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Ciao Elio e Matteo

Sono morti a Monza, uno vicino alla Villa Reale, l’altro in via Visconti, una sorta di tangenzialina che gira intorno al centro. Il 22 marzo Elio Bonavita, 14 anni, sta andando a fare una partita di calcio. Gioca nella Dominante. Lo accompagna la madre con la sua utilitaria. Non giocherà mai quella partita perché, a causa delle manovre scellerate di un paio di Suv i cui autisti avevano fretta di risparmiare qualche secondo della loro vita, la sua vita l’ha persa. Il guidatore di uno dei due Suv sul momento se n’è andato. Qualche giorno dopo è andato a costituirsi insieme al suo avvocato, dicendo di non essersi bene accorto di quello che era accaduto. Però ha fatto sapere di avere avuto incubi e attacchi di panico. Povera stella. Pare che alla guida di quei cosi ci si senta padroni della strada.

IL VENTO PARLERÀ DI TE – C’è gente che li compra quando nascono i figli sostenendo che così i bambini e i ragazzi sono più sicuri. Non Elio. Corrado Bonavita, il padre, arrivato sul luogo dell’incidente, per la disperazione ha preso a pugni le carrozzerie delle auto coinvolte (non quella di colui che si è allontanato, che non si è procurata nemmeno un graffio). Però ha detto che non odia nessuno. Poi lui e l’altro figlio, Simone, hanno seppellito Elio. Non da soli, perché ai funerali, a Villasanta, c’era un sacco di gente. Ma da soli, in realtà, perché non c’erano Elio e nemmeno Nunzia, la madre, ricoverata in gravi condizioni all’ospedale Niguarda. Chissà se ha fatto in tempo a realizzare cos’era successo al suo bambino. Passare davanti al luogo dell’incidente è toccante. Il vialone che costeggia la Villa Reale e le mura del Parco di Monza in quel puntosi riempie all’improvviso di fiori e di frasi piene di affetto. Si vede che sono opera di ragazzi come lui. C’è anche una maglia con la scritta Ciao Elio. Elio frequentava la prima superiore all’istituto Mosè Bianchi di Monza. I suoi compagni hanno scritto sul suo banco “Il vento parlerà di te in mezzo alla tempesta”

SECONDI GUADAGNATI E VITE PERDUTE – Venerdì Santo a Monza ci sarà un altro funerale. Matteo Trenti, 16 anni, falciato da un’auto guidata da un ventiseienne che andava troppo veloce (sempre per guadagnare qualche prezioso secondo di tempo) in una via del centro mentre tornava in bici da una riunione degli scout. Trasportato all’Ospedale San Gerardo in condizioni disperate è morto la mattina del primo aprile di un bel giorno di primavera, l’ultima mattina di scuola prima delle vacanze di Pasqua. Potremmo chiamarle disgrazie, potremmo chiamare disgraziati quelli che con la loro condotta di guida hanno interrotto queste giovani vite. Questi fatti sono accaduti uno a un paio di chilometri da casa mia e l’altro dietro l’angolo della mia via. Letteralmente. Non si sa perché, ma quando queste cose succedono vicino a te ti colpiscono di più. Le vivi più da vicino, appunto. Perché conosci sempre qualcuno che conosceva la vittima o i suoi genitori. Pensi che è ingiusto, pensi che ci vuole più rispetto e più responsabilità e poi passi ad altro e procedi con la tua vita. Procedi, tu che sei vivo e i tuoi figli pure. Ora prendi queste storie, togli Elio e Matteo e mettici il nome di tuo figlio. L’ho fatto e ho visto che allora sì che fai fatica a procedere. Allora sì che capisci cos’è la strage degli innocenti. Così cambia tutto. Mettici il nome di tuo figlio e vedi che, anche se accelerando puoi guadagnare qualche secondo, non fai nessuna fatica a mettere il piede sul pedale del freno.

(Immagine di repertorio)