Il coraggio della cornetta e il diritto alla noia

Federica Basili 20 Lug 2026
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Sono nata nel 1987 e penso spesso a un fatto che, purtroppo, non riuscirò a trasmettere ai miei figli. È un elemento assai banale, ma per me rappresenta tutto il nodo della questione: quando, intorno ai tredici anni, chiamavamo gli amici a casa e temevamo che non fossero loro a rispondere. C’era quell’ansia, quel batticuore, quella vergogna di non saper come dialogare con l’adulto che avrebbe preso in mano la cornetta. Poi la preoccupazione si scioglieva con la formula nota “Buonasera, sono Federica, potrei parlare con Daria?” ma prima di sciogliersi era successo qualcosa di importante: avevo attraversato una barriera, forse presente solo nella mia mente. Il desiderio di parlare con Daria era più forte dell’imbarazzo, e quell’imbarazzo superato mi aveva insegnato a relazionarmi con un altro essere umano, più grande, con cui non avevo confidenza.

Sembra un ricordo minore. Non lo è. Chi è cresciuto in quegli anni ha imparato a esplorare le relazioni così: per tentativi, per errori, per imbarazzi superati dal vivo. Non è nostalgia fine a sé stessa. È la consapevolezza che quel tipo di apprendistato emotivo fatto di corpo, voce, tempo reale non si può replicare in una chat, dove ogni parola può essere corretta prima dell’invio e ogni esposizione può essere ritirata in ogni istante. Online si può sempre scegliere cosa mostrare, costruire un’immagine calibrata di sé, nascondersi dietro un filtro estetico, narrativo, emotivo. Ed è proprio questa possibilità di non esporsi mai fino in fondo che impedisce la nascita di legami davvero solidi: un rapporto costruito sempre attraverso un filtro resta un rapporto a metà, perché manca il rischio, la vulnerabilità, quella parte di sé che si mostra solo quando non c’è modo di nascondersi.

Quanta paura fa la noia?

Quello che vedo oggi e non solo nelle fasce d’età più giovani, è un senso di totale inadeguatezza di fronte alla noia. Quasi un timore, che probabilmente nasconde l’incapacità di gestire il tempo della propria vita. Una pulsione che ci spinge a riempire ogni momento vuoto con un’azione: osservare le vite degli altri, scorrere velocemente contenuti, informazioni, notizie, per poter poi sostenere conversazioni che dimostrino quanto siamo “sul pezzo”. Tutto questo appiattisce ogni forma di riflessione e ci rende, in un certo senso, schiavi. Di un algoritmo. Di un tempo che non è più il nostro.

Eppure la storia ci dice qualcosa di diverso sulla noia. Dopo ogni guerra, ogni conflitto, c’è sempre stato un elemento comune ai periodi di pace: le popolazioni sopravvissute, quelle che avevano vissuto il terrore, la paura della perdita, l’abitudine agli allarmi, hanno poi desiderato la noia. La noia come vuoto apparente ma pieno di vita, di pace. Ciò che noi oggi fuggiamo compulsivamente, intere generazioni l’hanno sognato come premio. Ci sarebbe da chiedersi da cosa stiamo scappando noi, che allarmi non ne sentiamo.

Come può uno scoglio..

Centinaia di professionisti -sociologi, psicologi, pedagogisti – hanno scritto fiumi di parole per dare dignità scientifica a un fenomeno ormai entrato nel tessuto stesso della nostra società: la cosiddetta dipendenza da web. Le conclusioni convergono quasi sempre su un punto: non ha senso combattere questo mare, bisogna imparare a navigarlo. Usare gli strumenti, filtrare, veicolare. Un approccio pragmatico, forse l’unico possibile su scala collettiva.

Ma c’è un problema, ed è un problema che vivo ogni giorno da genitore: davanti a questo mare mi sento un piccolo scoglio. Non ho le armi, non le ha nessuno forse, per fronteggiarlo davvero, soprattutto quando si tratta di educare i miei figli in un mondo che io stessa non ho ricevuto in eredità da nessuno. I miei genitori non avevano uno smartphone da regolamentare. Io sì, e non ho un manuale. E ogni scelta di altre famiglie diversa dalla mia, influisce tantissimo sull’educazione che io intendo dare ai miei figli.

Un film già visto anche nella nostra adolescenza per carità.

Però, parlando con altri genitori, con altri adulti che condividono la stessa inquietudine, mi accorgo che di scogli come me ce ne sono tanti. Ed è qui che nasce una speranza concreta, non ingenua: se siamo in tanti, piccoli scogli isolati possono diventare una barriera. Non per fermare il mare, sarebbe impossibile, e forse nemmeno giusto, ma per filtrarlo.

Per educarlo, prima ancora di esserne educati, prima ancora che passivamente ci attraversi

Cosa vogliamo che resti umano?

Il punto, ormai, non è più se il web sia un bene o un male. È una domanda superata. Il punto è: cosa vogliamo che resti umano, dentro un mondo sempre più mediato da uno schermo? Cosa vogliamo salvare della nostra capacità di stare insieme?

La vera posta in gioco non è il tempo passato online, ma l’identità che si costruisce o non si costruisce nella relazione reale. È la capacità di sentirsi parte di una comunità fatta di corpi, sguardi, silenzi imbarazzati, non di avatar e notifiche. Dobbiamo far tornare i ragazzi e anche noi adulti, a dialogare, a imbarazzarsi, a vergognarsi, a toccare le altre persone. Sembrano gesti minimi, quasi arcaici, ma sono esattamente i gesti della mia telefonata a Daria: l’imbarazzo di una voce adulta all’altro capo del telefono, il rossore di una domanda diretta, il disagio produttivo di non potersi nascondere.

Non penso di dire nulla di nuovo nell’osservare gruppi di persone che si riuniscono e trascorrono il tempo ciascuna sul proprio schermo, privandosi della connessione reale e umana pur di garantire quella di rete. Quanta tristezza c’è in tutto questo? Possiamo ancora recuperare?

Io credo di sì. Non demonizzando il web, né illudendoci di arginarlo con un divieto o un parental control. Ma ricostruendo, insieme ad altri scogli, spazi reali dove la relazione torni a essere il luogo primario dell’identità e il digitale un affluente, non la sorgente.

Da soli siamo pietre isolate, spazzate via dalla corrente, ma unendoci possiamo diventare una barriera che non ferma il mare, ma gli dà una forma. Ed è forse l’unica eredità possibile per i nostri figli: non la paura del mare, ma la capacità di nuotarci dentro senza perdere la riva.

E magari, ogni tanto, il coraggio di annoiarsi sulla battigia non guasterebbe affatto.