Tutti gli svantaggi dei nuovi minimi per le partite Iva

di Maghdi Abo Abia | 20/12/2014

Tutti gli svantaggi dei nuovi minimi per le partite Iva

La riforma del regime dei minimi per le partite Iva approvata nella Legge di Stabilità rischia di trasformarsi in un boomerang per il Governo che, stante la situazione, ha alzato, e non di poco, la tassazione per i professionisti. Non solo. Con l’approvazione di un emendamento del relatore del disegno di legge, Senatore Giorgio Santini, poi inserito nel maxiemendamento presentato dal Governo, è stato introdotto il divieto di cumulo per il nuovo regime. le partite Iva con redditi da lavoro dipendente e assimilati prevalenti rispetto al reddito di lavoro autonomo saranno esclusi dal nuovo regime forfettario se la somma dei redditi totali supera i 20 mila euro.

Tutti gli svantaggi dei nuovi minimi per le partite Iva
(Lapresse-AP Photo/dpa, Daniel Bockwoldt)

COME FUNZIONA IL REGIME DEI MINIMI – Il Regime dei Minimi è un regime fiscale agevolato per quei contribuenti la cui attività d’impresa o professionale abbia determinati requisiti. L’età del richiedente dev’essere inferiore a 35 anni e nei tre anni precedenti non deve aver compiuto attività professionale. Nelle partite Iva aperte fino al 31 dicembre 2014 la tassazione per i minimi sarà del 5 per cento. Dal primo giorno dell’anno nuovo salirà al 15 per cento. Non solo. Il nuovo regime prevede una forfettizzazione del reddito imponibile, mentre il vecchio regime dava la possibilità di portare in deduzione i costi inerenti all’attività senza alcun limite. Tradotto: nel vecchio regime i costi possono azzerare il reddito imponibile. Nel nuovo no.

 

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COME AUMENTA L’IMPOSTA – Come se non bastasse, il vecchio regime imponeva un tetto massimo di 30.000 euro. Il nuovo si ferma a 15.000. Il nuovo regime, tornando alla determinazione del reddito imponibile in maniera forfettaria, impone un’aliquota del 78 per cento. Quantomeno il nuovo regime prevede l’abbattimento di un terzo del reddito forfettario per i primi 10 anni, con un’aliquota che si ferma al 10 per cento. Metropolisweb, per capire meglio di cosa si stia parlando, ci propone qualche calcolo. Un professionista che al primo anno di attività ottiene 15.000 euro di ricavi con 3.000 euro di costi, con il vecchio regime pagherebbe 600 euro di Irpef, ovvero il 5 per cento di 12.000 euro. Con il nuovo regime dei minimi paga invece 1.170 euro, il 15 per cento di 2/3 del 78 per cento di 15.000 euro.

CONVIENE IL REGIME ORDINARIO – Si tratta quindi di un sistema scervellotico e fondamentalmente inutile. Perché, come ricorda Gli Stati Generali, alle partite Iva risulta molto più conveniente aderire al regime ordinario, così da poter approfittare delle detrazione da lavoratore autonomo deducendo i costi sostenuti. E qui proponiamo un altro esempio, prendendo il caso di un professionista che ha 10.000 euro di ricavi e 2.000 euro di costi. Con il regime ordinario calcolerebbe l’Irpef sulla base dell’imponibile arrivando a 800 euro con le addizionali. Con i minimi invece paga un forfait calcolato sulla base del 78 per cento del ricavo. Quindi il 15 per cento del 78 per cento di 10.000. Si va al 15 per cento di 7.800 euro, per una tassazione forfettaria di 1.170 euro. 370 euro in più.

UN AUMENTO DELLE TASSE – Con il taglio del 50 per cento dei ricavi di coloro che possono accedere al regime dei minimi emerge che chi guadagnava 20.000 euro sarà costretto a passare, una volta scaduto il vecchio regime dei minimi, al regime ordinario. E chi invece resta sotto i 15.000 euro passerà comunque al regime ordinario perché pagherà meno tasse. Ed i nuovi minimi saranno totalmente inutili. E qui si arriva al nodo principale, l’aumento delle tasse per le partite Iva. Con il vecchio regime dei minimi chi guadagnava 30.000 euro poteva pagare 1.500 euro l’anno di Irpef. Ora ne pagherà 7.000 con il regime ordinario. Unica consolazione: il nuovo regime sostituisce ma non cancella quello vecchio. Quindi chi vuole potrà aprire una Partita Iva entro il 31 dicembre per godere del vecchio regime.