode che ho incontrato nel mio lavoro. La ricerca empirica degli ultimi anni ha eroso il mito del disinformato come persona poco istruita, anziana, periferica. La disinformazione colpisce trasversalmente: gli iperconnessi sono spesso più esposti, non meno; i laureati sono vulnerabili alle fake news coerenti con la loro visione del mondo quanto chiunque altro. L’unico profilo relativamente robusto riguarda non la biologia ma l’ecosistema informativo: chi si informa da una sola fonte, chi ha una forte identità di gruppo, chi ha perduto fiducia nelle istituzioni tradizionali.

Negli ultimi anni sono nati decine di fact-checker, osservatori, progetti di media literacy. Stanno funzionando, o rischiano di predicare solo ai già convertiti, quelli che le fake news le smonterebbero comunque da soli?

Il rischio è reale e i dati tendono a confermarlo. Gli studi sull’efficacia del fact-checking mostrano risultati modesti sulla popolazione generale e quasi nulli su chi ha già adottato una narrativa alternativa. Questo non li rende inutili — svolgono una funzione di presidio civile, di documentazione storica, di supporto al giornalismo serio. Ma illudersi che bastino è un errore strategico che mi preoccupa. La media literacy funziona se interviene prima che si formi il pregiudizio, non dopo. Serve a scuola, non come risposta di emergenza a una fake news già virale.

Gli algoritmi e i social vengono spesso indicati come i grandi colpevoli. Ma le piattaforme non fanno altro che amplificare quello che già esiste nell’essere umano: la preferenza per le notizie che confermano le nostre convinzioni. Dov’è il confine tra colpa tecnologica e limite cognitivo?

Nel libro non assolvo né condanno in blocco. Gli algoritmi non hanno inventato il confirmation bias — esiste da quando esiste il cervello umano. Ma lo hanno industrializzato: hanno preso una debolezza naturale e l’hanno trasformata in un modello di business. La differenza è che nella vita offline il confirmation bias ha attriti — devi cercare, selezionare, evitare. Online quegli attriti vengono rimossi sistematicamente. La colpa tecnologica non è nell’aver creato il limite cognitivo, ma nell’averlo trasformato in un motore di profitto senza vincoli etici o regolatori.

L’intelligenza artificiale apre scenari nuovi: deepfake, contenuti generati automaticamente, voci e volti sintetici. Stiamo entrando in una fase in cui la verifica dei fatti diventa tecnicamente impossibile?

Tecnicamente, sempre più difficile. Praticamente, non impossibile, ma richiede risorse che solo organizzazioni strutturate possono permettersi. Il deepfake e i contenuti sintetici spostano il problema su un piano nuovo: non più “è vera questa notizia?” ma “è reale questo documento, questo volto, questa voce?”. La verifica richiederà strumenti tecnici, ma soprattutto un cambio culturale che considero urgente: imparare a sospendere l’adesione emotiva immediata anche di fronte a ciò che sembra incontrovertibilmente reale.

Nel libro parla anche della crisi del giornalismo tradizionale. Ma il giornalismo ha davvero perso la battaglia o può ancora essere un argine?

Non l’ha persa, ma l’ha combattuta male per troppo tempo. Ha inseguito la velocità dei social invece di puntare sulla profondità che i social non possono offrire. Ha abbandonato il territorio — locale, periferico, non metropolitano — lasciando un vuoto che le narrazioni alternative hanno riempito. Può ancora essere un argine, ne sono convinto, ma a condizione di accettare che il suo valore non è più nella velocità né nell’esclusività dell’informazione, bensì nella verifica, nel contesto, nella spiegazione. Un giornalismo che spiega perché è ancora insostituibile.

Lei forma anche aspiranti comunicatori politici. Non c’è un cortocircuito nell’insegnare i meccanismi della comunicazione a chi poi li userà per costruire consenso emotivo?

Sì, e lo ammetto senza finta innocenza. Formare qualcuno alla comunicazione significa consegnargli strumenti che possono essere usati in modo virtuoso o manipolativo. Ma la mia risposta non è smettere di formare, l’alternativa sarebbe lasciare il campo a chi quei meccanismi li usa senza scrupoli. La risposta è formare con una dimensione etica esplicita: far capire non solo come funziona la persuasione, ma dove finisce la comunicazione legittima e inizia la manipolazione. Sapere come si costruisce una bolla non significa per forza costruirne una.

Il libro si chiude con la necessità di ricostruire un’arena pubblica capace di resistere alla disinformazione. Ma da dove si comincia, concretamente?

Da tre direzioni simultanee, che nel libro cerco di tracciare con onestà. La prima è l’educazione: media literacy come materia curricolare, non come progetto opzionale, insegnare a bambini e adolescenti come funzionano le piattaforme, gli algoritmi, il finanziamento dell’informazione. La seconda è la regolazione: le piattaforme non si autoregolano, e l’Europa con il Digital Services Act ha cominciato a farlo; si tratta di continuare e rafforzare. La terza, la più difficile, è la ricostruzione della fiducia nelle istituzioni: non perché abbiano sempre ragione, ma perché senza corpi intermedi credibili — scienza, giornalismo, istituzioni democratiche — non esiste arena pubblica possibile, solo frammentazione di tribù che parlano lingue incompatibili.

 

Nessuna scorciatoia salvifica, nemmeno nel fact-checking che pure l’autore difende come presidio civile necessario ma insufficiente. “Verosimile” non offre consolazione, offre lucidità: il riconoscimento che la post-verità non è un’anomalia recente, ma il punto d’arrivo di una traiettoria lunga decenni, e che uscirne richiede lo stesso tempo, la stessa pazienza, la stessa onestà intellettuale con cui Pennacchioli guarda al proprio mestiere senza autoassolversi, ma senza nemmeno rinunciare a crederci.