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Attentato Bruxelles, i racconti dei sopravvissuti: «Quel sangue poteva essere il mio»

«Sembrava una guerra». È una frase frequente nelle testimonianze dei passeggeri presenti ieri all’aeroporto di Zaventem e alla metro di Maelbeek, i luoghi degli attentati di Bruxelles. Il Corriere della Sera ne ha raccolte alcune in un articolo a firma di Marco Semenzato. Il racconto di un medico, ad esempio:

«La gente urlava, piangeva, c’erano molti feriti. Ho visto una bambina ustionata, con i capelli bruciati, uno dei miei colleghi la teneva in braccio. C’era anche una neonata, non credo che fosse ferita. Nel frattempo sono cominciate ad arrivare le ambulanze, abbiamo dato una mano, perché all’inizio erano in pochi».

 

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Un ragazzo, a Bruxelles per uno stage, invece:

«Ho visto una trentina di persone uscire di cosa. Ho pensato per un attimo a uno scherzo di cattivo gusto, poi ho capito. Erano coperte di sangue, con gli abiti e il corpo carichi di detriti. Ho aiutato una ragazza spagnola che voleva chiamare casa e un inglese. C’era un’altra ragazza di fianco a me, aveva ustioni e sul viso la mascherina dell’ossigeno. Stava cercando il telefonino. L’ho aiutata e ho visto che sul cellulare c’era una scritta in arabo. Il terrore non fa distinzioni».

Una coppia di ristoratori:

«Siamo arrivati poco dopo le 9 per aprire e abbiamo visto una persona a terra sanguinante. Dalla fermata della metropolitana usciva fumo e tutti correvano in direzione opposta».

E ancora:

«Le ambulanze e i mezzi della polizia continuavano ad andare e venire. Scene di guerra, abbiamo provato una grande paura».

Un giornalista:

«Ero in transito al terminal A quando all’improvviso ho visto un sacco di gente che si alzava e correva in preda alla paura, abbandonando borse e bagagli. Ho capito subito che eravamo sotto attacco. Poco dopo gli altoparlanti hanno annunciato l’evacuazione».

Sulla Stampa, intanto, in un articolo di Marco Bresolin spunta il racconto di due giovani di 16 e 17 anni, Antoine e Alan, e di altri sopravvissuti:

Quando mancano due minuti alle 8, il primo boato. Tra il banco della Bruxelles Airlines e quello dell’American Airlines, il numero 8 e il 10. «Ho sentito alcune urla in arabo – racconta Alfonse Youla, addetto alla sicurezza dei bagagli – poi un’enorme deflagrazione». Anthony Deloos, che lavora per Swissport si nasconde dietro il tapis-roulant dei bagagli. Sangue, polvere, urla. È già un disastro. Ma Antoine e Alain sono troppo lontani, «sembrava solo un vetro rotto». Passa un minuto, forse due. La seconda deflagrazione la sentono anche loro: «Era molto più forte, o forse solo più vicina». Si nascondono sotto i tavoli. Adamo sente la terra tremare sotto i suoi piedi: «Ho pensato al terremoto». Nella hall dell’aeroporto è il panico. I quadrati bianchi e neri del controsoffitto vengono giù come tessere di un mosaico. Ovunque c’è polvere, fumo, vetro. E sangue. Cédric, lo stagista 20enne, rimane paralizzato davanti a una hostess con il volto tutto rosso: «In quel momento ho pensato al ritardo del mio treno. Pochi secondi e quel sangue poteva essere il mio».