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Stepchild adoption, la lettera di una “famiglia con due mamme”

«Io e la mia compagna, con la nostra bimba, che già da qualche anno ci chiede perché non possiamo sposarci, non usufruiremo di una legge a metà, più calunniosa (perdonatemi l’intemperanza) di una non legge». Si conclude così la lettera di una mamma di una famiglia omogenitoriale pubblicata oggi sulla Stampa di Torino e rivolta ai politici che in queste settimane si trovano a decidere su unioni civili e stepchild adoption.

 

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FAMIGLIA CON DUE MAMME, NO ALLE DISCRIMINAZIONI

Simona, questo il nome della donna, auspica un via libera alle adozioni del figlio naturale del partner, scelta che eviterebbe discriminazioni come quelle già vissute nei decenni scorsi:

Inizio a scrivere d’impulso dopo che la nostra piccola (non più tanto piccola, ha otto anni) si è rivolta alla mia compagna chiamandola come sempre «mamma» per mostrarle un disegno. Si sa, a volte, gli impulsi prendono forma nei momenti più inaspettati… Non desidero che le mie parole siano polemiche o provocatorie, ma piuttosto mi auguro che stimolino a una comunicazione. Prima di noi ci sono state ad esempio le famiglie con un bambino portatore di handicap. Ci sono anche adesso ma, quando io andavo a scuola, non c’era la possibilità di far frequentare le scuole pubbliche a un bambino con una disabilità. Si diventava quindi una famiglia di serie B, con un figlio non riconosciuto pienamente dalla società, perché non visto. Era un altro tipo di non riconoscimento, è vero, ma pur sempre un’assenza di riconoscimento dell’umanità che ci attraversa perché esseri umani, al di là di tutto. Prima ancora ci sono stati i neri, che non potevano salire sullo stesso autobus dei bianchi, e così via. Qual è la difficoltà? È difficile pensare che i bambini che vivono all’interno di una coppia omosessuale siano stati concepiti dalla natura di questo incontro tra due persone? Perché, se io non avessi incontrato la mia attuale compagna, non avrei probabilmente mai concepito la nostra bimba.

FAMIGLIA CON DUE MAMME, VOGLIA DI NORMALITÀ

Simona spiega che all’idea di un affido speciale fino ai 18 anni ci si sente «offesi, calpestati, violati nell’intimità ancor più che non riconosciuti». «Allora – dice – si preferisce rimanere di serie B, non essere riconosciuti nemmeno come nucleo familiare». In realtà «può esserci sempre normalità»:

Ci può essere normalità con un figlio diversamente abile, in un legame affettivo omosessuale, con due madri, con due padri, con due nonni, con una cultura «altra», con odori diversi, con profumi diversi, con una storia che non è la mia. Negli altri posso incontrarmi, e questa preziosa opportunità la perdiamo ogni volta che pensiamo di considerare gli altri di una diversità inconciliabile con noi, con diversi doveri, diversi diritti.

(Foto di copertina: LOUISA GOULIAMAKI / AFP / Getty Images)