Quei Parchi nazionali lasciati senza guida

di Redazione | 07/01/2016

PArchi nazionali Gran Sasso

Non c’è soltanto la minaccia del cemento. Sul destino dei maggiori parchi italiani c’è l’ombra di potentati locali e degli “abusivi”, come spiega il Fatto Quotidiano in un’inchiesta di Giampiero Calapà e Ferruccio Sansa. Di fatto, gran parte delle riserve nazionali sono a “rischio estinizione”. Il motivo? Le più importanti aree verdi italiane, “polmoni” nazionali e simbolo della tutela dell’ambiente, sono ormai da troppo tempo senza guida, commissariate o affidate a chi non ha le competenze o i titoli per amministrarle.

(Photocredit: Ansa)

QUEI PARCHI NAZIONALI LASCIATI SENZA GUIDA

Non sono pochi i casi dei parchi nazionali “precari”. Ben 12 su 24, il 50 per cento: dal Cilento al Vesuvio fino al parco della Sila sono affidati da quasi due anni a un commissario, in quelli dell’Alta Murgia e delle Cinque Terre manca anche il consiglio direttivo. Nel Parco della Majella e del Pollino, fino a quelli del Gargano e dell’Appennino Lucano mancano pure i direttori. I compiti sono affidati, come spiega il quotidiano diretto da Marco Travaglio, a facenti funzioni che non hanno nemmeno i titoli necessari. Ma quali sono le conseguenze dirette?

“Senza i vertici, i parchi non possono intraprendere azioni di ampio respiro. Agire nel pieno dei loro poteri. Un danno non soltanto per centinaia di specie animali e vegetali che vivono nei territori protetti”, come spiega Stefano Lenzi, del Wwf. Che subito aggiunge: “Non è una questione solo ambientale. Ne risentono anche l’economia e il turismo che dai parchi traggono sostentamento. E soprattutto la legalità, perché le zone protette sono un presidio contro chi cerca di speculare sulle aree più belle e preziose del nostro Paese”. È il caso, per esempio, del parco del Vesuvio, un gioiello di tre settemila ettari in provincia di Napoli. Certo, i dépliant vi parleranno delle preziose specie presenti, dei falchi, dei rettili rari. Tutto vero, il parco serve anche a questo. Ma non solo: “L’area protetta – spiega Antonio Nicoletti, responsabile Aree Protette di Legambiente – protegge il territorio da camorra ed ecomafie”.

 

C’è anche il caso del parco nazionale del Gran Sasso e dei monti della Laga, il terzo per estensione del territorio nazionale. Oltre 141mila ettari senza un presidente, al momento. C’è il vicepresidente, Maurizio Pelosi, sindaco di Capitignano. Il suo superiore era Arturo Diaconale, giornalista e già direttore de L’Opinione delle Libertà (vicino al centrodestra). Una scelta che aveva scatenato non poche polemiche, ricorda il Fatto:

Un dirigente del parco, che preferisce rimanere anonimo, commenta: “Difficile dire che cosa c’entrasse un giornalista politico con un parco naturale. A parte che Diaconale era abruzzese, ma allora tanto valeva metterci l’altro abruzzese Bruno Vespa che almeno aveva un cognome più legato alla fauna”. Intanto Diaconale è passato al cda della Rai, dai parchi alla tv. E una realtà complessa come il Gran Sasso è ora affidata al sindaco di un piccolo Comune di 700 abitanti. “Che sarà pure persona degna – commenta il dirigente –ma chissà cosa ne sa di gestione di aree protette”.

Secondo le denunce delle associazioni ambientaliste e di Legambiente le nuove nomine slittano perché, più che alle competenze, si pensa alle nomine dei responsabili attraverso una logica da “manuale Cencelli”: «Per ragioni politiche, non ambientali. Si aspetta il trombato di turno cui dare una poltrona. Ma sulla Sila e il Vesuvio bisogna fare presto». Senza dimenticare quei parchi divisi senza alcuna ragione logica, come lo Stelvio. Spiega il Fatto:

Uno dei primi, con i suoi 80 anni di vita. Una risorsa ambientale e turistica insostituibile per Lombardia (il 49% del territorio si trova in questa regione) e per le province di Trento e Bolzano. Luigi Casanova, che con Mountain Wilderness, movimento ambientalista, da anni si batte per difendere le montagne, commenta: “Per la prima volta un parco nazionale viene spezzato in tre realtà provinciali e regionali mentre in tutta Europa il processo è opposto: si allargano confini e si istituiscono nuove aree protette”. Ma perché questa operazione? Mountain Wilderness ha pochi dubbi: “Viene spacciata come una novità solo gestionale e portatrice di efficienza in realtà porterà le singole amministrazioni a ragionare secondo interessi localistici”. E magari produrrà altre poltrone se verrà confermata la nuova organizzazione di cui parla Casanova: “Dovrebbero istituire un comitato di coordinamento: otto soggetti, sei dei quali rappresentanti del mondo locale, Comuni e Province, un rappresentante delle associazioni ambientaliste, uno del ministero dell’Ambiente. La rappresentanza scientifica è cancellata”.

 

Nella Liguria di Giovanni Toti, poi, a minacciare i parchi è anche il Piano Casa, che sarà applicabile anche a questi. Tutto mentre il monte di Portofino, precisano Calapà e Sansa:

Secondo Legambiente ogni metro quadrato conquistato dal cemento varrà 12 mila euro. Del resto Toti lo ha detto chiaro e tondo: “Le aree vincolate in Liguria sono troppe, non tutte degne di tutela… Scardiniamo una lunga serie di folli lacci e lacciuoli che avevano sterilizzato un settore”. Quale? L’edilizia. Non il turismo e l’ambiente che valgono il 20 % del pil regionale.