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WAX, la vera storia dentro (e dietro) l’on the road della generazione dimenticata

«Avevo 32 anni e le avevo provate tutte». Inizia così il racconto di Lorenzo Corvino, regista di WAX. Lorenzo si siede sulla poltrona del suo studio, dove fino a qualche mese prima era rimasto troppo a lungo per supervisionare le fasi di post-produzione del suo film. Si accarezza la barba curatissima e inizia la sua storia, come rapito dal suo stesso flusso di coscienza.
«Negli ultimi sei anni avevo lavorato su venticinque set, sono stato assistente alla regia volontario, assistente alla regia, planner, assistente di produzione… se avessi avuto la patente avrei fatto anche il runner» ricorda sorridendo. «L’unico modo che avevo per entrare in contatto con le produzioni era quella di propormi come operatore backstage, girando i “dietro le quinte” per i contenuti speciali dei DVD».

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Era un’opportunità per stare sul set, lavorare gratis in cambio dell’“ospitalità”. Un’ospitalità preziosa che permetteva a Corvino di stare accanto a troupe e registi, per rubare con gli occhi i trucchi del mestiere. Quei trucchi che, dopo anni di studio, in fondo già conosceva, ma voleva comunque percorrere tutte le tappe della gerarchia arcigna del mondo del cinema. «Non chiedevo di essere pagato, mi bastava imparare, capivo le regole del gioco e mi andava bene così».

Poi arrivò il 2011 e con l’anno nuovo Lorenzo iniziò a chiedersi cosa stesse facendo della sua vita. Quei venticinque set in sei anni non avevano mai fruttato più di seimila euro l’anno, certo, ne guadagnava in esperienza, ma oggigiorno l’esperienza non è vista di buon occhio. «Più diventavo qualificato meno soldi avevo» riflette oggi, ripensando a quel sentimento che lo aveva accompagnato in passato. Poi, finalmente, arrivò un’opportunità.

L’OPPORTUNITÀ

L’opportunità tanto attesa si era manifestata sotto forma di uno spot pubblicitario, interamente affidato al giovane, ma neanche troppo, regista esordiente. Ma le occasioni non sono mai gratuite. Con la voglia di dare il tutto per tutto per dimostrare “quello che vali” arrivò anche la sudditanza psicologica di dover fare tutto da solo e la paura di non essere all’altezza, ma presto quei timori si trasformarono nella spinta che lo ha portato, a distanza di anni, a sedere su “quella poltrona”. «Dovevamo girare uno spot per un’autovettura, la chiave era quella di far apparire il prodotto come “lusso accessibile”, quindi scegliemmo Montecarlo e partimmo». Partirono in tre: regista, operatore e casting, con una macchina per ufficio. «Finalmente potevamo essere padroni del nostro destino» spiega Lorenzo che vedeva finalmente i primi frutti di una lunga gavetta.

L’IMPREVISTO

Era il secondo di tre giorni di riprese quando arrivò una telefonata che cambiò tutto. Il cliente aveva annullato lo spot. «Tre mesi di lavoro, speranze e desideri crollarono per l’ennesima volta». Non c’era più nessuno spot, nessuna possibilità per dimostrare che anche se non sei figlio d’arte puoi farti strada da solo.

Lorenzo e colleghi ancora una volta venivano stritolati dal ricatto per cui se volevano essere pagati avrebbero dovuto accettare il lavoro successivo. «Non c’è nulla di illegale in tutto questo – spiega Corvino – non sono stato frodato, ma mi trovavo in quel tipo di situazione di pressing psicologico che si muove in una zona grigia di scacco morale». Aveva investito tutti i suoi sogni in un progetto che una telefonata aveva appena mandato in fumo.

«Lavori a testa bassa e ti ritrovi in un limbo da cui non sai come uscirne. “Accetta questo lavoro e ti pago il precedente” – mi dicevano – “Intanto accontentati di questo, poi ci saranno altre occasioni”». In un continuo inseguimento di qualcosa che più sembrava vicina più si allontanava.

IL CELLULARE

C’è qualcosa però, che abbiamo tralasciato nel nostro racconto. Dal primo giorno, fino all’ultimo, Lorenzo aveva ripreso tutto. Così come era abituato a fare nei backstage dei set altrui con il suo smartphone aveva documentato tutto quello che gli accadeva intorno, comprese le emozioni, i sentimenti, la delusione e tutta la rabbia. «Guardando questo materiale mi accorsi che nelle centinaia di clip girate c’era una linea narrativa e che un’altra storia stava prendendo vita». Una storia, decisamente più bella, era nata sotto gli occhi dei ragazzi impegnati a guardare altrove. WAX è il film nato da quella storia, è il racconto di una generazione, di chi si sente profugo e senza punti di riferimento, né in patria, né all’estero.

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