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I pericoli dell’intelligenza artificiale che verrà

Il 2015 si è aperto accompagnato da un insolito appello di un gruppo di scienziati e personaggi molto noti, che ha invitato a cominciare a pensare, e possibilmente prevenire, i pericoli che di sicuro presenterà a breve l’ormai tumultuosa diffusione dell’automazione e dell’intelligenza artificiale. Un tema, secondo scienziati e protagonisti del panorama tecnologico, che dovrà essere affrontato prima che si ponga alla nostra attenzione a forza di disastri.

L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE COME MINACCIA – La conferenza «The Future of AI: Opportunities and Challenges» promossa dal Life Institute a Porto Rico, ha aperto l’anno lanciando un vero e proprio allarme sulla necessità di una profonda riflessione etica e pratica sulle più plausibili questioni che si porranno a breve con l’aumento geometrico dell’automazione e delle capacità computazionali. Quel «a breve» è da intendersi come un lasso di qualche decennio, durante il quale secondo tutte le previsioni i progressi della tecnica e il moltiplicarsi dei dispositivi connessi in rete, la famosa «internet delle cose» arriveranno a risultati tali da porre la questione della convivenza e della competizione tra uomo e macchine, fino alla questione finale posta dalla fantascientifica, ma teorizzabile e teorizzata, futura supremazia delle macchine sull’uomo.

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L’APPELLO PARTITO DA PORTO RICO – L’appello, che ha preso le forme di una lettera aperta intitolata  Research Priorities for Robust and Beneficial Artificial Intelligence: an Open Letter, firmata tra i primi da personalità come l’astrofisico Stephen Hawking ed Elon Musk – il magnate che partendo da Paypal ora rifornisce la Stazione Spaziale Internazionale con i servizi di SpaceX, la prima impresa privata spaziale a raggiungere un traguardo del genere – ha forse un accento troppo catastrofista quando elenca tra gli esiti da evitare anche la soppressione del genere umano a opera delle macchine. Certo, l’ipotesi non può essere esclusa, ma è indubbiamente un testo sensato che avanza timori che appaiono più che fondati. Letto oggi può fare l’effetto del The Limits to Growth (o «Rapporto sui limiti dello sviluppo»), il tentativo un po’ più articolato con il quale all’inizio degli anni ’70 il Club di Roma mise sul piatto i conti del MIT (Massachussets Institute of Technology) che dimostravano come l’ipersfruttamento delle risorse del pianeta avrebbe presto portato a un generale impoverimento della biosfera e compromesso la sua capacità di supportare la vita. Previsioni puntualmente verificatesi, se non superate in peggio, nonostante per anni fossero indicate come una specie di Apocalisse in salsa ecologista da chi invece non voleva mettere limiti allo sviluppo.