Nuovo Teatro Sanità: quando l’arte combatte il disagio

di Donato De Sena | 25/12/2014

Quando si pensa al tentativo di strappare ad una condizione di disagio i ragazzi che vivono in uno dei cosiddetti quartieri difficili capita di immaginare attività formative poco coinvolgenti e dalla dubbia efficacia, professoroni che tengono lezioni e dopo poco vanno via, luci di un centro congressi che si riaccendono e si spengono ad orario programmato. È ciò che accade o che può accadere. Ma non sempre le cose vanno nel verso sbagliato. A volte scopri che da qualche parte la miccia della speranza viene accesa giorno per giorno, con un lavoro continuo e rigoroso, e il cosiddetto ragazzo difficile non si limita solo ad ascoltare, ma incontra una passione, nutre il suo talento, comincia un vero e proprio lavoro, conosce se stesso e la capacità di porsi delle domande e di confrontarsi con gli altri, soprattutto con le persone che non la pensano come lui. È esattamente quanto avviene oggi al Nuovo Teatro Sanità, diventato in breve tempo, in uno dei quartieri più complicati di Napoli, una preziosa fucina di giovani e promettenti attori e di spettacoli altrettanto interessanti. Il merito va ad uno staff di professionisti affiatati e determinati, guidati dal direttore artistico Mario Gelardi, drammaturgo e regista, uno dei migliori rappresentanti del teatro civile italiano, noto anche per essere il coautore con Roberto Saviano della versione teatrale di Gomorra.

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I RAGAZZI DEL QUARTIERE SUL PALCOSCENICO
– Gelardi è a capo di una vera e propria officina dell’arte dal 2013, dopo l’invito ricevuto da padre Antonio Loffredo, parroco della Sanità, e da altre associazioni, che lo hanno chiamato per dare senso ad un luogo, in piazzetta San Vincenzo, fino ad allora destinato all’incuria o, quantomeno, all’indifferenza. Il Nuovo Teatro Sanità è nato e vive in una chiesa, insolito ma suggestivo luogo di rappresentazione, ed è la seconda casa di un centinaio di bambini e adolescenti che seguono corsi base di danza e recitazione, e di un’altra ventina di ragazzi di età compresa tra i 17 e i 24 anni che si affacciano al mondo del teatro occupando il palcoscenico al fianco di attori che già vantano un’importante carriera alle spalle. «Sono tutti del quartiere», spiega il direttore artistico. «Arrivano in tutti i modi. Loro ci conoscono, questo è l’unico teatro di una vasta zona, abbiamo la vocazione a stare sempre aperti, a chiunque, e poi abbiamo avuto l’idea di fare spettacoli in giro per il quartiere, in altri posti. È facile che si avvicinino a noi. A volte arrivano attraverso altri ragazzi». Insomma, al Nuovo Teatro Sanità si arriva e s’impara. Avviene anche in altri posti, ma qui la lezione va ben oltre la recitazione. Il teatro d’impegno civile occupa circa un terzo del ricco calendario e in un ‘quartiere difficile’ ha certamente un impatto più forte, sia sul pubblico che sugli attori, e soprattutto se il direttore artistico (che è anche regista e autore delle opere messe in scena dai più giovani) ha alle spalle oltre un decennio di attivismo antimafia e si definisce «integralista» sul tema della legalità.

LA TESTIMONIANZA COME ESEMPIO – «All’inizio – dice Gelardi parlando dei ragazzi – mi hanno guardato con grande diffidenza, ora ci accorgiamo veramente di come è cambiato il modo di vedere le cose, di come hanno cominciato a farsi delle domande che prima non si facevano». Si tratta, in sostanza, di una lotta per la legalità combattuta in trincea, sul campo di battaglia, giorno per giorno, a contatto diretto con la realtà, dando l’esempio. «Tutto parte da una testimonianza reale. Il fatto che Roberto Saviano sia venuto qua per incontrare i ragazzi, come aveva promesso, significa che non ha chiacchierato. Lo ha fatto concretamente. Ho portato qui molti parenti di vittime innocenti di mafia e la testimonianza concreta delle persone che sono venute è stata forte. Gli artisti che sono venuti e, oltre a fare lo spettacolo, hanno fatto laboratorio gratuito per i ragazzi, hanno dato veramente un esempio concreto, non hanno chiacchierato. Ecco, questo è fondamentale secondo me. Questi ragazzi e questo quartiere, non credono più alle chiacchiere. Hanno bisogno di esempi concreti, di gente che sta qua». Un’esigenza stringente perché la presenza delle istituzioni non viene affatto percepita e mancano molti servizi.

«La migliore testimonianza è restare e fare», chiarisce il direttore, uno che racconta di non sentirsi un «assistente sociale», ma qualcuno che fa «un lavoro culturale nel senso più bello del termine», un «autore e regista teatrale che racconta perché il racconto resti». Ma per lasciare qualcosa – lascia intendere il discorso di Gelardi – quel filo che lega le rappresentazioni a quanto c’è oltre il portone d’ingresso è imprescindibile. Così come non si può prescindere dal confronto. «I ragazzi che scelgono di venire – spiega ancora – sono particolarmente attenti e predisposti. Spesso abbiamo scontri verbali su come vediamo le cose. Loro hanno una completa sfiducia dello Stato, anche perché nel loro quartiere non esiste».

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LA CULTURA A PORTE APERTE – È innegabile. Fare in un quartiere come la Sanità il teatro civile, quello che racconta storie partendo da fatti concreti e che probabilmente descrive la realtà in maniera più cruda rispetto ad altri generi di rappresentazione, ha un sapore particolare. Le sollecitazioni ad autori e registi che vengono dai ‘ragazzi difficili’ del rione non possono giungere a Londra o a Berlino. «Questo teatro ha un senso perché sta qua», dice Gelardi. «Facciamo delle cose anche perché siamo qui. La realtà ha dato forza, ha dato senso maggiore al mio lavoro. La testimonianza va fatta ovunque, ma qui ha anche una concretezza e una visibilità di risultato». Già, il risultato. Il potere della cultura nella lotta al disagio dei giovani al Nuovo Teatro Sanità si tocca con mano. L’incasso, più che dai soldi raccolti, che servono comunque a coprire le principali spese, è rappresentato dalla gratificazione che si riceve. «Già venire qui e decidere di attraversare il quartiere è una testimonianza di solidarietà, e di responsabilità da parte nostra ad offrire spettacoli degni», dice il direttore. «A me questo – spiega ancora Gelardi – già basta. La considero una grande cosa. Poi c’è anche tantissimo pubblico che fa domande, forse perché siamo aperti a fargli vedere il teatro, a rispondere, a raccontare la nostra storia. Ho lavorato anche in tanti altri teatri, ma il senso di comunità che ho trovato qui non l’ho trovato da nessuna parte». Il valore aggiunto creato, in sostanza, è solo quello umano.

GLI ATTORI GIOVANI AL FIANCO DEI PROFESSIONISTI PIÚ ESPERTI – Al Nuovo Teatro Sanità ci sono solo 81 posti. Il prezzo del biglietto è basso, mediamente tra gli 8 e i 10 euro. Gli attori non ricevono alcun compenso. Non ci sono sovvenzionamenti pubblici. Il pubblico lo sa, apprezza il sacrificio e lo fa capire. Sono stati ben 4mila gli spettatori nel corso del primo anno e con buona probabilità saranno molti di più nella seconda stagione, visto che dopo solo 4 spettacoli ne sono già stati contati mille. Molti di loro si possono definire davvero ‘affezionati’ al lavoro del Nuovo Teatro Sanità. «Penso – dice Gelardi – che abbiamo raccolto una categoria di spettatori che era un po’ orfana di altri teatri. Abbiamo raccolto una generazione di gente che aveva bisogno di un luogo di riferimento. Qua veramente puoi bussare e ti aprono». Ma ovviamente un ruolo centrale è ricoperto (non potrebbe essere altrimenti) da quanto viene rappresentato sul palcoscenico. Su questo fronte nulla è lasciato al caso. In ogni progetto giovani attori lavorano con i professionisti più esperti. Quando chiediamo a Gelardi di presentarci qualche opera in programma ci parla innanzitutto di ‘Scimmie‘, scritto da Alessandro Gallo e diretto da Carlo Caracciolo, un racconto dell’inadeguatezza rispetto al crimine, la storia dell’ascesa nella malavita di tre ragazzi che poi si rendono conto che in realtà la camorra raccontata nei film e nelle serie televisive è ben diversa dal sangue vero, dalla morte vera. Lo spettacolo ha già debuttato in Emilia Romagna e tornerà a gennaio al Nuovo Teatro Sanità. Poi ci parla di ‘Lui, il Figlio‘, la riscrittura della passione di Cristo fatta da otto scrittori e presentato nelle chiese del quartiere. ‘Do not disturb‘ è invece uno spettacolo (scritto da Claudio Finelli e interpretato da Roberto Azzurro, Carlo Caracciolo, Vincenzo Coletti, Annalisa Direttore, Gennaro Maresca) che viene rappresentato nelle camere d’albergo, in un vero e proprio hotel. Il pubblico entra in alcune camere, in ognuna di essere scopre una coppia che discute, e quindi assiste agli ultimi venti minuti di dialogo dei due personaggi prima che lascino la stanza.

 

IL TEATRO COME RESIDENZA TEATRALE – Gli spettacoli dei ragazzi debuttano sempre lontano dal Nuovo Teatro Sanità. «Anche perché fuori troviamo le risorse», spiega Gelardi. Ma lontano da casa si trova anche un ambiente, istituzionale soprattutto, in decisamente più idoneo ad ospitare discipline artistiche. Il Nuovo Teatro Sanità in ogni caso non riceve soldi né dal Comune né dalla Regione o dallo Stato.
«Non ci sono possibilità di sovvenzionamento – ci spiega il direttore – sia a livello comunale che regionale, e non abbiamo ancora i requisiti, anche perché aperti da un solo anno, per chiedere un sostegno a livello ministeriale». Eppure servirebbero probabilmente meno soldi di quanto si possa immaginare. Il progetto Living Naples che ha portato a Napoli 4 attori stranieri, due finlandesi, uno spagnolo e una scozzese (che Gelardi definisce «esperienza di accrescimento pazzesca per i ragazzi») è costato solo 1.500 euro. E nei 1.500 euro c’erano i soldi per ospitare i ragazzi stranieri ed anche un piccolo compenso per l’istruttore. «Se uno vuole speculare – afferma il direttore del Nuovo Teatro Sanità – servono 10mila euro. Se vuoi fare qualcosa di utile, che resti e che serva possono bastare anche 1.500/2.000 euro».
Dunque – spiega nel corso della chiacchierata Gelardi – «ci sovvenzioniamo solo con i biglietti, quindi per noi la pubblicità è fondamentale». E la pubblicità si fa anche sfruttando le pagine dei social network, che gli altri spesso snobbano. Anche in questo sembra esserci qualcosa di nuovo. Qualcosa di nuovo che si contrappone ad un teatro diventato quasi elitario. «In linea di massima il teatro non è più una forma d’arte popolare. Quindi – dice Gelardi – bisogna far capire alla gente: ‘Guardate che venite al teatro e non vi annoiate’. Noi paghiamo vent’anni di teatro autocelebrativo che non si è aperto al pubblico». Infine, quando chiediamo di fare una previsione sul Nuovo Teatro Sanità che verrà, il direttore dice di vedere «un polmone verde», «una residenza teatrale più che un teatro», «un luogo dove si fa teatro in modo diverso, dove possono venire artisti importanti a provare gli spettacoli per poi regalarli ai ragazzi del quartiere», come nel caso del progetto interculturale. «Vorrei – continua – che arrivassero servizi e che si capisse che non stiamo chiedendo danaro. La gente di teatro è vista come l’accattone che chiede i soldi per campare. Ma noi stiamo garantendo un servizio culturale e sociale in un’area di 50mila persone».

(Foto: Giornalettismo)