Sì, i nostri dati sono già il petrolio del nuovo millennio e non è una buona notizia

di Daniele Tempera | 08/04/2019

tiziana video hard
  • I dati personali degli americani, raccolti sul digitale, fruttano circa 76 miliardi di dollari l'anno

  • E mentre si discute di "Capitalismo della Sorveglianza" il mercato dei dati è per le grandi multinazionali il nuovo petrolio dell'era digitale

  • Ecco perché il "nuovo petrolio" del XXI secolo è più vantaggioso di quello reale per chi lo "estrae"

Succede quotidianamente, da quando ci svegliamo a quando andiamo a dormire. Ogni volta che accendiamo un device digitale quasi sicuramente lasciamo dei segni del nostro passaggio, della nostra personalità, della nostra intimità. Avviene sui social network ogni istante, ma non solo. Succede ogni volta che digitiamo una parola chiave su Google, che navighiamo all’interno di siti che utilizzano cookies o dispositivi che tracciano le nostre interazioni, che entriamo nella nostra area digitale di home banking, che surfiamo su siti di e-commerce, che ci connettiamo con mappe web per cercare esercizi commerciali; ogni volta che prenotiamo una visita medica on-line e molte (troppe) altre volte delle quali non ci rendiamo nemmeno conto. I nostri dati viaggiano quotidianamente e istantaneamente dai nostri dispositivi ai quattro angoli del globo, vengono stipati su server o dati in pasto ad algoritmi che ci restituiscono in tempo reale preferenze, suggerimenti, notizie, ma anche comunicazione politica, pubblicità contestuale (ovvero basata sulla nostra personalità) e propaganda, anche della peggior specie, come lo scandalo di Cambridge Analytica ci ha tristemente dimostrato. Ma quanto vale questo giro di affari?

Lo studio: i dati degli americani valgono 76 miliardi di dollari l’anno

Il Financial Times, in un recente articolo,  ha paragonato il mercato dei dati personali a quello del petrolio. Qualche dato? L’estrazione dei dati personali, solo per quanto riguarda gli americani, ha fruttato alle compagnie che ci lavorano (che non sono solo giganti dell’Hi-Tech), qualcosa come 76 miliardi di dollari, solo nel corso dello scorso anno. Secondo lo studio, citato dal quotidiano americano e condotto dal gruppo, di area democratica, “Future Majority”, questi dati hanno infatti orientato il 44.9% delle vendite on-line degli ultimi due anni. Un trend che se, come plausibile, continuerà a crescere, porterà a incassi prossimi ai 197 miliardi di dollari nel 2022 solo negli Stati Uniti. Il quotidiano finanziario americano paragona i processi estrattivi portati avanti da multinazionali degli idrocarburi come ExxonMobil e quelli “digitali” portati avanti da multinazionali come Google, Facebook, Microsoft, Amazon, Verizon e Twitter.

Senza tasse, né legge: i megaprofitti del “petrolio digitale”

La differenza fondamentale? Nel secondo caso il petrolio siamo noi, sono le nostre interazioni con l’universo digitale. Uno scenario che verrà complicato ulteriormente dalla cosiddetta “Internet delle cose”, quando molti dei nostri oggetti domestici saranno connessi in rete: a quel punto l’estrazione dei dati potrebbe diventare esponenziale e coinvolgere ogni aspetto della nostra esistenza, anche le nostre preferenze in termini di riscaldamento domestico, ad esempio. Uno scenario che molti accademici e attivisti dipingono già come “Capitalismo della sorveglianza”.

E se il quadro impone urgentemente nuove riflessioni sull’uso che le compagnie fanno dei nostri dati, per mezzo di vere e proprie istituzioni e argini normativi adeguati al XXI secolo, la dinamica fa nascere una riflessione scontata: non è giusto che queste multinazionali paghino qualcosa per i dati che utilizzano? Fantascienza, direte. Non proprio. Qualcuno, come la California (patria della Sylicon Valley) ci ha già pensato, con la proposta di una sorta di “dividendo digitale”, mediante il quale utilizzare questi utili per attività di Welfare o per finanziare ambiente o infrastrutture pubbliche. Iniziative simili sono state intraprese anche in Alaska e in Norvegia, ma siamo solo all’inizio.

Quel che è certo è che, tra bassa tassazione per le attività svolte (grazie allo spostamento di capitali da una parte all’altra del mondo, spesso in paradisi fiscali) e tassazione inesistente per quanto riguarda i dati personali, il “petrolio del nuovo millennio” è molto più vantaggioso di quello del Novecento per chi lo “estrae”. Peccato che dall’altra parte dello schermo, nel nostro mondo fatto di carne e di atomi, ci sia invece una realtà diversa caratterizzata da austerità, alto debito pubblico, povertà e taglio di servizi essenziali. Una dinamica  che tende a creare una polarizzazione antica, molto diversa dall’immaginario di positività, fratellanza e ottimismo sdoganato dai colossi dell’Hi-Tech.