Perché Anis Amri, il tunisino ricercato per la strage di Berlino, è riuscito a scappare dall’espulsione in Italia?

di Redazione | 22/12/2016

anis amri

C’è un elemento, forte, che rischia di far entrare la strage di Berlino nell’agenda politica italiana: Anis Amri, il tunisino ricercato, è stato 4 anni in carcere in Italia. Precisamente dal 2011 al 2015. Dopo aver scontato la pena ha ricevuto un provvedimento di espulsione dal nostro paese. Peccato però che Anis abbia raggiunto la Germania e non sia tornato in Tunisia. Cosa è successo?

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A spiegare meglio la situazione caotica italiana è oggi un articolo del Mattino a firma di Francesco Pacifico:

L’’uomo, un tunisino di 24 anni, sarebbe entrato illegalmente in Europa sbarcando in Italia e avrebbe fatto perdere le sue tracce dopo che la Repubblica federale tedesca gli avrebbe negato il permesso di soggiorno per motivi umanitari. E in attesa di conferme queste poche informazioni bastano a rilanciare l’’assunto (mai dimostrato) che lega accoglienza a terrorismo e le responsabilità di Paesi colabrodo come Italia e Grecia nel respingere i migranti potenzialmente più pericolosi.
Nella storia di Amri s’intravedono tutti i buchi della legislazione europea e tutti i limiti del sistema sul versante della gestione dei profughi: Amri sarebbe sbarcato in Italia nel 2011, ai primi controlli avrebbe detto di essere minorenne non accompagnato dai genitori, status che rende più difficili i rimpatri e impone al nostro Stato di concedere una tutela. Quindi, come altri clandestini, si è messo in viaggio per la Germania – Paese dove le forze dell’’ordine l’avrebbero fermato e avrebbero scoperto i suoi rapporti con un imam radicale. Ha chiesto l’asilo, ma gli è stato negato perché non proviene da un Paese in guerra. Il che non ha facilitato la sua espulsione perché la Tunisia non ha mai confermato la sua identità.
Le norme che dovrebbero regolare la concessione dello status di rifugiati o i permessi di lavoro sono di difficile applicazione. E non aiutano in questa direzione la crisi economica, la richiesta di sicurezza da parte dei cittadini e la mancanza di strumenti di controllo. A maggior ragione in Italia dove gli extracomunitari, di fatto, non hanno alcun modo di entrare regolarmente nel nostro Paese: o aderiscono al decreto flussi (che però è ormai una sanatoria mascherata per chi è già da noi) oppure passano il confine e una volta nel nostro territorio fanno richiesta di asilo. Ma non tutti possono farlo.

Le cose si complicano quando chi arriva qui è sprovvisto di documenti:

Il grosso dei migranti arriva, non a caso, senza documenti. Magari proviene da Paesi dove non esistono sistema di anagrafe o casellari giudiziari adeguati. Proprio per questo il Viminale tende a dare l’’asilo soltanto agli abitanti di Paesi in guerra. L’’istruttoria della pratica dura anche due anni, ma due mesi dopo l’’avvio della procedura il profugo ottiene un permesso di soggiorno provvisorio, l’’assistenza sanitaria, il diritto per i minori a frequentare la scuola e la possibilità di poter lavorare. Soltanto quando c’’è il rischio di fuga è previsto il trattenimento in una struttura pubblica. Altrimenti, se non si ha un luogo dove risiedere, c’’è l’’accesso allo Spar (il sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati), o in caso contrario, in una Cara (centri di accoglienza per richiedenti asilo). Ma non sempre queste realtà hanno posti letto sufficienti per tutti (soltanto nell’’ultima manovra finanziaria i fondi sono saliti a 2 miliardi) e poi non sono controllati. Fuggire da qui è facilissimo.
Se non bastasse le commissioni territoriali respingono sei richieste d’’asilo su dieci. In teoria si può presentare ricorso sia in Appello sia in Cassazione, ma soltanto una metà lo fanno: vuoi per mancanza di soldi o di tempo, vuoi perché non tutti hanno le carte in regole per restare. Così per l’’Italia girano 50mila persone, i cosiddetti “dinieghi”, che dopo essersi visti rifiutare la richiesta d’’asilo, si danno alla macchia. In teoria dovrebbero riacciuffarli le forze dell’ordine, in pratica mancano i soldi o accordi bilaterali con i Paesi di provenienza per rimandarli a casa. Risultato? Ci sono cinquantamila fantasmi che spesso finiscono preda della criminalità, che li assolda e li sfrutta.
Se non bastasse la macchina è inceppata anche perché quasi tutti gli Stati europei hanno disatteso le intese firmate a livello europeo per i cosiddetti ricollocamenti dei gli stranieri approdati sulle coste italiane.