voto pdl


“Deee-fence! Dee-fence!”, è il grido entusiasta della folla del basket Nba o nei megastadi del football Nfl; al contempo è una carica per i beniamini e una sfida per gli avversari, altro che sfottò volgari. La consapevolezza che è la difesa che vince le partite, mentre l’attacco serve a vendere i biglietti – un vecchio adagio americano – è uno dei tanti esempi di vera cultura sportiva che ci viene dall’altro lato del Pond, con buona pace del pubblico e del giornalismo calciofilo nostrano, usi a guardare la palla non la partita, formandosi quindi un giudizio sulla base delle prodezze e delle cappelle individuali del Totti di turno.

“Dee-fence” è la lente con cui personalmente ho letto la fase elettorale italica, è l’atteggiamento che assumo di fronte alle sue derive. E di cui do’ conto qui. Prima di tutto perchè trovo che nella politica come nello sport, quello che fanno molti commentatori sia fuorviante: “guardare la palla invece della partita” per farsi un’idea sulle qualità della squadra. A tal proposito mi rifiuto di commentare o di farmi carico di esternazioni puntuali o di frasi di questo o quello estratte dal contesto: perchè mai ci si dovrebbe impiccare alla difesa del Cav., di Bossi o Ciarrapico? Lo facciano da soli. Aldilà del voler credere a tutti i costi ciò che si vorrebbe fosse vero, lasciate perdere i dribbling, sul “nuovo” di Veltroni the name of the game è chiarissimo: si tratta di sancire definitivamente la sconfitta di un governo deludente in primis per chi lo aveva votato ed endorsato (come il Corrierino Mieli, in nome e per conto dei Poteri Vecchi). La democrazia si regge non su quanto credano i troppi totalitari in pectore – la lotta tra buoni (loro) e malintenzionati (gli altri) – bensì sull’alternanza. Il fallimento prodiano apra quindi la strada agli others: gli approfittatori, fascisti, mafiosi e secessionisti, a sostituire seri sbandati, seri furbastri, seri incapaci e serie macchiette.

Poi però uno si volta dalla parte dell’attuale opposizione e … e non è facile: lo spettacolo a volte non è edificante.

Anche perchè manca diqquà (per fortuna) la professionalità politica propria del Partito vecchio stampo per dissimulare e dribblare (sempre a guardar la palla eh?). E poi diqquà, inguaribili e irascibili individualisti come siamo, c’è chi la vuole cotta (barriere, meno tasse, meno immigrati, più identità etc.) e chi cruda (liberalizzazioni, Stato e Chiesa minimi etc.). Da sano scettico, credo che le scelte politiche vadano compiute razionalmente, “in difesa” (a meno di non essere candidati), con una buona dose di sano e distaccato scetticismo, secondo la raccomandazione autenticamente liberale del votare “turandosi il naso” di Montanelli quello vero. Sano scetticismo non significa rassegnato pessimismo, è piuttosto consapevole e positivo realismo: l’atteggiamento ingegneristico di chi risolve problemi determinando la miglior soluzione tra quelle effettivamente ed economicamente percorribili; non dovrebbe mai degenerare nel cinismo elitista ed etilista del “tanto sono tutti uguali”.

Aldilà del beneficio insito nell’alternanza, non è vero che sono tutti uguali. Solo un paio di esempi: comprereste davvero una promessa di riduzione di tasse da un amico di Visco? La difesa del diritto di Israele di esistere da parte di d’Ulema?

Per chi pur diqquà non riuscisse a farsene una ragione, la mia proposta e’ il voto disgiunto: al Senato dove tutti i voti servono, “turarsi il naso”, mentre alla Camera fate pure quello che vi pare (mai bianca comunque, a scanso che qualcun altro voti al posto vostro: sfogate piuttosto la “creatività”). Anch’io nel mio piccolo faro’ il mio distinguo, votero’ Lega: gli imparentati ma distinti, i dissociati non pentiti. Lo faro’ nel nome dell’identita’ che non è certo “Padana“: parafrasando Metternich, Padania e’ una mera espressione economica. Lo farò in nome della sana cafonaggine dalle unghie sporche di grasso e terra, che apprezzo piu’ del finto saputo.

La mia l’ho detta, in una campagna dove volevo rimanermene silente a farmi i casi miei, una volta inalberato a vessillo la immortale sentenza massimamente individualista di Galbraith: “Non e’ vero che la politica sia l’arte del possibile. Essa consiste nello scegliere tra il disastroso e lo sgradevole”; ognuno poi faccia come gli pare.