SLAM tutto per una ragazza
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TFF 34: SLAM Tutto per una ragazza, il teen movie sulla tavola da skateboard

SLAM TUTTO PER UNA RAGAZZA –

A volte le produzioni italiane sanno stupirti, come accade per Slam Tutto per una ragazza. Anzi no, perché la premiata ditta Giuliano-Cima, a cercare gli adolescenti ci prova da parecchio, con Salvatores, Cotroneo e ora Molaioli, a far qualcosa di diverso. La Indigo è l’unica casa di produzione che ha deciso di non appaltare agli americani l’immaginario cinematografico degli adolescenti, dei maggiori fruitori della produzione culturale – già, sono loro a comprare più libri e ad andare di più al cinema – e che prova a parlar loro con la stessa lingua, sulla stessa frequenza. Un esperimento interessante e ancora in divenire, che vede Slam Tutto per una ragazza come terza tappa di questo viaggio. Che trova in Universal il suo distributore (dal 23 marzo, nelle sale italiane)

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SLAM TUTTO PER UNA RAGAZZA TRAMA E CAST –

Samuele (Ludovico Tersigni), detto Sam, è uno skater, ha 16 anni e tutta la vita davanti. E’ figlio di Antonella, una splendida, radiosa e divertita Jasmine Trinca, capace di consegnare una leggerezza pensante a questa giovane madre. E di un Luca Marinelli istrione e politicamente scorretto. Incontra una ragazza bene di Roma Nord, Alice (Barbara Ramella), bellissima e libera, e pensa che tutto va per il verso giusto. Ma la vita lo porrà di fronte a una prova speciale, più di un track con lo skate. E noi vediamo tutti, non solo quei due ragazzi, affrontarla. Tra evoluzioni acrobatiche su una tavola, viaggi nel tempo e colpi di scena.

SLAM TUTTO PER UNA RAGAZZA –

A tirare le fila di questo film è Andrea Molaioli, già aiuto regista di Nanni Moretti e da anni autore di primo piano, capace di un noir delicato e potente come La ragazza del lago, di un indagine sul lato oscuro dell’economia e del potere come Il gioiellino e ora di un’opera terza che è un teen movie che da lui davvero non ti aspetti. “Dal mio punto di vista è stato semplice – racconta -, quando ho letto il romanzo di Nick Hornby (Tutto per una ragazza, ed. Guanda) ho capito che ero su una strada maestra da poter seguire. Lui è stato subito disponibile a tutto, siamo stati liberi Bruni, Rampoldi ed io nell’adattamento. Quello che il romanzo raccontava emotivamente, tono compreso, abbiamo cercato di trasferirlo nello script come nel film”. Certo, facile non è stato, a partire dal casting: dai giovani protagonisti a Tony Hawk, il Maradona dello skate mondiale, come voce narrante molto particolare. “Trovare i due adolescenti non è stato facile, volevamo che portassero se stessi, la loro forza, la loro emotività. Abbiamo fatto tanti provini, mi interessava il talento ma anche la sostanza umana, volevo che dessero autenticità ai loro personaggi. Così con Ludovico e Barbara abbiamo fatto tanto lavoro di ricerca e di formazione”. Lo conferma il protagonista maschile. “Non mi sono concentrato sul fare colpo su Molaioli, ho cercato di seguire i suoi consigli, capendoli prima di “obbedire”. Ai provini è successo spesso che parlassimo molto più che cesellare l’interpretazione in quanto tale. Ho cercato di comprendere a fondo la situazione, la storia per poi trovare una chiave di lettura in un continuo confronto con lui. E’ stato un lavoro impegnativo, ma anche colorato, vivace”. Barbara gli fa eco con entusiasmo. “La preparazione in sé è stata una scuola, per costruire i personaggi insieme. Per me è stato bellissimo imparare da Andrea, così come crescere insieme a Ludovico, anche nello scoprire noi stessi in questo lavoro”. Fondamentale l’umanità e la professionalità di Jasmine Trinca, come confessa il cineasta. “Prima dei ragazzi c’era Jasmine, la sua presenza e il suo talento, oltre che la sua ricchissima testa. L’ho molto utilizzata nella selezione dei ragazzi, è stata una spalla, anzi è poco, un supporto e una consigliera. Il fatto che ci fosse è stato determinante”. I due si conoscono da sempre: nel liceo in cui la scoprì Moretti, andò proprio lui per primo a “scremare”. Da lì è nata un’amicizia salda e preziosa, “fatta anche molto di ironia e sarcasmo” confessa sorridendo un’attrice che qui scopriamo in un tono leggero, da commedia sentimentale, che le sta benissimo. Quasi quanto il vestito con cui ha inaugurato il festival, da madrina. “Intanto ci tengo a dire che è un fantasy il fatto che io diventi nonna, in questo film. Scherzi a parte, mi piaceva l’idea di ridurre la distanza tra generazioni, togliere tra genitore e figlio la gerarchia anagrafica che spesso c’è e blocca il rapporto. I genitori devono essere indicanti, non giudicanti: far conoscere ai propri figli fragilità e debolezze serve a prepararli alla vita. L’umanità e la fallibilità non scoraggiano se conosciute con serenità. Se hanno idee di noi molto più umane, forse soffrono anche meno il confronto e gli ostacoli”. Una piccola lezione di vita, che fa capire la forte motivazione nel fare un film che le consente di mostrare un registro interpretativo diverso. “Per qualche strano motivo c’è questo fraintendimento su di me, sulla mia eccessiva serietà. Volevo mostrare tutto il mio essere diversa, leggera. C’è una grande complicità tra me e Andrea, ironia e sarcasmo, amavo essere una madre umana, non necessariamente complice, ma che permette al figlio di poterle consegnare qualcosa. “Ho paura di dirlo ai miei” è una frase che non dovrebbe esistere”.

Fondamentale è stato anche incontrare una cultura indipendente e underground sconosciuta e affascinante. “Non ero molto ferrato nella cultura degli skaters – confessa il regista – ma mi ci sono calato volentieri e con interesse. Ho provato a conoscere gli skaters e anche di coinvolgerli. Non volevamo saccheggiare un mondo, lasciando macerie, ma conoscerlo. Esistono solo due skate park a Roma, di cui uno solo pubblico, il nostro. Era abbandonato a se stesso, curato solo dai ragazzi che lo frequentavano. E tra le scelte che abbiamo fatto, una è stata Lepre (il migliore amico di Sam, nel film), espressione di quella scena culturale. Con lui abbiamo voluto aderire a quel mondo”. Tanto che, seguendo il loro progetto, hanno voluto riqualificare con degli sponsor quell’area, completare dei lavori che non erano neanche stati finiti, “volevamo rimanesse qualcosa a quei ragazzi”, come sottolinea la produttrice Francesca Cima. Con Tersigni, Molaioli rileva come volessimo riportare sullo schermo “la loro filosofia forte, perché fare skate vuol dire cadere, farsi male, faticare molto per un obiettivo senza arrendersi quando fallisci. Già solo questo semplice elemento rendeva speciale la storia, era un’ispirazione forte”. Un buon viatico per raccontare un’età “che mi incuriosisce da tempo, l’adolescenza, con quel suo carico di entusiasmo e angoscia per il futuro, eccitazione e preoccupazione. E volevo ragazzi normali, non gravati da situazioni eccezionali di difficoltà sociali o personali, come droga o delinquenza. Non ho i mezzi di indagine o statistica socioantropologica per capire quali siano i desideri demografici degli adolescenti, a me interessava la possibilità di vedere dei ragazzi come reagiscono di fronte a un futuro nero e come cerchino, anche nelle mille difficoltà, di trovare una risposta non avvilita. Al di là dell’apatia che noi gli consegnamo, spesso sbagliando”.

Se si riconosceranno, lo scopriremo il 23 marzo, quando il film uscirà nelle sale italiane.