Mattarella
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Cos’ha detto Sergio Mattarella al Messaggero

Sergio Mattarella dialoga con il direttore del Messaggero, Virman Cusenza, in una lunghissima intervista che va a toccare praticamente tutti i temi dell’attualità politica internazionale, il terrorismo, la lotta contro i jihadisti dell’Isis e anche la situazione italiana, con la totale paralisi del Parlamento che non riesce ad eleggere i giudici della Corte Costituzionale per i veti incrociati fra le forze politiche.

SERGIO MATTARELLA AL MESSAGGERO: «L’ISIS SI PUÒ BATTERE»

Secondo Sergio Mattarella, l’Isis si può battere. A patto che si lavori su più piani.

«Non è possibile chiudersi in casa o rinunziare a vivere con pienezza: sarebbe anche un errore e un successo dei terroristi. Inoltre costoro, vedendo che riescono a condizionare i nostri comportamenti, potrebbero sentirsi indotti a moltiplicare gli attentati. Le nostre Forze di Polizia e i nostri servizi di intelligence stanno svolgendo un buon lavoro, serio e accurato, per garantire la sicurezza dei nostri concittadini e dei turisti e dei pellegrini che vengono in Italia. Dobbiamo aiutarli evitando che si creino tensioni o sacche di emarginazione che potrebbero aumentare i rischi».

La posizione del governo di Matteo Renzi è pienamente condivisa col Quirinale: d’altronde, dice il Capo dello Stato, l’Italia è già estremamente impegnata nello scenario internazionale con più missioni anche a comando italiano.

Piuttosto interessante l’elenco riportato dal Capo dello Stato, che fa il punto sull’impegno militare del nostro paese con l’appello, uomo per uomo, delle forze militari italiane impegnate nei vari scenari.

In quanto comandante supremo delle Forze Armate, qual è la sua opinione sull’intervento militare anti Isis in corso in Siria e in Iraq?
«L’azione per sconfiggere Daesh, il cosiddetto Isis, va condotta su più piani. E’ importante quello culturale. Non dimentichiamo che il reclutamento, nelle città d’Europa, avviene mediante la predicazione, diretta e soprattutto via web: dobbiamo contrapporre a questa predicazione argomenti e indicazioni che facciano comprendere a giovani che ne sono destinatari quanto sia preferibile vivere nella tolleranza, nel rispetto degli altri, nella convivenza in pace. Naturalmente è necessaria un’azione di polizia che garantisca, in maniera efficace, prevenzione e repressione: di fronte alla gravità del pericolo occorre disporre di strumenti adeguati, e sia in Italia che nell’Unione Europea ne sono stati apprestati. Quel che andrebbe assicurato in misura molto maggiore è una piena collaborazione dei servizi di intelligence dei vari Paesi: la tentazione di tenere le informazioni per sé è tradizionalmente molto forte ma il vantaggio che ciascun paese otterrebbe dal conoscere le informazioni di tutti gli altri sul terrorismo sarebbe di gran lunga più conveniente ed efficace. Infine, ma non per ultima, è certamente necessaria una risposta militare per annullare le basi di leadership e organizzative del terrorismo. L’Italia lo sta facendo da tempo, in tanti teatri di operazione».

Il premier Renzi ha ripetutamente affermato che il nostro Paese non parteciperà direttamente ai raid: non c’è il rischio che l’Italia con questa posizione si autoemargini sulla scena internazionale?
«Non ne vedo le condizioni. Nelle due riunioni di quest’anno del Consiglio Supremo di Difesa abbiamo attentamente esaminato le situazioni di crisi e la linea espressa dal governo è pienamente in linea con quanto valutato in quella sede. Ma credo che sia utile ricordare alcuni dati di fatto. L’Italia è presente con quasi settecento militari in Iraq, secondo contingente dopo quello Usa, nel teatro anti Daesh: quattrocento sono dell’Aeronautica e fanno, da oltre un anno, con quattro tornado ricognitori e un aereo rifornitore, quel che la Germania, nei giorni scorsi, ha opportunamente deciso di iniziare a fare. Altri duecento militari sono impegnati a Erbil come addestratori di peshmerga curdi e ottanta addestrano forze di polizia irachene. Siamo, inoltre, presenti in Afghanistan, dove pure si fronteggiano fondamentalisti legati ad Al Qaeda, con ottocentocinquanta militari: anche qui il secondo contingente dopo quello USA. Siamo presenti in Libano, con oltre millecento militari che, sotto bandiera ONU e con comando italiano, contribuiscono, in prima fila, a evitare che un Paese amico come il Libano, che già subisce gravi sofferenze e tensioni, divenga come la Siria o l’Iraq. Siamo presenti in Kossovo, con comando affidato all’Italia, con settecento militari, per evitare che le tensioni che vi permangono possano riesplodere e si tratta di un Paese dove, come è noto, affiorano da tempo venature di fondamentalismo e da dove sono partiti numerosi combattenti di Daesh verso Siria e Iraq. Abbiamo un contingente di un centinaio di addestratori in Somalia per aiutare il governo di quel Paese, tradizionalmente legato all’Italia, a controllare il suo territorio in cui è presente un pericoloso movimento di terrorismo fondamentalista. La nostra Marina militare sta svolgendo un prezioso lavoro, apprezzato dalla comunità internazionale, nei mari del Corno d’Africa, nella missione contro la pirateria che, sotto comando italiano, sta debellando quel fenomeno che ha allarmato per anni. È appena il caso di ricordare quel che la Marina sta facendo nel Mediterraneo da alcuni anni per salvare vite e contrastare i trafficanti di esseri umani, che potrebbero verosimilmente avere collegamenti almeno in parte a movimenti terroristici. Tutto si può dire tranne che l’Italia sia chiusa in se stessa, che non collabori o che si emargini: va detto, piuttosto, con soddisfazione, che alcuni Paesi hanno opportunamente deciso, oggi, di intensificare o addirittura di avviare la loro azione. Ma l’Italia lo fa, con grande sforzo, da anni: non è un caso che ben quattro missioni internazionali siano sotto comando italiano».

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Il vero impegno del nostro paese sarà sul fronte diplomatico, con l’apertura della conferenza di Roma sulla Libia.

L’Italia potrebbe invece giocare un ruolo-chiave nella pacificazione della Libia, vista anche la Conferenza internazionale che si apre a Roma domenica 13 dicembre?
«L’iniziativa di svolgere a Roma una conferenza internazionale sulla Libia è quanto mai opportuna. Si tratta di un Paese cui siamo legati da molte ragioni e che è nostro vicino, dirimpettaio nel Mediterraneo. Da tempo siamo impegnati per contribuire a una buona soluzione pacifica delle divisioni e delle contrapposizioni armate in Libia. Abbiamo collaborato fino in fondo con l’inviato dell’Onu Léon e collaboriamo con il suo successore. Sappiamo, naturalmente, che la soluzione è soprattutto nelle mani dei libici, cui non può essere né assegnata né, tanto meno, imposta da alcuno. Una volta che, speriamo molto presto, si sia formato un governo libico di unità nazionale e questo ne faccia richiesta, la comunità internazionale avrà il dovere di aiutarlo e l’Italia, in quell’ambito, sarà la prima ad essere disponibile. Non sappiamo con quali modalità e in che misura. Si tratterà, comunque, di impegnarsi per aiutare quel popolo, nostro vicino e amico, a riprendere una vita più serena e in sicurezza, di crescita civile ed economica dopo anni di sofferenze. Dal ripristino di uno stato libico efficiente conseguirà la cancellazione di ogni tentativo di insediamento di Daesh nel suo territorio».

Mentre, tornando alle beghe di casa nostra, è preoccupante per il capo dello Stato che il Parlamento non si sia ancora risolto a nominare i giudici della Corte Costituzionale.

Il Parlamento non riesce da oltre un anno e mezzo ad eleggere i giudici della Corte Costituzionale. L’accordo politico tra i gruppi viene sistematicamente disatteso nel segreto delle urne. Qual è la sua valutazione, si è impoverito il ruolo del Parlamento?
«In passato si è verificato qualche caso di lungo ritardo nell’elezione di giudici della Corte ma si trattava di sostituire un solo giudice. Questa volta ne vanno eletti tre e il problema è molto più serio; e più grave. La mancanza di tre giudici incide molto sulla funzionalità della Corte Costituzionale e questo vuoto non può continuare. Inoltre, la Costituzione prevede una composizione articolata ed equilibrata della Corte: cinque scelti dal Parlamento, cinque dal Presidente della Repubblica, cinque dalle magistrature. La mancanza di oltre la metà dei giudici di una componente altera l’equilibrio voluto dai Costituenti e questa condizione aggiunge un ulteriore aspetto di gravità allo stallo che si registra. Non si tratta di impoverimento del Parlamento ma ogni passaggio a vuoto incide negativamente sulla sua autorevolezza e sulla valutazione della sua capacità di funzionamento».
Dal giorno della sua elezione al Quirinale è stato subito chiaro il modo diverso di intendere il suo ruolo rispetto al suo predecessore: pochi interventi su temi specifici. È corretto dire che dopo anni di emergenza politico-istituzionale è finita la supplenza del presidente della Repubblica?
«Ciascuna persona ha, naturalmente, il proprio carattere, il proprio modo di esprimersi, le proprie sensibilità. Io non ho mai pensato di dovermi distinguere dall’interpretazione del ruolo espressa da Giorgio Napolitano, la cui presidenza merita grande riconoscenza da parte degli italiani. Va detto, piuttosto, che mutano le condizioni che attraversano i periodi dei mandati presidenziali, che sono sempre volti ad assicurare il corretto funzionamento del sistema costituzionale evitando che questo possa incepparsi. Cambiano soprattutto le esigenze del Paese nelle stagioni che si susseguono: la priorità, oggi, a me appare quella di far riacquisire ai nostri concittadini un pieno ritrovamento del senso del vivere insieme, del sentirsi parte di un comune percorso sociale, di una comune prospettiva di sviluppo».

Foto: Getty Images