Enzo Tortora, il ricordo a 27 anni dalla morte
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Enzo Tortora, il ricordo a 27 anni dalla morte

Dunque, dove eravamo rimasti? Potrei dire moltissime cose e ne dirò poche. Una me la consentirete: molta gente ha vissuto con me, ha sofferto con me questi terribili anni. Molta gente mi ha offerto quello che poteva, per esempio ha pregato per me, e io questo non lo dimenticherò mai. E questo “grazie” a questa cara, buona gente, dovete consentirmi di dirlo. L’ho detto, e un’altra cosa aggiungo: io sono qui, e lo so anche, per parlare per conto di quelli che parlare non possono, e sono molti, e sono troppi. Sarò qui, resterò qui, anche per loro. Ed ora cominciamo, come facevamo esattamente una volta.

Con queste parole il 20 febbraio del 1987 Enzo Tortora sancì il suo ritorno in televisione, alla guida del “suo” Portobello, accolto in studio da una lunga standing ovation. Standing Ovation tributata ad un uomo, un giornalista, vittima di uno dei più controversi casi di giustizia in Italia.

Enzo Tortora, il ricordo a 27 anni dalla morte

ENZO TORTORA, LA MORTE 27 ANNI FA –

Enzo Tortora morì il 18 maggio 1988, ventisette anni fa. Giornalista nato a Genova il 30 novembre 1928, divenne famoso suo malgrado non tanto per la brillante carriera giornalistica ma per l’arresto deciso dalla Procura di Napoli con l’accusa di associazione a delinquere di stampo camorristico. Era il 17 giugno 1983. Ad accusarlo sono tre pregiudicati, Giovanni Pandico, Giovanni Melluso e Pasquale Barra. In seguito verrà accusato da altri otto imputati nel processo condotto contro la Nuova Camorra Organizzata. Tra questi c’era anche il “killer dei 100 giorni”, Michelangelo D’Agostino. Enzo Tortora verrà accusato anche dal pittore Giuseppe Margutti e dalla di lui moglie Rosalba Castellini. I due dissero di aver visto Enzo Tortora spacciare droga negli studi di Antenna 3, emittente regionale lombarda.

ENZO TORTORA, L’AGENDA ED IL RAPPORTO CON GIOVANNI PANDICO –

L’accusa si baserà sulle 13 testimonianze e su un’agendina trovata a casa di un camorrista, Giuseppe Puca, detto “O’Guappone”. Su questa c’è scritto a penna un nome con segnato a fianco un numero di telefono. Sembra che il nome sia “Tortora” ma una perizia calligrafica dimostrò che in realtà si trattava di “Tortona”. Non solo. Il numero di telefono segnato non apparteneva al giornalista-presentatore. Dalle indagini emerse poi che l’unico contatto tra Enzo Tortora e Giovanni Pandico era legato ad alcuni centrini provenienti dal carcere in cui era detenuto quest’ultimo, centrini che dovevano essere venduti all’asta nel corso di Portobello, la trasmissione condotta da Tortora. I centrini andarono però persi, con Tortora che scrisse una lettera di scuse a Pandico.

L’ARRESTO ED I SETTE MESI DI CARCERE –

La questione si risolse con un assegno di rimborso del valore di 800.000 lire. Tuttavia sembra che in Pandico fossero emersi sentimenti di vendetta nei confronti di Tortora che divenne destinatario di lettere che assunsero col passare del tempo un carattere intimidatorio a scopo d’estorsione. Tortora rimarrà in carcere 7 mesi prima di essere mandato ai domiciliari per motivi di salute. In questo periodo parlerà tre volte con i magistrati inquirenti, Lucio Di Pietro e Felice Di Persia. Un anno dopo l’arresto, nel giugno 1984, Tortora venne eletto deputato al Parlamento europeo nelle liste del Partito Radicale, che ne sosterrà le battaglie giudiziarie. Tre mesi dopo, il 17 settembre 1985, il giornalista venne condannato a dieci anni di carcere, principalmente per le accuse di altri pentiti.

 

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IL PROCESSO E L’ESPERIENZA AL PARLAMENTO EUROPEO –

Il Parlamento Europeo il 9 dicembre 1985 respinse all’unanimità la richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti di Enzo Tortora per oltraggio a magistrato in udienza. Torniamo al 26 aprile 1985, giorno dell’udienza al Processo contro la Nuova Camorra Organizzata. Diego Marmo, pubblico Ministero, parlando di Tortora lo definì «cinico mercante di morte». Il legale del giornalista chiese di moderare i termini, ottenendo come risposta:

«Il suo cliente è diventato deputato con i voti della camorra!»

scatenando la risposta di Tortora:

« È un’indecenza!»

E il Parlamento Europeo motivò così il suo no:

« Il fatto che un organo della magistratura voglia incriminare un deputato del Parlamento per aver protestato contro un’offesa commessa nei confronti suoi, dei suoi elettori e, in ultima analisi, del Parlamento del quale fa parte, non fa pensare soltanto al «fumus persecutionis»: in questo caso vi è più che un sospetto, vi è la certezza che, all’origine dell’azione penale, si collochi l’intenzione di nuocere all’uomo e all’uomo politico»

Il 31 dicembre 1985 Tortora si dimise dal Parlamento Europeo e rinunciò all’immunità parlamentare. Venne assolto dalla Corte d’Appello di Napoli il 15 settembre 1986. Per i camorristi iniziò un processo per calunnia perché, secondo i giudici:

gli accusatori del presentatore – quelli legati a clan camorristici – hanno dichiarato il falso allo scopo di ottenere una riduzione della loro pena. Altri, invece, non legati all’ambiente carcerario, avevano il fine di trarre pubblicità dalla vicenda: era, questo, il caso del pittore Giuseppe Margutti, il quale mirava ad acquisire notorietà per vendere i propri quadri

E intervistato da La Storia siamo noi, il giudice Michele Morello racconta il suo lavoro d’indagine che ha portato all’assoluzione del popolare conduttore televisivo:

«Per capire bene come era andata la faccenda, ricostruimmo il processo in ordine cronologico: partimmo dalla prima dichiarazione fino all’ultima e ci rendemmo conto che queste dichiarazioni arrivavano in maniera un po’ sospetta. In base a ciò che aveva detto quello di prima, si accodava poi la dichiarazione dell’altro, che stava assieme alla caserma di Napoli. Andammo a caccia di altri riscontri in Appello, facemmo circa un centinaio di accertamenti: di alcuni non trovammo riscontri, di altri trovammo addirittura riscontri a favore dell’imputato. Anche i giudici, del resto, soffrono di simpatie e antipatie… E Tortora, in aula, fece di tutto per dimostrarsi antipatico, ricusando i giudici napoletani perché non si fidava di loro e concludendo la sua difesa con una frase pungente: «Io grido: “Sono innocente”. Lo grido da tre anni, lo gridano le carte, lo gridano i fatti che sono emersi da questo dibattimento! Io sono innocente, spero dal profondo del cuore che lo siate anche voi»

L’ASSOLUZIONE DI ENZO TORTORA –

Enzo Tortora sarà assolto definitivamente dalla Corte di Cassazione il 13 giugno 1987, a quattro anni dal suo arresto. Nello stesso anno venne tenuto un referendum sulla responsabilità civile dei magistrati. Votò il 65 per cento degli aventi diritto e l’80 di questi si esprimerà per l’estensione della responsabilità civile anche ai giudici. La legge Vassalli,di fatto cambiò il referendum, come riportato da Libertiamo:

ammette il risarcimento solo in casi eccezionali e a carico dello Stato e con limitata possibilità di rivalsa nei confronti del giudice, ma rende di fatto non esercitabile l’azione risarcitoria da parte dei cittadini. Una legge, dunque, di per sé inadeguata e comunque inapplicata.

IL “PENTIMENTO” DI DIEGO MARMO E LA RISPOSTA DI FELICE DI PERSIA –

Diego Marmo, intervistato da Il Garantista chiese scusa alla famiglia di Enzo Tortora dopo la nomina ad assessore alla legalità a Pompei, incarico che lasciò per le polemiche:

«Ho richiesto la condanna di un uomo dichiarato innocente con sentenza passata in giudicato. E adesso, dopo trent’anni, è arrivato il momento. Mi sono portato dentro questo tormento troppo a lungo. Chiedo scusa alla famiglia di Enzo Tortora per quello che ho fatto. Agii in perfetta buona fede»

Felice Di Persia, intervistato da Il Velino nel luglio 2014, chiamato a rispondere delle parole di Marmo, ribadì la bontà del suo lavoro:

Non ho letto quello che ha detto con precisione, ho saputo che si è pentito: di cosa? Di aver apostrofato Tortora in aula come mercante di morte? Allora ha ragione la signora Scopelliti (compagna di Tortora, ndr) a dire che ‘si è pentito con trent’anni di ritardo’ e fa bene a chiedere scusa perché un magistrato non può mai scomporsi, tanto meno in aula. Se si è pentito invece per aver chiesto la condanna, doveva farlo il giorno dopo. Non oggi. E se è convinto del suo pentimento deve auto cancellarsi dalla vita sociale. Tra l’altro avrebbe dovuto chiedere scusa anche ai circa 130 imputati del cosiddetto ‘troncone Tortora’, assolti con il presentatore […] Di quei 130 liberati, a differenza di Tortora morto in condizioni così tragiche, un numero imponente venne successivamente ammazzato in conflitti a fuoco tra clan di camorra, altri addirittura si pentirono tutti offrendo la prova ulteriore della correttezza della nostra indagine istruttoria che portò alla condanna di ben 480 imputati. Tortora fu assolto e rispetto il dispositivo di quella sentenza perché nella dialettica processuale non ritennero le prove raccolte idonee a una condanna: questo fa parte della fisiologia del processo. Dunque non ci furono errori giudiziari di magistrati che con la loro carriera quarantennale hanno onorato la magistratura. Nel processo Tortora, Marmo c’entra come il cavolo a merenda visto che non ha fatto nulla: è andato a giudizio ripetendo meccanicamente ciò che era scritto nei faldoni dell’accusa

LE PAROLE DI ARMANDO OLIVARES –

Il Giornale ricorda anche Armando Olivares, sostituto procuratore generale e pubblica accusa nel processo d’’Appello contro Enzo Tortora. Egli assicurò le due dimissioni in caso di assoluzione di Enzo Tortora. I 10 novembre 1987 Olivares lasciò la magistratura. Quaderni Radicali ripropone quello che disse il 16 settembre 1986, il giorno dopo l’assoluzione da parte della Corte d’Appello:

Ha vinto la camorra. Quando dico questo… mi riferisco al principio che questa sentenza ha accolto: quello che in mancanza della prova documentale non ci può essere condanna. Diciamolo chiaramente, la mia opinione è che oggi i soli pentiti veri siano i giudici della quinta sezione penale della Corte d’appello. Non escludo che i miei colleghi possano aver subito delle pressioni indirette. Non penso che qualcuno sia andato a dir loro “assolvete Tortora”. Però intorno a quel processo si era creato un clima che ho denunciato pubblicamente fin dai primi giorni. Siamo alla fine, quando la politica entra nelle aule di giustizia. Stiamo scivolando su una brutta china, prevedo conseguenze pesanti. Il garantismo? Non deve essere esasperato: c’è la ragion di Stato.

Ed anche Matteo Renzi è intervenuto per ricordare Tortora con un Tweet in cui ricorda come a suo dire serva una norma sulla responsabilità civile dei magistrati: