Il Cappuccino – informazione semplice, pensiero critico e voglia di fare rumore

C’è un gesto quotidiano, quasi automatico, che accomuna milioni di italiani: ordinare un cappuccino. Caldo, familiare, accessibile a tutti. È proprio da questa immagine che prende il nome una giovane rivista indipendente che sta costruendo, un articolo alla volta, un piccolo spazio controcorrente nel panorama dell’informazione italiana. Il Cappuccino – Rivista nasce da un’idea di Vanessa Combattelli e da un gruppo di professionisti uniti da una convinzione semplice ma tutt’altro che scontata: che si possa fare informazione seria senza rinunciare alla chiarezza, e che il pensiero critico non debba essere un privilegio di pochi.
Abbiamo incontrato i soci fondatori sono Vanessa Combattelli, Andrea Stracquadaini e Salvatore Ruffino per capire da dove vengono, dove vogliono andare e perché, in un’epoca di sovraccarico mediatico, hanno scelto di aggiungere la loro voce al dibattito.
Come nasce Il Cappuccino – Rivista? Qual è stata la scintilla iniziale?
L’idea nasce da Vanessa Combattelli che vuole portare qualcosa di nuovo nel panorama dell’informazione, qualcosa che si ponga in modo critico ma allo stesso tempo costruttivo nel panorama dell’informazione. Un rapido giro di telefonate alle persone di valore che ha conosciuto nel corso della sua vita ed ecco un gruppo amalgamato di professionisti.
Quale vuoto culturale o editoriale volevate colmare quando avete deciso di lanciarla?
Nel panorama culturale italiano manca la cultura della critica costruttiva, dell’approccio all’ascolto alle altre idee e al mettere in discussione le proprie certezze.
Da cosa deriva il nome “Il Cappuccino”? Che significato ha per voi?
Nasce dall’intuizione di uno dei fondatori originari che riesce a riassumere in un gesto, un simbolo così italiano ma anche così comune e riconoscibile per tutti la nostra volontà: portare informazione in modo facile e accessibile a tutti. Per noi il gesto del bere un cappuccino è la semplicità con cui anche noi ci vogliamo porre con il nostro pubblico.
Qual è la vostra missione come rivista?
Essere portatori di idee, anche diverse tra di loro ma che dialogano e portano a pensare, a riflettere e ad educare al pensiero critico.
Come definireste il vostro stile e la vostra linea editoriale?
Semplice, asciutto e diretto. Ci piace essere diretti e dirompenti anche scomodi se serve, perché fa parte del nostro modo di essere, siamo i primi a metterci sempre in discussione. Per noi non esistono argomenti su cui non ci vogliamo esprimere, esistono semmai argomenti su cui magari non sentiamo di poter portare qualcosa che accresca il dibattito e in quel caso siamo i primi a farci da parte.
Quali criteri utilizzate nella scelta dei temi, degli autori o delle storie da pubblicare?
Sulle tematiche lasciamo massima libertà ai nostri autori, tutti hanno una loro sensibilità a vari argomenti e non vogliamo essere una redazione soffocante. Sin dal primo approccio con possibili nuovi collaboratori lasciamo massima libertà sulle tematiche, chiediamo ovviamente sempre per onore di cronaca che quando si riportano dati di passarci le fonti. Il Fact – checking siamo sempre i primi a farlo anche sui noi stessi.
A chi vi rivolgete?
Abbiamo un pubblico vasto, dal business man al giovane studente universitario, dall’appassionato di politica estera a quello scienze umane. Siamo ambiziosi e vorremmo parlare di tantissimi argomenti, perché c’è qualcosa da dire su tutto. Il nostro lettore è chi sia poco tempo o tanto tempo. Chi vuole un’analisi seria su un argomento o chi vuole una lettura veloce su una tematica e farsi una prima infarinatura.
Che tipo di relazione avete costruito con la vostra community?
Abbiamo una community molto fedele e affezionata ma anche molto esigente, quando crei qualità devi poi mantenerla sempre ed è quello che cerchiamo di fare sempre.
Quali sono i temi a cui siete più legati e perché?
Abbiamo autori che scrivono di tantissimi argomenti, è difficile dire se c’è un argomento preferito. Sicuramente tra i fondatori c’è una forte passione per la politica fortissima, ognuno con le sue idee ma basate su un rispetto reciproco che guida il nostro lavoro.
Qual è la parte più complessa del vostro lavoro editoriale? E quella più gratificante?
Ci sono dei momenti in cui c’è un rincorrere di notizie e di tematiche a cui vorremmo dedicare a tutti il giusto spazio. Ci sono tantissime tematiche che spesso vengono trascurate e vorremmo dargli la giusta attenzione.
La cosa più bella è ricevere dei messaggi che ti aprono il cuore. Persone che ti ringraziano perché nel riportare un’idea si sentono meno soli. Persone che sentono di aver trovato un posto dove possono leggere qualcosa che rende la loro giornata più leggera ma allo stesso tempo più ricca.
Quali responsabilità sentite nel raccontare temi sensibili, sociali o generazionali?
È qualcosa che ci tocca profondamente. siamo un gruppo di ragazzi giovani che vuole affrontare tutte quelle tematiche dimenticate. Viviamo in un paese magnifico ma che ha paura di affrontare certe tematiche. I problemi si risolvano partendo da un gesto semplice: parlare.
Quanto è importante per voi la presenza sui social e il rapporto con il pubblico online?
È tutto per noi. Nasciamo come progetto sui social che rendono tutto molto facile in quest’epoca digitale, ma siamo lavorando per arrivare in tutte le maggiori città italiane con una presenza fisica. Vogliamo essere qualcosa di concreto e reale, non etereo.
Il formato digitale influisce sul modo in cui concepite i contenuti?
Il digitale specialmente nei social come IG hanno un grosso problema, sono limitanti. Non premiano contenuti lunghi quindi dobbiamo sforzarci tutti come autori di essere diretti e concreti
Quali sono le prossime iniziative o progetti su cui state lavorando?
Sito internet, podcast, canale youtube appena lanciato, un qualcosa di fisico come un libro/rivista ed eventi in presenza. Siamo una redazione con tantissime idee e voglia di fare e vogliamo essere una realtà destinare a rimanere e non a sparire.
Dove immaginate Il Cappuccino tra cinque anni?
Immaginiamo un cappuccino con una propria sede di redazione bellissima e scherzosamente ma non troppo, vorremmo una nostra copia della rivista nello spazio. Fu una battuta buttata lì da uno dei nostri fondatori durante una chiacchierata con il giornalista Emilio Cozzi. La battuta qualcuno la vorrebbe trasformare in realtà.
Se poteste collaborare con una realtà culturale o un personaggio in particolare, chi scegliereste?
Bella domanda… siamo una redazione così diversa negli interessi che credo sia impossibile rispondere, però una cosa ci accomuni tutti: la passione per il teatro, quindi chissà se qualche teatro ci chiama a fare qualche spettacolo tematico, noi ci siamo.
Quali sono oggi le principali fonti di sostentamento della rivista (sponsor, crowdfunding, vendite, partnership)? E quali desiderereste sviluppare in futuro?
Al momento il progetto è completamente sostenuto finanziariamente dai fondatori ma stiamo ragionando per espandere ulteriormente le nostre entrate senza sacrificare, quantità e qualità dei contenuti.
La vostra rivista è indipendente: quali sono le sfide più grandi nel mantenere questa indipendenza sul piano economico?
La nostra indipendenza è garantita dal fatto che tutti noi siamo dei professionisti al di fuori del progetto, per cui non abbiamo bisogno di dipendere contenutisticamente né economicamente da nessuno. Il nostro unico obiettivo è quello di promettere al lettore una divulgazione che lo porti a riflettere contro la frenesia quotidiana
Come bilanciate la qualità editoriale con la necessità di sostenibilità finanziaria?
Cerchiamo di non scendere a compromessi. Se c’è bisogno di fare una spesa per portare un contenuto di qualità, allora la facciamo.
Avete già esplorato modelli di abbonamento, membership o contenuti premium? Quali risultati avete ottenuto o cosa vi ha frenati?
Ancora no, non vuole essere un modello lucrativo per il momento il nostro, ma un progetto che porta qualcosa di positivo alla nostra società. Ci crediamo fortemente e per il momento è questo il nostro fine ultimo.
Un progetto ancora giovane, con i cantieri aperti, ma con le idee chiare su cosa vuole essere: un posto dove sentirsi meno soli, dove la complessità del mondo si affronta con semplicità e senza paura. Come, appunto, davanti a un cappuccino.