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Expo 2015 e quella Carta che verrà scritta (anche) da noi

CHE COS’E’ IL PROTOCOLLO DI MILANO SULL’ALIMENTAZIONE E LA NUTRIZIONE –

In molti si chiedono di cosa si parlerà a Expo 2015 e quali iniziative saranno messe in piedi sul tema del cibo e dell’alimentazione. Eppure, il Ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali ha già avviato un progetto ambizioso e interessante, che avrà il suo culmine proprio a Expo 2015.

Si tratta del “Protocollo di Milano sull’alimentazione e la nutrizione”. Questo documento (scaricabile dal sito ufficiale http://www.protocollodimilano.it/) è importante per due ragioni. La prima riguarda il “come” si svilupperà in questi mesi; la seconda riguarda il “cosa”, ossia il suo contenuto.

padiglioni expo 2015
Photocredit: Giornalettismo

Cominciamo dal primo aspetto. Come si legge sul sito del Protocollo, questo è stato pensato come un documento in itinere, che verrà sviluppato, discusso e infine sottoscritto da tutti coloro che visiteranno Expo 2015 per poi essere presentato al Presidente delle Nazioni Unite, affinché diventi un Manifesto (se non un trattato) per tutti gli Stati del mondo. Poiché in occasione dell’Esposizione Universale ci sarà un confronto su alcuni nodi cruciali delle varie questioni attinenti all’alimentazione che interessano i cittadini del mondo, si è scelto di usare questo evento come una cassa di risonanza per nuove proposte e nuovi impegni. Come si legge sul sito, i vari dibattiti dovranno culminare nella Carta di Milano: “una sorta di Protocollo di Kyoto dedicato al cibo”.

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EXPO 2015 LA KYOTO DELL’ALIMENTAZIONE? –

Il testo attuale costituisce il primo passo verso la stesura della Carta ed esprime la proposta dell’Italia, che dovrà guidare il dibattito che si svolgerà nei prossimi mesi, fino a giungere alla dichiarazione conclusiva dell’Esposizione Universale. Questa sarà poi consegnata al Segretario Generale dell’ONU quale atto di indirizzo internazionale e come contributo alla discussione sui “Millennium Goals” che si terrà a novembre 2015.

In questo processo, due aspetti, di natura “procedurale” sono importanti. Il primo riguarda la possibilità, mediante il sito già citato, di commentare il Protocollo: scrivendo osservazioni, muovendo critiche, avanzando proposte. A differenza di altri trattati e protocolli internazionali, la Carta si forma anche con il contributo – dal basso – della società civile, che attraverso internet può far sentire la sua voce, con l’idea di influenzare i contenuti del documento.

Il secondo elemento di originalità, anch’esso relativo al modo in cui la Carta prenderà forma, riguarda la seconda parte dell’iter di approvazione: per la prima volta un’Esposizione universale propone un documento che sarà sottoposto anche al vaglio dei visitatori dei padiglioni di Expo. Anche questo accorgimento contribuisce ad allargare il tavolo decisionale sulla Carta, che non sarà semplicemente calata dall’alto delle Istituzioni internazionali, ma condivisa anche dai visitatori di Expo. Ciò ha quindi l’obiettivo di responsabilizzare sia i cittadini, sia le istituzioni.

Se l’iniziativa confermerà queste buone premesse sarà già un passo in avanti e un’importante novità in termini di pluralismo e democraticità nelle decisioni globali. Poi occorrerà attendere, monitorando quindi lo sviluppo dei contenuti della Carta di Milano che sarà approvata al termine del percorso.

DI COSA PARLERA’ IL PROTOCOLLO DI MILANO –

Veniamo dunque alla seconda ragione per cui il Protocollo di Milano è importante, ossia il suo contenuto. Come anticipato nel precedente articolo di questa rubrica, il Protocollo ha il fine ambizioso di garantire la sicurezza alimentare (intesa come possibilità di accedere a cibi sani, adeguati al sostentamento e in quantità sufficiente), sciogliendo alcuni nodi irrisolti relativi all’alimentazione e alla sostenibilità dei processi produttivi: l’eccessivo spreco, che si accompagna a una cattiva distribuzione del cibo; l’insostenibilità dei processi agricoli, che nonostante la crescente insicurezza alimentare sono dedicati, in misura crescente, alla produzione di mangimi e biocarburanti, risultando altresì causa di inquinamento e impoverimento del suolo; l’irrazionalità della nutrizione, che risulta insufficiente in alcune zone del mondo, causando malattie e mortalità, ed eccessiva in altre, dando luogo a numerosi casi di obesità, diabete e “sovranutrizione”. Si tratta di argomenti condivisibili e sicuramente importanti. E ciò nondimeno, non semplici da affrontare e bisognosi di soluzioni percorribili ed efficaci.

Il Protocollo consta di otto articoli, che descrivono sia le modalità di attuazione e applicazione del documento, sia le sue finalità e contenuti. È inoltre prevista l’istituzione di un Organo direttivo e di un Segretario per la sua attuazione (art. 4) e una serie di impegni e linee guida per le parti in causa (gli Stati che aderiscono), che si articolano attorno ai tre obiettivi fondamentali dello stesso Protocollo e prevedono una serie di oneri in carico ai Paesi membri per perseguirli (artt. 1-3).

Le azioni che gli Stati sono chiamati a intraprendere sono di vario tipo. Alcune hanno portata molto generale, lasciando ampio spazio alla discrezionalità dei governi sia nel momento di attuazione concreta sia nell’interpretazione delle parole del Protocollo, volutamente generiche: “concordare definizioni condivise”; “dare priorità a politiche”; “promuovere forme sostenibili di agricoltura”; “incoraggiare la parità di accesso ai mercati agricoli”; “rendere i sistemi di produzione più produttivi ed efficienti”; “accendere i riflettori sulla malnutrizione”; ecc.

Altre sono invece più specifiche, suggerendo ad esempio quali strumenti giuridici adoperare nell’attuazione delle politiche decise: collaborazione con le altre Parti e condivisione di esperienze, informazioni, iniziative politiche e opinioni autorevoli; definizione di metodologie comuni; rispetto di gerarchie predefinite e di definizioni ufficiali; investimenti e iniziative per formazione e sensibilizzazione; riforma delle sovvenzioni agricole; limitazione delle superfici destinate a biocarburanti e mangimi; attuazione di “interventi diretti e indiretti, come gli integratori di micronutrienti, bonifica delle acque (…) contro la malnutrizione”; limitazioni della “pubblicità e del marketing verso i bambini per prodotti a base di grassi saturi ad alto valore energetico, acidi grassi trans (…)”; ecc.

I restanti articoli prevedono diposizioni per azioni congiunte con soggetti esterni al Protocollo, come Organizzazioni Internazionali governative e non governative (art. 5); poteri di proporre emendamenti al testo in capo a ciascuna Parte dell’accordo e da approvare per consensus (art. 6); la clausola di ritiro, che contempla la facoltà di uscita dal Protocollo per qualsiasi Paese (art. 7) e l’entrata in vigore dello stesso, che avrà luogo al termine di Expo se questo avrà raggiunto l’accettazione e l’approvazione dei partecipanti all’Esposizione Universale (art. 8).

A conclusione, si deve dire che l’iniziativa del Protocollo presenta numerosi aspetti positivi: è inclusiva e aperta alla partecipazione diffusa; è utile a sensibilizzare l’opinione pubblica su temi delicati e controversi; non manca di prendere posizione contro pratiche palesemente dannose e tuttavia molto diffuse. Nondimeno, oltre all’inevitabile rischio che la Carta possa divenire l’ennesimo manifesto di buoni propositi privi di attuazione concreta, occorre altresì avanzare una critica ulteriore su un possibile difetto che dovrebbe essere oggetto di discussione, anche oltre il documento in questione.

IL DIFETTO DEL PROTOCOLLO DI MILANO –

I numerosi impegni previsti dal Protocollo che si chiedono alle Parti prevedono significativi e importanti interventi regolatori per opera di autorità pubbliche e governi, sovente a detrimento di grandi interessi privati: limitare le pubblicità di prodotti per bambini o tenere sotto controllo la quantità di suolo dedicata a mangimi e biocarburanti significa intervenire sulla libera iniziativa di imprese, predisporre divieti e porre in essere controlli, cui far seguire sanzioni in caso di violazione. Si tratta di forme di regolazione pubblica invasive e importanti, ancorché finalizzate al perseguimento di interessi pubblici. A fronte di ciò ci si chiede, domandandolo anche a chi redigerà la stesura finale della Carta: come si concilia tutto questo con un sistema di regolazione che fa sempre più affidamento al mercato, ai tecnici e alle regole economiche e della competizione, riducendo quindi sempre di più il potere di intervento delle amministrazioni pubbliche?

Speriamo tutti che la risposta arrivi nei prossimi mesi.

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