Speranza contro la segreteria dem: «Assenza grave». Pd separato in casa | VIDEO

di Alberto Sofia | 13/03/2016

Roberto Speranza

C’è chi la considera una «mancanza di rispetto» dei vertici. L’avvertimento lanciato da Matteo Renzi prima della Direzione dem del 21 marzo sulle elezioni Comunali. Di certo, pesa l’assenza della segreteria dem alla kermesse di San Martino in Campo della minoranza bersaniana. Un «errore grave», attacca dal palco Roberto Speranza. Era atteso il vicesegretario Lorenzo Guerini, non si è presentato. Sarà la “linea” del premier, prima del vertice al parlamentino del partito: nessun rapporto o quasi con la minoranza ribelle. Per logorarla, per sminuirne l’importanza e il peso. Dai vertici, invece, provano a minimizzare, compreso lo stesso Guerini: «Polemiche inutili. Già da mercoledì avevo informato che non sarei andato. Non mi sono mai sottratto all’ascolto e al confronto». Cambia poco per la minoranza: «Potevano mandare qualcun altro, è un segnale sbagliato».

ROBERTO SPERANZA E LA SFIDA DELLA MINORANZA A RENZI

Tradotto, il clima interno al Nazareno è pessimo. Non è un caso che lo stesso ex segretario, dopo le bordate del premier sull’Ulivo e sul Paese «consegnato a Berlusconi», non usi mezze parole per contestare Renzi: «Noi lavoriamo per tenere dentro chi non è più convinto di voler stare nel Pd. Ma sembra quasi che Renzi voglia spingere fuori pezzi del partito». O quantomeno alla resa.

Ma la minoranza insiste: la scissione non esiste, l’alternativa va costruita dentro il partito. Alla fine, un’investitura ufficiale non arriva per Roberto Speranza, ma è chiaro che sia lui il candidato in pectore Ma è presto per l’ufficialità: troppo lontano il Congresso, nel 2017, con Renzi che non ha alcuna intenzione di anticiparlo. Ma la minoranza muove i primi passi per costruire la sfida provando almeno a riunire le diverse anime dem che non si riconoscono nel renzismo. Perché, è il mantra ripetuto da Speranza, lo spazio è unico: bisogna unire le forze per provare a riprendersi un partito dove la Sinistra interna ormai è (mal) sopportata. Ridotta all’irrilevanza. Perché sia negli organi interni dem che in Parlamento, i rapporti di forza sono “bulgari”. Di fatto, una cassa di risonanza per il premier.

Dalla minoranza bersaniana all’area che fa capo a Gianni Cuperlo, fino agli ex civatiani di Rete dem, da Perugia Speranza prova a chiamare a raccolta chi è «stato messo nell’angolo», si spiega, dai nuovi vertici. «Sbagliata l’etichetta di chi resta qui per non lasciare poltrone, in passato abbiamo lasciato diversi incarichi, forse qualche volta pure sbagliando», avverto lo stesso ex presidente Gianni Cuperlo. Anche Speranza si è dimesso da capogruppo: «L’ho fatto per poter lasciare aperti gli spazi per costruire un’alternativa», rivendica. L’investitura, anche se il passo decisivo non è arrivato, è nei fatti. Ci sarà tempo. Perché prima c’è il passaggio a rischio delle Comunali, dove la minoranza promette lealtà, nonostante le ombre delle primarie e le tentazioni scissioniste evocate da D’Alema. Alla fine pure Massimo Bray, la grande incognita sull’unità del Pd a Roma, decide di sfilarsi: «Non voglio essere elemento di divisione». Ma la minoranza aveva già chiarito che avrebbe sostenuto Giachetti e i candidati con simbolo Pd.

Ma c’è chi guarda più avanti, al referendum decisivo sulle Riforme costituzionali. Quel passaggio che Renzi considera come “la madre di tutte le battaglie”. E per la quale la minoranza conserva tutti i suoi dubbi, per gli effetti del «rapporto tra l’Italicum e il Ddl Boschi». Certo, nessuno si azzarda a usare questo passaggio come arma di ricatto. Ma non sembra un caso che lo stesso Cuperlo abbia rivendicato che nel partito dovrebbe essere lasciato spazio anche a chi intenda abbracciare la posizione del “no“. Speranza è cauto, almeno per ora. Ma avverte: «Renzi crei le condizioni perché tutto il Pd possa stare dentro la sfida. Punto chiave è la legge elettorale per il Senato. Lì bisogna far scegliere i cittadini». Ovvero, rendere concreto l’accordo sull’elettività che compattò il Pd nel voto di Palazzo Madama, con la legge elettorale per il Senato.

Anche dal palco Speranza usa toni pacati, pur rispondendo a Renzi punto su punto, dall’Ulivo fino alle alleanze, passando per la “rottamazione” renziana: «Non mi è mai piaciuta. Sbagliata, soprattutto se rappresenta una finzione gattopardesca nella quale tutto cambia senza cambiare nulla. Mandi a casa Prodi, Veltroni, Bersani, D’Alema per trovarti a casa gli amici di Cosentino e Verdini», è l’affondo del delfino di Bersani. E ancora. «Non bisogna per forza uccidere i padri». Rivendicando spazi per chi dissente: «Cosa dobbiamo cantare,” Meno male che Matteo c’è?”», replica sarcastico.

ROBERTO SPERANZA, LA MINORANZA E L’INCOGNITA REFERENDUM

Di fatto, in casa dem il clima è quello dei separati in casa. «Dobbiamo evitare che Renzi ci porti al voto senza che prima si faccia il Congresso, altrimenti il disegno è semplice: depennarci dalle liste, cancellarci di fatto», è il timore denunciato a microfoni spenti. Ma Speranza non vuol credere che il segretario lavori davvero per cacciare la minoranza. O almeno questa è la sua posizione ufficiale, ribadita ai microfoni di Giornalettismo Tv: «Renzi vuole spingerci fuori? Penso di no, se lo facesse lavorerebbe per la morte del Pd». Anche Gotor condivide: «Non solo sbaglierebbe, sarebbe un’azione destinata al fallimento. Perché noi siamo il Pd. Ci sarà un clima da “Che fai mi cacci” in Direzione? No, non avverrà nulla di ciò. Ma Renzi si renda conto che non può offendere una parte importante del partito. L’assenza delle segreteria indica uno stile sbagliato», spiega il senatore bersaniano. Eppure i timori di venire spinti fuori dal Nazareno restano. «Renzi è nervoso, vuole soltanto spaventarci con le sue dichiarazioni», chiariscono altri. L’unica certezza è che le due anime del partito, di fatto, coesistono ormai soltanto per dovere. «La scissione? Resta una opzione, ma noi lavoriamo per restare dentro», spiega chi è più vicino alle posizioni di D’Alema. Ma per ora prevale la linea Bersani: niente strappi. La Ditta non intende farsi rottamare.