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Il rifugiato accusato di essere un ladro perché ha una bici troppo bella

Se hai la pelle nera e ti sposti su una bicicletta nuova e bella rischi di essere considerato un ladro. Anche se quella bici l’hai comprata tu. O te l’hanno regalata. Lo sa bene un rifugiato senegalese di 19 anni che a Torino è stato fermato perché sospettato di aver rubato il velocipede che utilizza per spostarsi in città (e che gli è stato regalato). La storia viene raccontata oggi dal quotidiano La Stampa in un articolo a firma di Maria Teresa Martinengo.

 

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RIFUGIATO SENEGALESE FERMATO ALLA STAZIONE PERCHÉ LA BICI «È TROPPO BELLA»

Il ragazzo è arrivato in Italia tre anni fa, minore straniero non accompagnato. È poi entrato in un progetto Sprar per i rifugiati, ha
imparato l’italiano e si è formato come idraulico. A febbraio la Pastorale Migranti della Diocesi ha proposto a una giovane coppia, che si era resa disponibile per il progetto ‘Rifugio diffuso’, di accoglierlo. In questa famiglia il giovane si è integrato bene. Marito e moglie lo hanno anche aiutato a rendersi autonomo, donandogli una bici pieghevole, per facilitarlo a raggiungere il posto da apprendista. Il giovane ogni giorno prende il treno per arrivare a Torino e porta con sé la bici. Pochi giorni fa è stato fermato alla Stazione di Porta Nuova. Ha raccontato:

«Avevo qualche minuto per chiedere un’informazione sugli abbonamenti all’ufficio Gtt. Sono entrato, lasciando la bici fuori. Ho chiesto a un ragazzo di guardarmela, quando sono uscito il ragazzo se n’era andato, ma aveva passato la consegna a una ragazza. Mancavano cinque minuti alla partenza del treno, ho preso in fretta la bici e sono andato verso il binario».

A quel punto il ragazzo è stato bloccato:

«Erano in tre, tre agenti. Mi hanno preso la bici e bloccato le braccia. Mi hanno detto “Di chi è? Non è tua”. Poi, mi hanno trascinato all’ufficio Gtt».

Lì, una serie di interrogativi:

«Hanno domandato di chi era la bicicletta, se fosse stata rubata a qualcuno. Credo che se fossi stato un ragazzo bianco, mi avrebbero chiesto i  documenti, magari lo scontrino della bici. Hanno tutto il diritto di controllare, è il loro lavoro. Ma di fronte a tutti mi hanno trattato come se avessi ammazzato qualcuno. Io li pregavo di telefonare ad Anna, la signora da cui abito. Al Gtt ci guardavano, nessuno ha detto niente. Allora mi hanno lasciato andare».

«Il pregiudizio non può arrivare al punto che un ragazzo con la pelle nera non possa avere una bella bici e che non possa mettersi a correre per prendere il treno», ha commentato Anna (nome di fantasia).

(Foto: ANSA / CLAUDIA TOMATIS)