I Drone Papers rivelano i segreti dei droni di Obama

di Mazzetta | 21/10/2015

Con i «Drone Papers» The Intercept getta ulteriore luce sul programma americano di omicidi mirati condotti con l’uso dei droni. Le novità che provengono da documenti americani trapelati e poi pubblicati, attengono per lo più al riconoscimento della relativa efficacia della pratica da parte dei comandi americani, ma c’è anche l’autocertificazione di quelli che potrebbero essere considerati crimini di guerra.

I DRONI SONO CONTROPRODUCENTI –

Quello che emerge con forza della lettura dei Drone Papers pubblicati da The Intercept è la natura squisitamente politica e psicologica della campagna di omicidi mirati condotta dagli Stati Uniti e abbracciata con particolare entusiasmo dall’amministrazione Obama, anche dopo che Israele, vero campione della specialità in passato, vi ha rinunciato considerandola controproducente.  E controproducente è un aggettivo che aleggia di frequente anche nelle pagine dei documenti raccolti nei Drone Papers, dai quali emerge su tutto la tragica contabilità della pratica che dice che 9 persone su 10 uccise dai droni sono innocenti o vittime non volute.

I DRONI UCCIDONO SOPRATTUTTO INNOCENTI –

Non è una novità, questa valutazione supera di poco i conti più pessimistici ricavati in Pakistan, dove ci si era fermati al 75% di civili innocenti adottando il metodo di classificazione degli americani, per i quali ogni maschio adulto ucciso è un terrorista. In Pakistani i droni americani hanno ucciso circa 3.000 persone, in un paese nel quale sono stati in qualche modo autorizzati ad agire dal governo locale, quasi 500 in Yemen e altri ancora in Afghanistan e Somalia, il 90% dei quali sono un sacco di civili uccisi.

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GLI OMICIDI MIRATI MALE –

Un problema morale e legale enorme, perché se per uccidere un terrorista senza processo e sulla base d’informazioni frammentarie o della sola osservazione dall’alto, come nel caso dei signature strike, uccidi 9 civili, la pratica non può trovare giustificazione alcuna. Inoltre, se facendo affidamento su bombe «intelligenti» e valanghe di metadati uccidi per sbaglio 9 persone su dieci vuol dire che le bombe non sono tanto intelligenti e che le informazioni sono pessime. Né la sorveglianza di massa e l’analisi dei metadati, né l’humint, l’intelligence umana si sono dimostrate in grado di colmare il gap posto dall’assenza sul campo e da quel che pare di capire va bene così, perché dai documenti traspare chiaro che i bombardamenti con i droni sono soprattutto uno strumento di politica interna che serve a mostrare un governo determinato a uccidere i nemici degli Stati Uniti senza esporsi al rischio di perdite, prese di prigionieri o figuracce internazionali, come invece potrebbe accadere nel caso di blitz mirati ai quali gli americani fanno invece ricorso in casi eccezionali, come in quello dell’uccisione di Bin Laden. Le missioni un tempo denominate cattura/uccidi hanno smesso da tempo di considerare la prima ipotesi e le ragioni di questa scelta sono auto-evidenti, ma in questo modo si è scelto di combattere il terrorismo tirando bombe su strade ed edifici di altri paesi accettando di uccidere numerosi innocenti pur di poter vantare quella di qualche cattivo da esibire al pubblico di casa.

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