Riforma Pa Renzi, dirigenti statali: nuovo limite agli stipendi?

di Tommaso Caldarelli | 30/03/2015

Dirigenti statali, è in arrivo un nuovo limite agli stipendi? La riforma della Pubblica Amministrazione promossa dal ministro della Funzione Pubblica Marianna Madia continua il suo cammino in Parlamento: anzi, lo ha quasi terminato se è vero che si attende il via libera definitivo della commissione Affari Costituzionali del Senato; i parlamentari sono impantanati nella discussione dell’articolo 10 del provvedimento, quello attinente alla riforma della dirigenza statale. Un articolo, questo, piuttosto spinoso.

Riforma Pa Renzi Marianna Madia
Il Ministro della Pubblica Amministrazione Marianna Madia (Roberto Monaldo / LaPresse)

DIRIGENTI STATALI, LIMITE AGLI STIPENDI? 

Già è operativo il tetto agli stipendi dei dirigenti pubblici, che non possono guadagnare più di 240mila euro. Ma dalla discussione parlamentare, scrive oggi Il Messaggero in prima pagina, si annunciano grandi novità. 

I principi cardine sono stabiliti. Alla dirigenza pubblica si accederà solo in due modi: per corso-concorso o per concorso pubblico. Nel primo caso si entrerà nell’amministrazione come funzionari, poi dopo 4 anni e dopo un esame, si potrà diventare dirigenti. Chi invece entrerà per concorso sarà assunto a tempo determinato. Dopo 3 anni potrà sostenere un esame per essere stabilizzato. Scompariranno le fasce, la prima e la seconda. Ci sarà un unico ruolo dove finiranno tutti i dirigenti, quelli dei ministeri, Fisco, Inps, Istat, enti di ricerca.

Il ministro Madia ha più volte espresso il principio ispiratore della riforma: i dirigenti sono dello Stato, non della singola amministrazione. Questo vuol dire che non solo potranno, ma dovranno andare in rotazione: per la precisione una rotazione triennale.

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LE NORME DELLA DELEGA PA

 

Dopo tre anni di servizio in una branca amministrativa, il dirigente dovrà essere spostato.

Molto potere finirà nelle mani della «Commissione per la dirigenza statale», un organismo indipendente che vigilerà sulla correttezza del conferimento degli incarichima che detterà anche dei criteri generali alle singole amministrazioni da seguire quando vengono selezionati i dirigenti.

La retribuzione dei dirigenti, poi, sarà collegata al merito: per ottenere e mantenere un incarico bisognerà ottenere dei risultati. Chi non li otterrà, percepirà soltanto la parte fissa del suo stipendio e dopo un periodo fra i 3 e i 5 anni potrà essere licenziato; e in ogni caso le retribuzioni avranno non solo un tetto massimo, ma anche dei tetti intermedi.

La riforma prevede la «definizione di limiti assoluti del trattamento economico complessivo». Un tetto, come detto, già esiste: è quello dei 240 mila euro. I decreti attuativi della delega, dunque, dovranno indicare nuovi tetti, presumibilmente più bassi di quello a 240 mila, a seconda della tipologia di incarico. Un tassello che si sposa con la necessità di reperire risorse da destinare alla spending review. Dal taglio degli emolumenti ai dirigenti, dovrebbero arrivare risparmi fino a 500 milioni di euro.