Gloria Abagnale: “Non mi interessa crescere nei numeri. Mi interessa crescere nella direzione”

C’è un tipo di creator che non insegue il trend del momento e non costruisce un personaggio per compiacere l’algoritmo. Gloria Abagnale appartiene a questa categoria: un universo tematico preciso — benessere, cura di sé, lettura, casa — tenuto insieme non da una strategia editoriale rigida, ma da un filo conduttore più profondo.
L’abbiamo incontrata per approfondire il suo punto di vista.
C’è un momento in cui hai capito che questo sarebbe diventato il tuo lavoro — o è successo gradualmente, quasi senza accorgertene?
Cerco il punto di svolta, se esiste: una collaborazione, un contenuto, una mattina in cui qualcosa è cambiato. Ho capito che questo sarebbe diventato il mio lavoro quando le richieste hanno iniziato ad arrivare con costanza: collaborazioni, proposte, persone e brand interessati a quello che stavo creando. È stato lì che ho realizzato che qualcosa stava cambiando davvero. Perché sì, le richieste contano, ma ancora di più conta il fatto che, tra tantissime voci, qualcuno si fermi proprio sulla tua. E oggi, nell’era digitale, non è affatto scontato. Allo stesso tempo però, per me non è mai stato “solo” lavoro. È sempre stato uno spazio di espressione. Vengo da un background di formazione artistica e ho trovato nella creazione di contenuti una naturale estensione della mia creatività: uno spazio in cui raccontarmi, sperimentare, trasformare idee ed emozioni in qualcosa di condivisibile.
La Gloria che appare online e quella fuori dallo schermo quanto si somigliano?
La soglia tra persona e personaggio è uno dei temi più onesti su cui ragionare oggi, per chi fa questo mestiere. Cerco sempre di portare me stessa al 100% in quello che condivido, senza costruire un personaggio. Allo stesso tempo credo sia fondamentale avere dei confini: proteggo la mia vita privata e soprattutto le persone a me care che non fanno parte di questo mondo. Per me il punto non è “mostrare tutto”, ma essere autentica in ciò che scelgo di mostrare. Nei miei contenuti cerco spesso di essere una fonte di ispirazione e incoraggiamento, anche nei momenti in cui magari ne avrei bisogno io per prima. A volte mi rendo conto che sto parlando agli altri esattamente come parlerei a me stessa: ed è proprio lì che sento che il messaggio è vero.
Non mi interessa fare divulgazione su temi che non conosco o su cui non ho una reale competenza. Preferisco condividere la mia esperienza personale, perché è l’unico spazio in cui posso essere davvero credibile e utile.
Il tuo universo tematico — benessere, casa, lettura, cura di sé — è un territorio preciso, non generico. Come lo tieni coerente senza renderlo ripetitivo?
Il mio carattere incide tantissimo: ho sempre bisogno di stimoli nuovi, ma allo stesso tempo sento la necessità di mantenere un equilibrio tra ciò che faccio e ciò di cui corpo e mente hanno davvero bisogno. È proprio questa tensione tra movimento e stabilità che tiene il mio universo coerente senza farlo diventare ripetitivo.
Ho un approccio molto olistico alla vita e credo profondamente che tutto sia connesso: da ciò che mangiamo ogni giorno a ciò che ascoltiamo, leggiamo e sentiamo. Per questo i miei contenuti non nascono da categorie rigide, ma da un filo conduttore più profondo, che è il benessere a 360°.
Mi piace restare curiosa, informarmi, sperimentare e poi condividere in modo autentico quello che sto vivendo: un libro, un allenamento, una routine di skincare, un audiolibro. Non seguo uno schema fisso, seguo ciò che mi fa stare bene. E se qualcosa funziona per me, mi piace pensare che possa diventare uno spunto o un piccolo strumento di benessere anche per chi mi segue.
C’è qualcosa che ancora non hai portato nei tuoi contenuti — un tema, un formato, un territorio — che aspetta il momento giusto per uscire?
Sì, c’è un tema che sento di voler portare, ma che richiede il momento giusto: l’amenorrea. È qualcosa che ho vissuto in prima persona e che è profondamente legato al mondo femminile, eppure se ne parla ancora troppo poco. Nel mio caso è stata la conseguenza di un rapporto con il corpo influenzato da canoni estetici molto presenti e purtroppo ancora oggi diffusi. Raccontarlo per me significa aprire uno spazio di consapevolezza, non solo fisica ma anche emotiva e psicologica. Perché è una condizione che va ben oltre il corpo e tocca aspetti profondi dell’identità e del benessere. Quando ne parlerò, lo farò come sempre partendo dalla mia esperienza, con delicatezza e responsabilità, condividendo ciò che mi ha aiutata e gli aspetti che credo sia importante considerare per affrontare e superare un percorso del genere.
Ho tante idee e formati che vorrei esplorare: alcuni più profondi, altri più leggeri. Credo molto nell’equilibrio anche nei contenuti perché è proprio lì che le persone riescono davvero a riconoscersi.
Se guardi a un anno o due da adesso, che forma ha il tuo lavoro — non in termini di numeri, ma di ruolo, di progetti, di come vuoi essere percepita?
Se guardo a uno o due anni da adesso, immagino un’evoluzione che segue la mia crescita personale. Per me le due cose sono profondamente intrecciate: ciò che vivo, imparo e trasformo si riflette inevitabilmente anche nel mio lavoro e nei contenuti che condivido.
In passato forse avrei cercato di adattarmi di più ai trend, seguendo una comunicazione principalmente estetica. Oggi sento di essere in una fase diversa: più consapevole, più selettiva. Non mi interessa inseguire ciò che funziona nel breve termine, ma costruire qualcosa che abbia un valore più profondo e duraturo.
Per questo mi vedo sempre più come una persona capace di creare contenuti che vadano oltre l’immagine: voglio essere percepita come qualcuno che condivide esperienze reali, strumenti concreti e spunti per il benessere interiore.
Più che crescere nei numeri, mi interessa crescere nella direzione. E diventare un punto di riferimento credibile per chi cerca qualcosa in cui riconoscersi.
Le collaborazioni nascono da incontri o da visioni? Ti è mai capitato di arrivare a un brand non in risposta a una proposta, ma partendo da un’idea tua — un concept, un’atmosfera, una storia — e costruirci intorno tutto il resto?
Mi è capitato sia di essere contattata che di fare io il primo passo. Quando parto da un’idea mia, cerco sempre di costruire qualcosa che abbia un senso, che vada oltre la semplice collaborazione e diventi un progetto coerente, in cui entrambe le parti si riconoscono. Non sempre funziona, ed è parte del processo: ci sono proposte che si allineano perfettamente e altre che non trovano la giusta sintonia.
Preferisci lavorare su un progetto definito o costruire un rapporto nel tempo? E quando qualcosa funziona, hai già in testa come portarlo più lontano — o lasci che sia il risultato a suggerire il passo successivo?
Se il brand è affine alla mia visione, cerco di costruire un rapporto nel tempo. Il rapporto a lungo termine oltre alla condivisione dei valor è ad oggi condizionata anche dai risultati.
Credo che siano proprio i tentativi riusciti e non a definire nel tempo una direzione più chiara. Ho interrotto una collaborazione perché non la sentivo più allineata con me. Mi veniva richiesta una condivisione forzata di concetti che non mi rappresentavano davvero, e mi sono ritrovata paradossalmente a dover chiedere il permesso per esprimermi all’interno di uno spazio che dovrebbe essere mio.
È stato un momento molto chiaro: mi sono sentita vincolata, quasi obbligata, e ho capito che non era la direzione in cui volevo andare. Ho scelto di fermarmi, anche se questo ha significato rinunciare a un ritorno economico.
Oggi so che per me è fondamentale che esecuzione e visione convivano. Mi trovo a mio agio quando posso interpretare, dare uno sguardo personale, costruire qualcosa che sia coerente sia per il brand che per me.
C’è mai stato un brand che ti ha chiesto qualcosa di più dei contenuti — una visione, un posizionamento, uno sguardo su come raccontarsi?
Sì, mi è capitato di essere coinvolta anche oltre il contenuto, in consulenze su tematiche coerenti con la narrativa del brand o del personal brand. Quando c’è fiducia, riesco a dare il meglio, mi piace interpretare ma anche contribuire con una visione. È una dimensione che mi interessa, perché mi permette di portare non solo la mia creatività, ma anche uno sguardo sul modo in cui un messaggio viene costruito e percepito.
Il tuo ragionamento quando lavori a una campagna si ferma al contenuto, o tende ad allargarsi — distribuzione, tempistiche, impatto?
Quando lavoro a una campagna tendo sempre ad avere una visione più ampia: considero il messaggio e il modo in cui quel contenuto si inserisce nel mio racconto e anche come può performare e arrivare davvero alle persone.
Ad oggi credo sia fondamentale avere consapevolezza anche della parte negoziale, dai compensi ai contratti, per riuscire anche a percepire il valore reale del proprio lavoro.
Hai mai coinvolto altri creator in un progetto o ti piacerebbe farlo?
Sì, mi è già capitato di collaborare con altri creator e credo sia un aspetto molto prezioso di questo lavoro. La collaborazione, quando è autentica, permette di unire visioni diverse e creare qualcosa che da soli non sarebbe lo stesso.
Ti piace la parte di negoziazione o preferisci delegarla?
Voglio restare connessa alla parte creativa, che è il cuore di tutto, ma senza perdere lucidità su ciò che rende questo lavoro sostenibile e rispettoso del mio valore che è la parte economica.
Come immagini l’evoluzione del tuo lavoro nei prossimi 1-2 anni?
Mi immagino con un personal brand sempre più affermato e riconoscibile, costruito nel tempo con coerenza e autenticità. Mi piacerebbe crescere al punto da avere anche un team che mi supporti, così da poter dedicare ancora più energia alla parte creativa e strategica.
Allo stesso tempo, mi vedo ancora a lavorare con e per i brand, ma in modo sempre più consapevole e selettivo: scegliendo progetti che siano davvero in linea con me e con il messaggio che voglio portare.
L’obiettivo è continuare a evolvermi senza perdere la mia identità, trasformando quello che oggi è il mio lavoro in qualcosa di sempre più strutturato, ma sempre autentico.
Gloria sa distinguere tra ciò che funziona e ciò che le appartiene — e quando le due cose non coincidono, sceglie. È forse questa la competenza più rara nel mondo dei creator: non la capacità di adattarsi, ma quella di riconoscere quando fermarsi.