Il blitz di Rosy Bindi nella stanza blindata di Riina: «Può restare in carcere»

di Gianmichele Laino | 14/06/2017

Totò Riina

Chi ha avuto modo di parlare con il presidente della Commissione Antimafia Rosy Bindi è riuscito a raccogliere dettagli sul suo incontro con il capo di cosa nostra Totò Riina. Nell’ospedale Maggiore di Parma, dove al momento è detenuto in una stanza blindata, il boss mafioso accoglie Bindi, Claudio Fava e Luigi Gaetti in silenzio.

LEGGI ANCHE: «Ecco la sentenza della Corte di Cassazione su Totò Riina | GALLERY»

LA VISITA DI ROSY BINDI A TOTÒ RIINA

La sua cella è spaziosa, ha un bagno privato perfettamente accessibile ai disabili. Lui, dalla sua sedia a rotelle, osserva. Le condizioni di salute sembrano in netto miglioramento: Riina è tornato ad alimentarsi da solo. In più, è costantemente monitorato dall’equipe medica, che – anche più volte nell’arco della giornata – verifica i suoi parametri vitali.

Inoltre, Riina continua a scrivere lettere ai familiari, a decidere chi incontrare e quando (di recente ha negato una visita al proprio figlio), a parlare con infermieri e poliziotti. Insomma, non sembra affatto un malato in punto di morte. «Riina era e rimane il capo di cosa nostra – ha chiarito la Bindi al termine dell’ispezione -. Ha continuato persino a partecipare alle udienze che lo riguardano, mantenendo sempre la sua lucidità».

Altro che scarcerazione, insomma. Per i medici dell’ospedale Maggiore, potrebbe addirittura rientrare in cella, nel carcere di Parma. «Il Riina – ha continuato la Bindi – si trova in una condizione di cura e assistenza continue che sono identiche, se non addirittura superiori, a quelle di cui potrebbe godere in stato di libertà o ai domiciliari».

Intanto, sono partiti i lavori di adeguamento della sua cella parmense: il bagno, infatti, era troppo piccolo e non risulterebbe adatto a una persona in carrozzella. Un ostacolo che, con qualche attenzione in più, potrà essere facilmente aggirabile: «Riina ha una vita dignitosa e, quando avverrà, avrà anche una morte dignitosa – chiude la Bindi -. A meno che non si voglia postulare un diritto a morire fuori dal carcere che però non è previsto dalle leggi vigenti». Una stoccata alla Cassazione e alla sua sentenza di qualche giorno fa.