Paradisi fiscali

di John B | 13/05/2014

Quale giorno fa le agenzie di stampa hanno battuto la notizia che la Svizzera ha firmato con l’OCSE (l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) un accordo che abolirebbe il segreto bancario a partire dal dicembre del prossimo anno. La notizia è stata accolta come la pietra tombale dei paradisi fiscali utilizzati dagli evasori per mettere i propri capitali al sicuro dalle tasse. Un fenomeno, quest’ultimo, che secondo i dati stimati dall’Agenzia delle Entrate nel 2010, ammonterebbe a oltre 105 miliardi di euro. Si tratta di una stima, a onor del vero e per stessa ammissione delle autorità fiscali, che lascia il tempo che trova perché è ben difficile calcolare la consistenza di qualcosa che, per definizione, è del tutto nascosta e inaccessibile.

NUMERI – Altre stime, infatti, ipotizzano cifre che arrivano a 300 miliardi di euro. Anche queste sono inattendibili come le altre ma la circostanza dimostra che qualsiasi dato in materia è aleatorio. Negli ultimi tempi sono state adottate misure per favorire la cosiddetta Voluntary Disclosure, ossia l’autodenuncia di questi capitali che comporta il versamento di una parte delle imposte evase e l’immunità dalle sanzioni penali. Da queste iniziative il Governo si aspettava un gettito di circa 5 miliardi di euro all’anno ma le cose sono andate diversamente perchè il sistema dell’autodenuncia non è conveniente per i grandi evasori (il versamento del 15% del capitale denunciato può elevarsi fino al 70%) e non c’è una reale garanzia di evitare conseguenze penali. Intanto però dalla vicenda è emerso un dato che ben pochi hanno commentato: in Germania un’analoga iniziativa ha consentito un gettito di svariati miliardi di euro (2-5 annui) con i 47.000 autodenunce, così in Belgio (1 miliardo di euro e 17.000 autodenunce). Insomma, quello di evadere le tasse non è un male solo italiano, come molti sostengono, ma è comune anche a paesi presi come esempio di virtuosismo fiscale. Gran parte delle fonti concorda sul fatto che la stragrande maggioranza (75%) dei capitali nascosti si trovi nelle banche svizzere e pertanto, Voluntary Disclosure o meno, l’accordo con l’OCSE dovrebbe mettere la parola fine alla pacchia. In realtà le cose non stanno proprio così e vediamo perché.

COME FUNZIONA L’ACCORDO – Innanzitutto l’accordo, firmato a Parigi, dispiegherà la sua efficacia solo alla fine dell’anno prossimo. Ciò significa che gli evasori hanno un anno e mezzo abbondante di tempo per organizzarsi e spostare i capitali da qualche altra parte. In secondo luogo, ormai da tempo la Svizzera è nel mirino della comunità internazionale per la sua politica bancaria improntata alla riservatezza e già da anni ha allentato le maglie del segreto bancario nei confronti degli accertamenti fiscali internazionali che hanno per oggetto la consumazione di vari crimini, ivi compresi la frode fiscale e l’occultamento fiscale. Chi custodiva in Svizzera ingenti capitali segreti sottratti all’imposizione fiscale nel proprio paese, aveva già avuto chiari segnali del cambiamento del vento e aveva provveduto a tutelarsi di conseguenza. Infatti la Svizzera non è l’unico paradiso fiscale e le banche compiacenti non sono l’unica maniera di mettere al riparo dal fisco i capitali. Facciamo qualche esempio (molto semplificato per ragioni di spazio) utile per capire la dimensione del problema. Esistono organizzazioni come la BSD o la OPM, che operano in decine di nazioni sperdute nel mondo, sono raggiungibili esclusivamente attraverso siti Web o contatti diretti, e sono in grado di fornire qualsiasi servizio e di soddisfare qualsiasi esigenza in favore di chi voglia nascondere capitali, valori e perfino intere società. Queste organizzazioni forniscono conti bancari segreti, società offshore, carte di credito illimitate, e prestanome ai quali intestare il tutto (comprese le carte di credito e i nomi degli azionisti di una SPA) in maniera da ridurre a zero qualsiasi possibilità di venire identificati. E con qualche semplice operazione è possibile riciclare qualsiasi somma velocemente e senza il rischio di tenere il capitale custodito dall’altra parte del mondo.

COME FUNZIONA – Si può utilizzare una carta di credito anonima (in realtà intestata a prestanome) per andare all’estero e acquistare, ad esempio, un lotto di diamanti. Una manciata di pietre purissime da uno o due carati, per un valore di milioni di euro, può essere nascosta in centinaia di posti (abbigliamento, oggetti personali, bagagli) e sfuggire agevolmente ai controlli doganali e di frontiera. L’evasore può quindi convertire in poco tempo il denaro in pietre preziose (ma anche oro) acquistate all’estero a prezzi che possono arrivare alla metà di quelli praticati in Italia, ottenendo il duplice risultato di convertire il denaro e di realizzare un fruttuosissimo investimento. Rinunciando a quest’ultimo vantaggio, non c’è nemmeno bisogno di recarsi all’estero. La carta di credito “anonima” può essere tranquillamente utilizzata per comprare i preziosi in Italia. Nessuna frontiera da attraversare, solo il disturbo di trovare un nascondiglio idoneo per le pietre e l’oro acquistati. Di fronte a queste possibilità, è evidente che i capitali continueranno a sparire e a restare nascosti, anche perché l’autodenuncia, molto spesso, non è un’opzione praticabile. Infatti non esistono solo capitali sottratti al fisco (ma comunque provenienti da attività lecite). Esistono anche ingenti capitali frutto di attività illegali e criminose, come il traffico di droga e di armi, la corruzione, le estorsioni, ecc… Autodenunciare questi capitali significherebbe finire diritti in galera. Alla luce di queste considerazioni, è chiaro che l’accordo con la Svizzera è un risultato positivo ma che da solo non basta a risolvere il problema. La prima linea di difesa contro l’evasione fiscale deve essere situata a monte, ossia dove i guadagni e i capitali non dichiarati si producono. Quella di rintracciare i capitali a valle, ossia dove sono nascosti, è l’ultima linea di difesa, ed è – come si è visto – la meno efficace. C’è un mondo di liberi professionisti (giusto per fare un esempio) che incassano ogni giorno migliaia e migliaia di euro senza rilasciare ricevute o fatture. Hai voglia a cercare di rintracciare i capitali così accumulati. Se al posto della sanzione di qualche migliaia di euro per la mancata emissione della ricevuta, fosse prevista l’immediata radiazione dall’albo professionale e l’interdizione all’esercizio della professione, probabilmente ci sarebbe molto meno capitale nascosto.