B Corp: cosa c’è davvero dietro la certificazione più ambita del capitalismo sostenibile? 

Federica Basili 11 Mag 2026
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Quasi 400 aziende in Italia, 16 miliardi di euro di fatturato complessivo, 33mila dipendenti. In un solo anno la crescita è stata del 26%.

Nel mondo le imprese certificate B Corp hanno appena superato le 10mila, distribuite in un centinaio di Paesi. È una corsa e vale la pena chiedersi verso cosa.

Le origini

Philadelphia, 2006. B Lab, organizzazione non profit fondata da Jay Coen Gilbert, Bart Houlahan e Andrew Kassoy, tre ex imprenditori, lancia una certificazione per distinguere le aziende che non inseguono solo il profitto, ma si impegnano a produrre un impatto positivo su persone, ambiente e comunità.

La “B” sta per “Benefit”.

La scommessa è di quelle che o funzionano del tutto o non funzionano per niente: il capitalismo può essere riformato dall’interno. Non con la filantropia, non con la norma, ma misurando — davvero — come si comportano le imprese. Nasce così il B Impact Assessment, che analizza governance, supply chain, pratiche ambientali e benessere dei dipendenti, assegnando un punteggio su 200. Soglia minima per la certificazione: 80 punti.

Come funziona

Arrivare a quei 80 punti richiede tempo, soldi e una buona dose di pazienza burocratica. Le aziende devono rispondere a centinaia di domande, documentare le pratiche, sottoporsi a verifiche. E, requisito fondamentale, modificare lo statuto per includere gli interessi di tutti gli stakeholder, non solo degli azionisti. In Italia questo si traduce nell’obbligo di diventare Società di Benefit, forma giuridica introdotta dalla legge di stabilità 2016: una delle poche volte in cui il Paese ha anticipato l’Europa su un tema di questo tipo.

La certificazione dura tre anni, poi si ricomincia. I costi dipendono dal fatturato: qualche migliaio di euro per le piccole imprese, decine di migliaia per le grandi. La strada per arrivarci — raccolta dati, adeguamenti strutturali, consulenza esterna — può durare anni.

Il peso nell’economia reale

I dati di fine 2025 aggiornano e ampliano il quadro. Le B Corp italiane hanno raggiunto quota 374, con 69 nuove certificazioni nell’ultimo anno e una crescita del 23%. Il fatturato complessivo supera i 24,5 miliardi di euro, con un valore medio per azienda di oltre 6,4 milioni e gli occupati sono saliti a circa 37mila. Sul fronte del lavoro, il vantaggio rispetto alle imprese tradizionali è misurabile: il 72,4% delle B Corp ha aumentato la forza lavoro negli ultimi anni, contro il 46,4% delle imprese non certificate. La produttività è più alta, con un valore aggiunto per addetto che tocca i 67.300 euro. E le retribuzioni seguono: il costo del lavoro mediano per addetto è pari a 44mila euro, contro i 39mila delle non-B Corp.

Numeri che raccontano qualcosa di più di un bollino etico: un modello che, almeno sul piano economico, tende a reggere l’esame dei risultati.

L’Italia

La Lombardia guida per numero di aziende, seguita da Emilia-Romagna e Veneto. L’Umbria ha registrato la crescita più alta: +166%.

Tra i nomi più noti, Chiesi Farmaceutici (prima azienda farmaceutica internazionale certificata) il Davines Group nella cosmesi professionale e Aboca nella fitoterapia.

Il settore food ha visto una crescita del 166% negli ultimi tre anni, e le sole 30 aziende certificate nel comparto pesano per circa il 20% del fatturato totale delle B Corp italiane.

Uno studio di Intesa Sanpaolo ha rilevato che le B Corp investono di più rispetto alle non certificate in leve strategiche: nel manifatturiero, la quota di imprese internazionalizzate è al 44,7%, quella con brevetti al 31,6% contro il 13,5% delle non-certificate, quella con certificazioni ambientali al 44,7% contro il 17,9%.

I nuovi standard del 2025

L’8 aprile 2025 B Lab ha presentato la revisione più sostanziale dei propri criteri da quando esiste l’organizzazione. Il cambiamento più importante è strutturale: fuori il sistema a punteggio, dentro i requisiti obbligatori su sette aree di impatto — governance, azione climatica, diritti umani, lavoro equo, comunità, trasparenza, accountability. Non più una soglia da raggiungere con un mix a piacere di buone pratiche, ma aree in cui bisogna dimostrare risultati specifici.

I nuovi standard sono il prodotto di quattro anni di lavoro, due consultazioni pubbliche e 26mila feedback da 67 Paesi. Tra le novità anche l’obbligo di miglioramento progressivo: le aziende dovranno documentare i passi avanti concreti dopo tre e cinque anni dalla certificazione.

Il tutto si allinea alla Direttiva europea Empowering Consumers for the Green Transition, operativa dal settembre 2026.

Le ombre

Il caso più imbarazzante per B Lab resta quello di Nespresso, certificata nel 2022. La Fair World Project ha denunciato che l’azienda aveva ottenuto il bollino nonostante una storia recente di violazioni dei diritti umani nelle piantagioni di caffè, lavoro minorile e furto di salari. La risposta di B Lab, che la presenza di grandi brand avrebbe amplificato la visibilità del movimento, ha convinto pochi.

Walter Sancassiani, fondatore di Focus Lab, tra le prime B Corp italiane nel 2016, è diretto: «La crescita numerica ha portato maggiore legittimità, ma anche tensioni interne e timori di diluizione del significato, legati al fatto che alcune aziende sono entrate probabilmente per ragioni più reputazionali che autenticamente trasformative».

Il problema dell’enforcement è stato riconosciuto anche dentro B Lab. Fino ad oggi le verifiche erano condotte internamente — una debolezza evidente. Con i nuovi standard arriverà un organismo esterno indipendente, scelta in parte obbligata dalle normative europee che impongono la verifica di terze parti su qualsiasi dichiarazione di sostenibilità.

B Corp non è una garanzia di perfezione etica, e chi la presenta come tale ha già perso il punto. È uno strumento di misurazione imperfetto, in evoluzione, contestato, che però in assenza di alternative credibili continua ad avere peso. I nuovi standard del 2025, più prescrittivi e meno negoziabili, mostrano che il movimento ha capito dove stava cedendo.

Per le imprese italiane la questione è concreta: in un mercato dove la sostenibilità è diventata argomento competitivo, e dove le norme europee sui green claim si fanno più stringenti, avere una certificazione che regge a un esame esterno vale più di qualsiasi dichiarazione di intenti. Il punto è e resta, capire quando la certificazione descrive davvero l’azienda che la vanta.