Ciao Mario Pappagallo: il piccolo grande Gaber, con un pizzico di Jannacci

di Boris Sollazzo | 01/06/2016

Mario Pappagallo morto

Buona fortuna. Mario, ti scrivo queste parole mentre mi preparo per il tuo funerale. Io, ad essere sincero, aspettavo il tuo prossimo concerto, come quelli al Teatro delle Muse o al teatro Italia. Con quella faccia da straniero, più vecchia della tua età, fascinosa come quel Serge Gainsbourg che ricordavi, ma in veste ironica, catturavi gli occhi oltre che le orecchie. Pochi movimenti ma una naturale capacità di stare sul palco. E farsi ascoltare. E emozionare.

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Ci conoscevamo poco, Mario Pappagallo, ma ti ascoltavo molto. “Che il futuro ti conservi”, diceva “Buona fortuna”, “a te salute, a me cuore e nervi”. E sì, perché tu del tuo fisico non te ne sei mai curato tanto, ma cuore e nervi invece erano da competizione. Ma cavolo, a 64 anni, no. Troppo presto, soprattutto perché ti ho scoperto tardi, troppo tardi. Un po’ perché la piazza romana della canzone e della commedia nasconde e scippa i talenti migliori, un po’ perché quel piglio troppo indipendente e quello che molti definiscono “caratteraccio” quando invece è solo orgoglio e incapacità di far compromessi, non aiuta nel mondo dello spettacolo.

Mario,  lo racconto a chi qui magari ti conosce la prima volta, anche se è difficile: mi facevi sorridere e riflettere come Gaber e Jannacci, capace come pochi altri di battute efficaci e virate sensibili e profonde sulle fragilità umane, in primis le tue.
E io non so come dirvelo, e dirtelo, che se la genetica della genialità esiste, tuo figlio Emilio Pappagallo ha preso il meglio di te e l’ha portato in radio, con quella vis polemica anticonformista e graffiante, con quella capacità di farti sorridere e sfidarti, sempre senza prendere scorciatoie.

Sport e musica e gli affetti più cari. Sempre affrontati con il gusto per le cose piccole che diventano grandi: nel primo lavoro ti occupavi degli sportivi a cui nessuno pensa, perché non sono da prima pagina, nei tuoi “pezzi” di teatro-canzone delle quotidianità spesso fastidiose come “Il trasloco”. “Forse sono troppi questi pacchi, io ne ho contati 123”, quante volte l’ho cantata negli ultimi mesi, aprendo i miei.

“Vi amo tutti”, hai scritto negli ultimi giorni, alla tua famiglia. Inquieto come ti sentivamo nelle note, hai seminato parecchio amore (sai, riascoltandoti oggi capisco che hai fatto tutte o quasi canzoni d’amore), forse pure troppo. Ma dovresti vederli i tuoi figli  – anzi li hai visti -, sono eccezionali, dei capolavori. Sì, volevo scrivere un coccodrillo senza retorica, perché mi avresti preso per il culo con disincanto, leggendomi, anche se non c’era confidenza tra noi, ma solo qualche veloce battuta su facebook e qualche altra parola di persona, un paio di volte.
Ma poi scrivendo mi sale il dispiacere di non averti conosciuto meglio, la rabbia per un talento che meritava molto più spazio e visibilità, la felicità di sapere che i tuoi 64 valgono molto di più di tante altre vite che hanno un bonus, rispetto a te, di 20 o 30 anni.

“Viva la libertà”. Sai che me lo hanno insegnato i miei genitori che la libertà è un bene, un privilegio e un dovere, ma è con tuo figlio che ho scoperto che  ha un prezzo alto ma non devi rinunciarci mai, neanche quando farebbe comodo. “Beato chi ce l’ha”. E ora la ascolto, quella canzonetta d’autore, perché a te piaceva essere lieve e originale, e capisco che la fortuna, nostra, è che continueremo a imparare e a ridere con te anche ora che non ci sei. Perché ci hai lasciato tante chicche, un po’ Gaber e un po’ Jannacci appunto, dicendo cose serie senza prendersi sul serio, che ci faranno compagnia e che non ci puoi togliere. “La crudeltà non ha confini, colpisce anche i bambini, per profitto o morbosità”. Una frase così, come “manderei in galera chi ha dimenticato la pietà”, le insegnerei a scuola.

Vabbé Mario, non so neanche come vestirmi. Forse non mi metterò elegante, non credo ti interesserebbe. E non riesco più a scrivere granché.

Ti saluto con Avanti donne! che iniziava con un beffardo “Se non ora, quando!”. Con calata romana prendevi in giro femminismo e machismo, al di là del politicamente corretto.

Ciao meglio figo del bigonzo. Chi ti critica è uno stronzo. E pure chi non ti ascolta. Ed è vero, un altro come te non ce n’è, anche se tu lo dicevi per scherzo. O forse no.