«Tante persone non stanno male perché si fermano. Stanno male perché si sentono in colpa se si fermano». Lo dice il creator che ha fatto della NASPI un manifesto contro la cultura del burnout

Giorno 43 senza lavorare. Seconda colazione, giretto lento, tramonto terapeutico. Potrebbe sembrare il diario pigro di qualcuno che ha mollato tutto — e in parte lo è. Ma sotto la superficie di quei video c’è qualcosa che ha colpito nel segno molto più di quanto il format lasciasse prevedere: messaggi in privato di persone che si vergognano di essere in NASPI, che si sentono giudicate dai parenti, che cercano quasi un permesso per fermarsi un attimo senza sentirsi in difetto con il mondo.
Lui si è autodefinito “NASPI ambassador” con tutta l’ironia che il titolo merita. Ma quello che ha costruito attorno a quel sussidio — che nel format diventa quasi un simbolo, un’icona pop del rallentamento — è diventato uno specchio in cui un sacco di persone si sono riconosciute. Non per pigrizia. Per stanchezza vera.
L’abbiamo incontrato per capire quanto c’è di provocazione e quanto c’è di manifesto, in tutto questo.
“NASPI ambassador” — ma la sensazione è che tu stia usando il sussidio come scusa per fare esattamente quello che volevi fare. È andata così?
Ahahah diciamo che sicuramente è diventata una provocazione molto più grande di quello che immaginavo all’inizio.
La verità è che il progetto nasce in modo molto spontaneo, però tocca qualcosa di reale che tante persone sentono oggi. Viviamo in una cultura dove bisogna essere sempre produttivi, sempre impegnati, sempre “sul pezzo”, e appena una persona rallenta un attimo si sente quasi sbagliata.
Il format esaspera volutamente certe dinamiche, però sotto c’è anche una riflessione vera sul fatto che il lavoro ormai, per molti, non è più una parte della vita ma è diventato direttamente l’identità della persona. Anche io c’ero dentro fino al collo.
Il Giorno 1 senza lavorare: panico esistenziale o segreta solitudine? O stavi già aprendo un documento con scritto “idee”?
Più straniamento che panico.
Quando rallenti davvero dopo tanto tempo ti accorgi di quanto eri abituato al rumore continuo. Notifiche, obiettivi, cose da fare, ansia di essere produttivo anche quando sei stanco morto.
All’inizio quasi ti senti fuori dal sistema. Poi però inizi a stare meglio. Dormi meglio, respiri meglio, hai meno caos mentale.
E ti rendi conto che magari una passeggiata fatta bene o una mattina senza telefono ti rimettono insieme più di cento cose fatte in automatico.
E la verità è che avevo già una lista mentale di cose che volevo fare “al momento giusto”. Vedere certi posti, fare più volontariato con gli animali, imparare a cucire, ballare, fare più giri in bici. Tutte cose che rimandi sempre perché sembra non ci sia mai tempo per viverle davvero.
A che punto hai capito che il racconto della NASPI era in realtà il racconto di qualcos’altro — di un ritmo diverso, di una scelta?
Quando hanno iniziato a scrivermi persone molto serie sotto alcuni miei video o in privato.
Messaggi tipo: “mi sento giudicato perché sono in NASPI” oppure “mi vergogno quasi a dirlo ai miei”. Lì ho capito che il tema vero non è il sussidio in sé, che nel format viene volutamente esasperato quasi come simbolo. È il rapporto che abbiamo col tempo, col valore personale e con l’idea di successo. Tante persone non stanno male perché si fermano. Stanno male perché si sentono in colpa se si fermano.
“Vita lenta” suona come una cosa che si dice in un retreat di yoga. Tu cosa intendi davvero con questo concetto — e come lo difendi a chi ti risponde che è un privilegio?
Oggi anche solo dire “rallenta” sembra quasi una provocazione culturale.
Per me vita lenta non significa stare sul divano tutto il giorno. Significa avere spazio mentale. Tornare un po’ presenti nella propria vita.
Mangiare senza telefono. Fare una passeggiata senza sentirsi improduttivi. Leggere. Allenarsi. Fare volontariato. Viaggiare. Capire chi sei quando non stai continuamente performando per qualcuno.
E sì, avere tempo oggi è anche un privilegio. Però forse proprio per questo dovremmo smettere di glorificare l’idea di essere costantemente esausti.
Ogni giorno un video: è una scelta editoriale consapevole o hai iniziato quasi per gioco e poi non hai più potuto smettere?
All’inizio era totalmente un gioco.
Tipo: “giorno 43 senza lavorare, oggi seconda colazione, giretto lento e potentissimo tramonto terapeutico”. Poi però mi sono accorto che la gente non guardava quei video solo per ridere. Tantissimi mi scrivevano: “mi rilassano” oppure “mi fanno respirare”.
Ed è una cosa che mi ha colpito molto perché internet ormai è pieno di contenuti che ti fanno sentire sempre indietro, sempre in ritardo, sempre da ottimizzare. Qui invece magari succede pochissimo… e proprio per questo le persone si calmano un attimo.
Chi ti segue? E soprattutto — ti ha sorpreso qualcuno che non ti aspettavi tra il pubblico?
Sì, tantissimo. Direi che un 60% la prende totalmente sul ridere, mi chiama maestro, guru della NASPI, cose così ahahah. Un altro 20% invece è molto arrabbiato. È quello che scrive:
“il lavoro nobilita l’uomo” oppure “avete rovinato una generazione”.
Che poi è interessante perché il messaggio non è mai stato “non fare nulla”. Anzi. Però spesso nessuno poi risponde davvero alla domanda centrale: perché una persona dovrebbe sentirsi in colpa se rallenta un attimo? E poi c’è un altro 20% che magari sta vivendo davvero questo periodo e lo sta vivendo male soprattutto per la pressione sociale attorno a quel momento. Parenti, amici, giudizio continuo, la sensazione di doversi giustificare sempre.
Ed è un peccato perché questo periodo, se vissuto bene, potrebbe anche diventare un’opportunità enorme per ricentrarsi un attimo, recuperare energie, capire cosa si vuole davvero, sviluppare nuove competenze o semplicemente tornare lucido mentalmente.
Invece tante persone cercano un nuovo lavoro già completamente scoppiate emotivamente, senza energie e senza entusiasmo. E questa cosa poi non fa bene né alla persona né all’azienda che la assume.
Hai ricevuto messaggi da persone che si sono riconosciute — non nella NASPI, ma nel desiderio di rallentare? Cosa ti hanno scritto?
Sì, tantissimi. Molte persone della nuova generazione sentono proprio di non voler più costruire tutta la propria identità attorno al lavoro. Non perché non vogliano fare nulla, ma perché si sentono tradite da una promessa che ormai non esiste più.
Studia, lavora tantissimo, sacrificati… e poi? Salari fermi da anni, precarietà, burnout continuo e la sensazione di vivere sempre per lavorare senza mai arrivare davvero a vivere. E quindi tantissimi ragazzi oggi non stanno rifiutando il lavoro. Molti stanno semplicemente cercando un rapporto più sano col lavoro.
Stanno rifiutando l’idea che il lavoro debba essere il centro assoluto della loro esistenza.
Il tono ironico ti protegge o a volte ti impedisce di dire cose serie? Hai mai avuto voglia di togliere la maschera del format?
L’ironia è proprio il motivo per cui il messaggio arriva. Se fossi partito facendo un discorso serio sul burnout o sulla cultura tossica della performance probabilmente nessuno mi avrebbe ascoltato. Invece magari passi da un video sulla seconda colazione a una riflessione vera quasi senza accorgertene. Ed è lì che il meme smette di essere solo un meme e inizia a toccare qualcosa di reale.
C’è un paradosso al centro di questa storia: un uomo che dice di non lavorare e che, nel farlo, ha costruito qualcosa di più onesto di tanti contenuti ottimizzati, schedulati e strategicamente posizionati. I video sulla seconda colazione e il tramonto terapeutico funzionano non perché siano belli, ma perché in un feed che ti urla costantemente di fare di più, di essere di più, di ottimizzare ogni ora, loro fanno esattamente il contrario.
E le persone, a quanto pare, avevano bisogno di qualcuno che glielo ricordasse.
Il lavoro nobilita l’uomo, dice qualcuno nei commenti. Forse. Ma l’esaurimento non nobilita nessuno. E smettere di glorificarlo anche attraverso una scenetta ironica sulla NASPI, è già, in qualche modo, un atto politico.