Ignazio Marino
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Ignazio Marino e il fallimento annunciato di un progetto sbagliato

Ignazio Marino non è più il sindaco di Roma. Un “suicidio politico“, quello del primo cittadino della Capitale, che ha pochi precedenti. Infatti, Marino viene costretto alle dimissioni nel momento in cui nessuno avrebbe voluto farlo: a poche settimane dall’inizio del Giubileo e due mesi dopo la nascita della nuova giunta Capitolina. Non avrebbe voluto Matteo Renzi, che ora dovrà sostenere a maggio delle amministrative che valgono quasi quanto le elezioni politiche (Milano, Napoli, Genova, Roma, Torino, Bologna e Cagliari; tutte amministrazioni già del centrosinistra, tolta Napoli), e Matteo Orfini, che su questa giunta aveva investito non poco. Anche a livello personale.

GLI SCONTRINI MA NON SOLO

Certamente, ad una prima analisi viene da pensare che a Marino sarebbe bastato rimanersene a Roma, piuttosto che inseguire Papa Francesco negli Stati Uniti per rimanere al suo posto. Non ci sarebbero state le dichiarazioni (fortissime) Pontefice contro di lui sull’aereo, non ci sarebbe stata quella sciagurata frase in cui Marino sbandierava che la trasferta negli Stati Uniti non era costata nulla ai contribuenti romani, non sarebbero così emerse le spese di rappresentanza e il sindaco non sarebbe stato costretto a mettere online le spese sostenute con la carta di credito, con tutto quello che ne è disceso.

Ma sarebbe una lettura miope, parziale. Marino arriva ad essere dimesso per una serie di errori di varia natura: politici, amministrativi, personali

MARINO E LA VITTORIA ELETTORALE

Ignazio Marino sindaco di Roma è un’idea di Goffredo Bettini, già ideatore del modello Roma, grande sponsor di Rutelli e Veltroni al Campidoglio. Una visione, quella del “modello Roma”, vincente, ma non più ripetibile, e ormai anacronistica. Saltata la candidatura Zingaretti, che preferisce candidarsi governatore della Regione Lazio, Bettini, che non si sentiva garantito da nessuno dei due candidati in campo – Gentiloni e Sassoli – puntò tutto su Marino, di cui era stato il king maker anche ai tempi della candidatura a segretario del Pd nel 2009. Marino in campagna elettorale punta tutto sul suo “non essere politico”, tanto che lo slogan di quella campagna elettorale è “Non è politica, è Roma“, per prendere le distanze dai disastri del Pd di quel periodo: la sconfitta elettorale, i 101 di Prodi, l’implosione democratica che sembra senza possibilità di ritorno.

MARINO: TUTTI GLI ERRORI

I problemi di Ignazio Marino nell’amministrazione capitolina sono subito evidenti. Con il Partito Democratico, con i cittadini romani, con la sua giunta. Marino viene descritto fin da subito come un sindaco poco disposto ad ascoltare i consigli, poco portato al dialogo. Bettini si defila subito, forse conscio dell’errore fatto nel puntare sul “sindaco Marziano“. Marino si circonda di un manipolo di fedelissimi, iniziando da Alessandra Cattoi, sua addetta stampa ai tempi in cui era al Senato. Inizialmente è proprio dal suo partito e dalla sua maggioranza che – a taccuini chiusi – arrivano i giudizi più taglienti. Marino sin da subito è un sindaco in trincea:contro la sua maggioranza, contro i giornalisti, contro tutti. E questo sarà il suo più grande errore.

Roma è una città enorme, fatta da mille interessi, mille problemi e mille criticità. Non è possibile governarla a dispetto di tutti. Dal Vaticano ai commercianti, dai vigili alla macchina del Campidoglio, dal proprio partito di maggioranza al Presidente del Consiglio, da Repubblica al Corriere della Sera. Questo è stato l’errore più grande del sindaco: aver portato avanti il suo mandato come fosse una sorta di guerra santa: trattando chiunque non fosse d’accordo con lui come un nemico, come un “impuro”, come un “mafioso” o un “fascista”.

Marino paga il suo essere impolitico. Ma paga anche la sua incapacità amministrativa. Marino sbaglia completamente l’approccio ai problemi di Roma, non individuando le priorità: ovvero i problemi quotidiani della gente. Mentre il Sindaco si mette in posa per le foto della stampa internazionale che lo celebra per aver trasformato trecento metri di viale dei fori imperiali in una corsia preferenziale, la città va letteralmente a rotoli. Il trasporto pubblico va in malora, la raccolta dei rifiuti non funziona: Roma è sempre più sporca e invivibile. Ed ogni sua dichirazione riesce a ritorcersi contro di lui. Ad ottobre 2014, ad appena un anno dal suo arrivo al Campidoglio Marino è già inviso alla città che amministra. Il piano del traffico di Improta completa l’opera: tagli indiscriminati alle linee degli autobus, aumento della sosta nelle strisce blu. Anche chi lo ha votato, si sente tradito.

MARINO E LA SECONDA CHANCHE

In questo quadro pessimo per Marino, si abbatte sulla città di Roma la tempesta di Mafia Capitale. Marino – in un attimo – si trasforma per una buona parte dei romani, nel sindaco “onesto”, magari non bravissimo da un punto di vista amministrativo, ma imparagonabile con il suo predecessore. Marino, oggettivamente, viene raccontato dai documenti dell’inchiesta come un “problema” per i protagonisti della vicende giudiziarie capitoline. Questo lo trasforma in una sorta di “eroe” civile, contro la corruzione della politica. Marino torna in sella: il destino gli offre una seconda possibilità. Sprecherà anche questa.

La seconda ondata di Mafia Capitale investe anche il Partito Democratico, la maggioranza in consiglio comunale e la giunta Capitolina. Ora anche Marino è un po’ meno “puro”. Nonostante il continuo supporto del Commissario Matteo Orfini, in Marino sembra non esaurirsi l’istinto masochista che sembra accompagnarlo in questa avventura in Campidoglio. Il litigio con una cittadina che lo contesta, l’anatema contro la destra alla festa dell’Unità, il “licenziamento” dell’assessore Improta, il rapporto con SeL e con Palazzo Chigi, l’assenza da Roma durante la discussione sullo scioglimento per Mafia del Comune,  fino ad arrivare al disastroso viaggio negli Stati Uniti. Una sequela di infortuni, tutti facilmente evitabili.

Marino era il “sindaco onesto”, non il sindaco competente. Una volta che la vicenda degli scontrini, mai ben chiarita, deflagra per Marino non era più possibile andare avanti. Ricordiamolo: Marino ha pagato con la carta di credito del Campidoglio, delle cene private con la moglie, spacciandole per cene con la Comunità di Sant’Egidio o con altri soggetti istituzionali: venendo smentito in più di un’occasione. Semplicemente, non si può fare.

MARINO E LA POLITICA

Marino esce sconfitto da questa avventura soprattutto per due motivi. Il primo è il non avere mai avuto una visione della città, un’idea di Roma verso la quale tendere, una stella polare amministrativa. Ma non solo: Marino paga il suo non essere politico. Roma, caro Sindaco, è politica; esattamente il contrario di quanto affermava il suo slogan. Ma soprattutto Marino paga il non essere mai riuscito a creare un rapporto con la città e con i romani, sempre trattati con una certa sufficienza, come se fossero una sorta di scolaretti a cui fosse necessario insegnare non soltanto a comportarsi, ma anche a vivere. Le colpe dell’amministrazione diventavano colpe dei cittadini, la spazzatura non raccolta colpa dei romani che non fanno la differenziata, il traffico impraticabile, colpa dei romani che prendono la macchina. Mai un’ammissione di un errore, mai un “è colpa mia”, mai un gesto di umiltà.

Marino lascia il suo posto da sindaco, ma la sfida per  far rinascere Roma è ancora tutta da giocare.