Eco e gli imbecilli

di Maghdi Abo Abia | 16/06/2015

Umberto Eco

C’è sicuramente molto di vero nelle parole pronunciate da Umberto Eco qualche giorno fa all’Università di Torino, in occasione dell’ennesima laurea honoris causa (sono ormai una quarantina, ed è proprio per questo che molti ormai sospettano – a ragione – che il merito non c’entri un bel nulla). «I social media», ha detto quest’arida e speciosa istituzione vivente della cultura italiana, «danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel.

È l’invasione degli imbecilli.» Anch’io anni fa, per esempio, sentendomi prontissimo per la gloria imperitura, aprii un blog e cominciai fin dal primo giorno a spararle grossissime, senza mai poi pentirmene. C’è piuttosto da capire perché Eco abbia messo tanta enfasi nell’esprimere un concetto che in sé non è altro che una banalissima constatazione; insomma, per dirla con gli imbecilli: e allora? Per molti versi la questione “social media” somiglia alla vecchia questione “democrazia”. Da una parte la democrazia viene vista come “giusta” in quanto espressione e sbocco politico inevitabile di diritti naturali universalmente riconosciuti. Dall’altra la democrazia spaventa per la sua volgarità.

Non un bieco reazionario, ma uno spirito fine e “liberale” come Stendhal, senza averla mai vista di persona, già paventava 180 anni fa il clima gretto e soffocante della democrazia di tipo statunitense, da lui descritta come “tirannia dell’opinione pubblica”. Ed è un fatto che il suffragio universale ha dato la possibilità di voto non solo a milioni d’ imbecilli ma perfino alle donne, disgrazia di cui nemmeno i lunghi anni di apprendistato del suffragio ristretto, vera e propria era di transizione tra i regimi aristocratici e quelli democratici propriamente detti, hanno potuto limitare i danni in maniera accettabile. Col senno di poi, agli occhi del saggio conservatore quest’era pedagogica di transizione non ha potuto che apparire troppo breve.

Ma Umberto Eco non è un saggio conservatore. Al contrario, come i suoi scalmanati sodali di “Libertà e Giustizia”, è un fanatico della democrazia. Il saggio conservatore non idolatra la democrazia, ma è capace di apprezzare quest’approdo con l’equilibrio interiore di chi arriva all’agiatezza e alle sue trivialità senza esserne sedotto. Il tanfo emanato dalla democrazia, che è la sua fragranza naturale, lo rassicura anzi sul suo buono stato; una democrazia perbene, parlando da un punto di vista sociologico, è come la bella politica invocata dagli sciocchi o dagli imbroglioni: una cosa contro natura e fortemente sospetta. Il democratico da operetta ama invece la democrazia come un padre-padrone ama il proprio figlio, ossia finché gli obbedisce, lo compiace o non lo delude: dopodiché lo ammazza o lo rinnega.

La verità è che i demiurghi alla Eco amano la democrazia immatura, l’amano fin quando s’immedesima in una piazza popolata da minoranze militanti, capace d’intimidire e di mettere il popolo variegato degli imbecilli davanti al fatto compiuto. E questo vale anche per le piazze mediatiche create dai “social media”, strumenti benedetti finché servono a raggruppare i firmaioli compulsivi tanto amati dal milieu democratico-progressista, e maledetti quando, con la forza primigenia della vegetazione equatoriale, l’Anonima Imbecilli viene a soffocare democraticamente gli impulsi oligarchici degli amici di Eco. (Photocredit copertina ANSA/MOURAD BALTI TOUATI)