Maniac: un viaggio incredibile fra realtà e psicofarmaci – Recensione

Maniac è la nuova miniserie Netflix online da qualche giorno. Un cast che conta fra gli altri Emma Stone, una delle attrici più quotate di Hollywood creato da Patrick Somerville e diretto da Cary Fukunaga probabilmente l’unico in grado di dirigere questa serie futuristica e allucinata.
In genere facciamo la sinossi della serie, ma nel caso di Maniac è una cosa perfettamente inutile perché in realtà non esiste una vera e propria trama, un canovaccio semmai, una base teatrale applicata al cinema per poi partire verso le realtà diverse raccontate nei viaggi psicotici dei protagonisti.

Maniac è un viaggio dentro le paure dei protagonisti.
Il canovaccio è semplice: Owen (Jonah Hill) e Annie (Emma Stone), due persone in profonda crisi esistenziale e depressiva ma distanti caratterialmente ed emotivamente, si ritrovano all’interno di una sperimentazione farmaceutica che promette di risolvere i loro problemi.
Annie, dipendente dal farmaco come una drogata, accetta di entrare nella sperimentazione per non doverci rinunciare e Owen, affetto da allucinazioni entra nel programma perché convinto di far parte di un complotto nel quale Annie è il suo punto di riferimento.

Emma Stone e Jonah Hill strepitosi protagonisti di Maniac.
Siamo apparentemente in un mondo a metà strada fra l’ucronico e il distopico in quanto le apparecchiature, i computer sembrano fermi agli anni 80, ma altre tecnologie sembrano già proiettate nel futuro come appunto il computer centrale dell’azienda farmaceutica che è in pratica una rivisitazione meno drammatica di Hal9000 di “2001 odissea nello spazio”.
La falsa pista di Owen mezzo folle e di Annie drogata trae subito in inganno lo spettatore convinto di ritrovarsi davanti un viaggio grottesco e claustrofobico all’interno di una struttura asettica e ipercontrollata. In realtà tutto questo sottobosco iniziale si dipana con il primo “viaggio” mentale di Annie che rivive in modo vivido e drammatico la morte della sorella.
L’abilità della serie sta proprio nella gestione delle due realtà, quella della sperimentazione che appare del tutto sfasata e al limite del grottesco con situazioni che mettono in evidenza come la tecnologia e le emozioni siano ancora due mondi difficilmente conciliabili; dall’altra abbiamo un viaggio mentale che è diretta conseguenza di un errore materiale nato proprio dall’aver fornito ad una macchina le emozioni. Una specie di corsa fra stili, epoche e fantasie che non fanno altro che mettere i due protagonisti davanti alle loro debolezze e alle loro paure.

La non accettazione della morte della sorella è la paura di Annie.
Infatti la base di tutto, il vero significato difficile da scorgere è proprio questa ricerca spasmodica e contrastata del confronto fra la mente lucida che cerca di continuo giustificazioni e la mente libera e senza inibizioni che al contrario vuole affrontare i fantasmi del passato come fossero catene dalle quali liberarsi.
Maniac mette dentro tutto, dalla commedia animalista al noir anni 40, dal fantasy spicciolo alla fantascienza, e tutto questo senza mai perdere di vista il filo conduttore dei due protagonisti in cerca di una soluzione per guarire da loro stessi e dalle loro paure.

Le luci e la fotografia sono un elemento fondamentale in Maniac.
Dal punto di vista visuale, siamo sicuramente davanti a una scelta molto diversa rispetto ad altri lavori di Fukunaga. Siamo in un territorio nel quale i colori assumono un ruolo ben preciso così come le sfumature. Si passa dalla psichedelia anni 60 nella quale sembra pervaso il laboratorio per poi passare al colore forte e quasi soffocante del ricordo di Annie con la sorella.
L’importante è che alla fine, seppur in modi bizzarri e a volte comici, arriva un messaggio ben chiaro di come sia complesso mettere in piedi un qualcosa di godibile visivamente ma che allo stesso tempo racconti il malessere quotidiano dei protagonisti.

Maniac: Sally Field perfetta nel ruolo di madre del prof, Mantleray
Nel mezzo di questo abbiamo anche l’intromissione del computer, il quale pur dotato di una certa personalità fredda e tipicamente robotica, si trasforma esso stesso in un malato che non riesce ad accettare la morte del professor Muramoto, creando di fatto un black out emozionale dai risvolti a volte ridicoli e a volte tragici.
L’interpretazione.
Va subito detto che pur avendo una preparazione di base da attore comico, Jonah Hill è riuscito a spaziare in ogni angolo della complessa personalità del suo personaggio, accettando anche la sfida a livello di recitazione con la sua ben più famosa co-protagonista Emma Stone.
Il risultato finale è stato davvero sorprendente e Maniac deve molto al cast e alla sua bravura. Non possiamo certo parlare di figure già iconiche, ma di certo i personaggi di questa serie TV sono il frutto di un attento lavoro da parte degli showrunner.

Justin Theroux in una scena di Maniac.
Justin Theroux ha dato un’altra grande prova d’attore interpretando lo scostante ma geniale Prof. Mantleray, inventore del procedimento a cui sono sottoposte le cavie umane. Mantleray è ossessionato dal sesso virtuale che preferisce addirittura al sesso reale e per il quale ha perso anche l’amore della dottoressa Fujita, altro personaggio da incorniciare.
Con un figlio così complesso, la madre, figura a cui Fujita si è ispirata per dare emozioni al computer centrale, doveva essere interpretata da una grande attrice capace di interpretare un personaggio concreto ma allo stesso tempo borderline e la scelta è stata quella di Sally Field che ha retto perfettamente un ruolo solo in apparenza minore rispetto ai protagonisti assoluti.
La nostra recensione di Maniac continua a pagina 2.

Una delle scene più assurde di Maniac.
Critica di Maniac
Maniac è di complessa collocazione come genere. Si potrebbe etichettare come una serie grottesca, ma anche comedy oppure drama. C’è spazio anche per lo splatter portato a livelli così assurdi di nonsense che allo spettatore viene più da ridere che da impressionarsi.
Dal punto di vista tecnico Maniac sarebbe da premiare per come è riuscita a ricreare con dovizia di particolari, un mondo completamente diverso dal nostro ma allo stesso tempo familiare. Un mix di retro tecnologia da telefilm di fantascienza anni 70 unito a una ricerca maniacale del particolare tecnologico d’avanguardia rivisitato in stile retrò.

Gabriel Byrne, perfetto nel ruolo del padre di Owen.
Ogni singolo episodio fa venire in mente ad ognuno di noi e in base alle esperienze televisive o cinematografiche, un particolare film o una serie TV. Non si tratta però di parodie fini a se stesse, ma di episodi che comunque hanno una funzione importante nella guarigione (o quasi) dei protagonisti dalle loro manie e dalle loro limitazioni.
Quello che resta di Maniac, è la strana sensazione di aver visto qualcosa di assolutamente travolgente, una cavalcata fra generi, drammi, personaggi che difficilmente puoi dimenticare. Owen è il personaggio al quale mi sento più legato. La sua fragilità determinata dalla sua schizofrenia ma anche la sua tenacia nel cercare pure nell’assurdo della sua mente qualsiasi appiglio per non sprofondare nel baratro, ne fanno una figura davvero potente e Jonah Hill è stato strepitoso.

Maniac è una serie che va assolutamente vista.
Annie aveva bisogno di una Emma Stone da Oscar e l’ha avuta. Difficile definire in poche parole l’interpretazione della Stone senza cadere nei soliti aggettivi ormai super utilizzati, ma vederla passare da sciatta e quasi bruttina a femme fatale e poi in affascinante agente segreto e persino Elfa e fare tutto questo senza per questo perdere l’identificazione con il suo ruolo principale, è un lavoro da grandissima attrice e nel panorama attuale sarebbe stato difficile se non impossibile trovare di meglio.
Conclusioni su Maniac
Come avete potuto capire, consigliamo assolutamente di vedere Maniac. I primi due episodi sono da noia profonda, nel senso che è tutto confuso e poco chiaro, ma si capisce dopo, che quegli episodi sono fondamentali per capire le personalità dei protagonisti, per entrare meglio in sintonia con ciò per cui essi lottano.
Superato l’ostacolo ecco che si entra nel mondo determinato dal farmaco e dalla stimolazione delle macchine e da quel momento in poi non si riesce a smettere di vedere gli episodi. Anche la durata degli stessi varia fino ad arrivare a un episodio che non supera nemmeno la mezz’ora di durata.

Jonah Hill: Maniac aveva bisogno di un attore come lui per funzionare.
In un’intervista Cary Fukunaga ha già fatto sapere che non sarà nel team creativo e produttivo di un’eventuale seconda stagione di Maniac e questa non è una buona notizia.
Ispirato ad una serie TV norvegese del 2014 con lo stesso titolo, Maniac si mette in evidenza per essere riuscita, in mezzo a centinaia di nuove proposte seriali, ad essere unica e coraggiosa. Scegliendo una strada contorta per arrivare al cuore dello spettatore e riuscendo a nostro avviso a portare a termine con successo la sua missione.

Una Emma Stone in grande forma per un personaggio difficile come Annie.
Si leggono molti pareri contrastanti su Maniac, il nostro è assolutamente un giudizio più che positivo. Non sappiamo se ci sarà lo spazio per una seconda stagione, ma sarà difficile riuscire a combinare così tanti elementi con la stessa qualità visionaria vista in questi 10 episodi.
Netflix difficilmente sbaglia un colpo e Maniac ce lo conferma in modo più che convincente.
Votazione finale di Maniac 9,5
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