Ex Ilva: ecco perché è saltato l’accordo con AncelorMittal (e perché si parla di bomba sociale)

di Daniele Tempera | 04/11/2019

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  • Dopo un anno arriva il clamoroso dietrofront di AncelorMittal: l'ex Ilva starebbe per tornare in mano pubbliche

  • Dallo scudo penale alle perdite economiche: le motivazioni di un recesso che mette in crisi il Governo

  • Mentre i sindacati attaccano: sono più di diecimila i lavoratori a rischio

Dopo appena un anno l’ex Ilva di Taranto, l’acciaieria al centro di polemiche ormai decennali legate all’inquinamento, torna in mani pubbliche. Lo rende noto, dopo varie indiscrezioni, AncelorMittal, multinazionale franco-indiana e colosso dell’acciaio che fa sapere che «secondo i contenuti dell’accordo” del 31 ottobre 2018 ha chiesto ai Commissari straordinari di assumersi la responsabilità delle attività di Ilva e dei dipendenti entro 30 giorni dal ricevimento della comunicazione».

Cosa prevedeva l’accordo e perché lo scudo penale è la chiave

L’accordo dello scorso ottobre prevedeva larghi investimenti da parte di  ArcelorMittal, spalmati su più fronti. La multinazionale si era infatti impegnata a stanziare 1.1 miliardi di investimenti ambientali, 1.2 miliardi di investimenti produttivo e 1.8 miliardi per poter utilizzare lo stabilimento. Nel contempo lo Stato si era impegnato a fornire una sorta di “scudo penale”, una sorta di immunità dai reati di inquinamento e disastro ambientale e mentre si attuavano le disposizione dell’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) e si procedeva alle opere di bonifica.

Lo scudo penale in realtà fu introdotto dall’ex ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda, molto prima che entrasse in gioco AncelorMittal: l’obiettivo era trovare delle personalità disposte a svolgere il ruolo di Commissario grazie al principio che non si potesse essere condannati per i reati commessi dai precedenti gestori. Un postulato che era diventato uno dei cardini dell’accordo con il colosso dell’acciaio franco-indiano. ma che è stato abolito dal decreto Crescita e non inserito nel decreto Salva-Imprese. E sarebbe proprio questa la condizione principale a spingere AncelorMittal verso il recesso dell’accordo: «il Parlamento italiano ha eliminato la protezione legale necessaria alla Società per attuare il suo piano ambientale senza il rischio di responsabilità penale, giustificando così la comunicazione di recesso» si legge nel comunicato dell’azienda.

Ma non basta. Tra le motivazioni figurano anche i provvedimenti emessi del riesame emessa dal Tribunale penale di Taranto che avrebbero obbligato i Commissari straordinari a completare entro tre mesi la progettazione di dettaglio e l’ammodernamento dell’altoforno 2, pena lo spegnimento. Lo stop, secondo la multinazionale franco-indiana, avrebbe reso impossibile l’attuazione del suo piano industriale.

Molti analisti puntano poi il dito sulle ingenti perdite di AncelorMittal nello stabilimento pugliese (si parla di due milioni di euro al giorno) e sull’insofferenza verso le norme dell’AIA (Autorizzazione integrata ambientale) viste come troppo stringenti dai vertici del colosso dell’acciaio.

Quel che certo è che, in caso di chiusura, il Governo ed il Paese si ritroverebbero a far fronte a una vera e propria “bomba sociale”. Nonostante le inchieste e le presunte morti legate all’oggettivo inquinamento ambientale. Gli occupati dell’ex Ilva sono infatti oggi 10.700, di cui 8.200 a Taranto. A Taranto attualmente sono in cassa integrazione ordinaria per 13 settimane, 1276 lavoratori. Uno scenario che giustifica l’allarmismo dei sindacati.

«La decisione assume un carattere grave per le conseguenze industriali, occupazionali e ambientali. E’ da tempo che noi evidenziamo forti preoccupazioni rispetto alla realizzazione dell’accordo. Il comportamento del governo e’ contraddittorio e inaccettabile: con il Conte 1 ha introdotto la tutela penale parallela agli investimenti e con il Conte 2 ha cancellato la stessa norma dando all’azienda l’alibi per arrivare a questa decisione»,  afferma la segretaria generale della Fiom-Cgil, Francesca Re David. Che chiarisce che «l’azienda deve chiarire quali siano sue intenzioni rispetto dell’accordo e al piano di investimenti. In occasione dell’incontro fissato per stasera con la presidenza del Consiglio, la Cgil porrà la questione dell’ex Ilva come una priorità». Con l’ex Ilva che si è già trasformata nell’ennesimo terreno di scontro politico.