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I campi rom, “ghetti di segregazione”. Ma nessuno li chiude

I campi rom sono “ghetti di segregazione”, lo sanno tutti: lo sa l’Onu, l’Unione Europea, lo sanno le leggi italiane e gli enti locali, lo sanno i cittadini che vivono a fianco degli insediamenti abusivi, ma cambiare la situazione è sempre più difficile, nonostante dei veri e propri obblighi normativi che incombono sugli amministratori. Il tema torna di scottante attualità dopo gli incidenti di Roma nord Ovest, dove in zona Boccea-Battistini un auto guidata a folle velocità da alcuni minorenni, pare, bosniaci ospiti in un campo nomadi hanno falciato una donna filippina morta sul colpo e ferito altre otto persone.

I CAMPI ROM, “GHETTI DI SEGREGAZIONE”

Il Corriere della Sera oggi pubblica un completo dossier sullo stato dei campi nomadi in Italia, che dovevano essere progressivamente superati a partire dal 2012 quando il governo presieduto da Mario Monti approvò la prima “strategia nazionale” per l’integrazione dei rom, dei sinti e dei caminanti. Che i campi rom vadano chiusi, come dicevamo, lo pensano davvero tutti.

Lo dicono tutti, da tempo: i sociologi e gli operatori, i maestri di scuola, i politici e anche chi ci vive affianco. I campi rom sono ghetti, detonatori di malessere e illegalità. Inviati Onu in missione tra le baracche hanno lasciato nei report definizioni come «enclave di segregazione ». Tutti d’accordo: vanno superati. Nella pratica, però, solo dieci Regioni su 20 hanno attivato i Tavoli che dovrebbero realizzare la «strategia nazionale», mentre le amministrazioni comunali si arenano sulla mancanza di fondi o sulla paura di perdere consensi. Finisce così che ancora oggi, in Italia, 40 mila donne, uomini e soprattutto bambini vivono in condizioni precarie.

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La situazione in Italia è molto variegata, e si scopre che c’è qualcosa di persino peggiore dei campi abusivi.

Si segnalano casi di quartieri- ghetto, come ad Arghillà, periferia di Reggio Calabria. E diverse situazioni, lungo la Penisola, di alloggi popolari occupati più o meno abusivamente da rom, in condizioni di sicurezza e igiene pessime. L’allarme vero, però, riguarda la minoranza che ancora s’arrangia in strutture provvisorie. Camper, roulotte o container, nel migliore dei casi. Baracche autocostruite di compensato e lamiere, il più delle volte. Meglio nei cosiddetti campi «formali », ai confini dei diritti umani in quelli «abusivi». Manca un dato ufficiale, a tre anni dal varo della strategia nazionale. Sopperiscono le associazioni, che calcolano 7 insediamenti «legali» a Roma (tre anni fa erano 13), 6 a Milano, 2 nel Napoletano, 5 a Torino, 1 a Firenze. In fondo alla classifica dei luoghi «civili», lo spazio campano di Giugliano: 500 persone (200 bambini) sistemate sui fumi tossici di un’ex discarica mai bonificata.

CAMPI ROM ROMA, MANCA IL PIANO DELLA GIUNTA IGNAZIO MARINO

A rimetterci in salute e occasioni sono chiaramente i piccoli, i bambini, i giovani delle etnie nomadiche e rom che vivono in questi insediamenti precari e chiaramente inadeguati.

Il 60 per cento della popolazione rom ha meno di 18 anni. Per chi di loro vive nei campi, scuola, giochi, cure mediche, i diritti di base di ogni bambino non sono garantiti. Uno su 5 non comincia neanche un percorso scolastico, e per chi ha mai messo piede in un’aula il tasso di abbandono è del 50 per cento nel passaggio tra elementari e medie. Addirittura del 95 per cento verso le superiori. Le possibilità di un ragazzino rom di accedere all’Università sono vicine allo zero. Il campo gli garantirà, in cambio, condizioni di salute peggiori dei suoi coetanei, aspettative di vita di dieci anni inferiori, maggiori probabilità di essere affidato ai servizi sociali.

Come superare questa situazione?

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Le leggi ci sono: “Il governo (allora Monti) ha recepito le indicazioni di Bruxelles e approvato nel 2012 la prima Strategia nazionale per l’inclusione di rom, sinti e caminanti. Che passa principalmente dal superamento degli accampamenti”. E a Roma sopratutto, dove il tema è ormai al centro della discussione cittadina, si aspettano le mosse dell’amministrazione guidata da Ignazio Marino, che però sul tema sembra in panne. Ce ne parla il Messaggero nella Cronaca di Roma.

Il  piano dell’amministrazione di  Ignazio Marino ancora non c’è,  nonostante le indiscrezioni e le  fughe in avanti di qualche assessore negli ultimi mesi e l’intenzione dichiarata di utilizzare l’Anno  santo straordinario per mettere  in campo nuove soluzioni. La  strategia dovrebbe essere divisa  in due fasi. La prima sarà necessariamente soft: ai nomadi sarà  proposto di trovare sistemazioni  legali e decorose nella Capitale,  dai posti ancora disponibili nei villaggi della solidarietà già esistenti ai bandi per l’assistenza alloggiativa che saranno lanciati  con la fine della politica dei residence. Un’idea, quest’ultima, che  però, divide la città. Contemporaneamente, però, sarà ridotta fino  a esaurimento qualsiasi forma di  incentivo per i campi abusivi, dalla fornitura gratuita di energia  elettrica agli altri interventi finanziati con fondi capitolini. Un’opera che continuerà progressivamente, fino alla chiusura di quel- lo che resterà degli insediamenti  illegali. Il senso sarà: avete l’opportunità di mettervi in regola,  ma se proprio non volete non potrete continuare a vivere nell’illegalità e nel degrado. Funzionerà?  Viste le recenti esperienze, è lecito nutrire qualche dubbio.