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Gucci come Moncler sotto la lente di Report. E la griffe attacca

Dopo Moncler è la volta di Gucci: l’inchiesta di Report andata in onda ieri sera, ancora una volta a firma di Sabrina Giannini, ha scatenato una nuova ondata di indignazione da parte dei telespettatori, che si sono riversati in massa sulla pagina Facebook della griffe per lasciare pesanti commenti contro i metodi di produzione di uno dei marchi della moda “made in Italy” più famoso nel mondo. La risposta di Gucci è arrivata questa mattina, con un comunicato stampa in cui l’azienda «si dissocia nel modo più assoluto» da quanto mostrato ieri sera durante il programma di Milena Gabanelli. Ma andiamo con ordine.

Photocredit: Rai/Report
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REPORT CONTRO GUCCI: LA DENUNCIA DI UN ARTIGIANO TOSCANO – L’inchiesta di Report si basa sull’autodenuncia di Aroldo Guidotti, un artigiano pellettiere della provincia di Firenze che lavora come terzista per conto di Gucci. Come prima cosa si affronta il tema dei costi di produzione in rapporto al prezzo finale di vendita: per realizzare da zero una borsa che in negozio si paga più di ottocento euro, l’azienda di Guidotti riceve ventiquattro euro, una cifra insufficiente a coprire le spese di produzione, stipendi compresi, e ad avere un margine di guadagno per i titolari dei laboratori. Così, come sottolinea Sabrina Giannini, si innesca un circolo vizioso che obbliga al licenziamento della manodopera italiana a favore dall’assunzione di operai di nazionalità cinese, assunti con un contratto part-time ma che, di fatto, lavorano a tempo pieno e molto spesso anche di più. Gli operai vengono pagati a cottimo, senza nessun tipo di tutela né di garanzia. Un sistema, questo, che conviene sia al dipendente che a chi gestisce il laboratorio: perché solo lavorando più ore di quelle effettivamente dichiarate si riesce ad avere un margine di guadagno sufficiente a sopravvivere.

Photocredit: Rai/Report
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REPORT CONTRO GUCCI: MADE IN ITALY CINESE? – Così si arriva al punto: se Moncler – tanto per citare l’altra inchiesta di Sabrina Giannini che tanto fece scalpore – sceglieva di delocalizzare la produzione nell’est europeo, Gucci resta in Italia ma, di fatto, opta per una produzione al ribasso con risultati pressoché identici:

Gucci garantisce che i suoi accessori sono prodotti secondo una tradizione “tramandatasi di generazione in generazione” e confezionati da artigiani italiani. Non è chiaro cosa intenda per italiani: se lavorano sul suolo italiano, se mangiano italiano,
se hanno gli stessi diritti dei dipendenti italiani.

E ancora, prosegue Sabrina Giannini:

Nell’ultimo decennio la Toscana, culla della pelletteria, è diventata zona franca al servizio di molti marchi del lusso che hanno trovato il sistema per produrre al ribasso in Italia, senza delocalizzare in Cina. Fummo i primi a dimostrarlo nel 2007 in una puntata intitolata “Schiavi del lusso”.

REPORT CONTRO GUCCI: GLI ISPETTORI – In tutto questo, Gucci non resta a guardare e, nei laboratori che producono pezzi per la griffe, vengono spesso inviati ispettori per controllare che tutto si svolga secondo “le regole” della certificazione di responsabilità sociale di cui l’azienda – oggi passata in mani francesi – si è dotata un decennio fa. Ma, stando a quanto dichiarato da Guidotti, questi controlli non avverrebbero negli orari più critici ovvero dopo le nove di sera, quando le macchine da cucire dovrebbero essere ferme e invece continuano a lavorare con la stessa squadra di operai che aveva iniziato al mattino.

Photocredit: Rai/Report
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REPORT CONTRO GUCCI: «GUCCI FA PROFITTI PER UN MILIARDO L’ANNO» – L’inchiesta di Sabrina Giannini si conclude così, con qualche cifra legata ai profitti ottenuti da François Henry Pinault, oggi proprietario del brand Gucci:

Le nostre 1500 botteghe artigiane contribuiscono al successo del signor Pinault: Gucci con il Made in Italy fa profitti per un miliardo di euro l’anno ma fatturerà tutto in Italy? Quotidianamente i tir carichi di accessori partono da Firenze alla volta della società logistica del gruppo francese la Luxury Good, nel canton Ticino. Svizzera.

REPORT CONTRO GUCCI: I TELESPETTATORI INSORGONO (DI NUOVO) – Fatto salvo per la faccenda delle oche spennate a sangue, il quadro che emerge dall’inchiesta su Gucci non è troppo diverso dallo scenario disegnato appena qualche settimana fa dall’inchiesta su Moncler. Ed esattamente come allora la risposta dei telespettatori non si è fatta attendere:

 

REPORT CONTRO GUCCI: I COMMENTI SUI SOCIAL NETWORK – E anche sulla pagina Facebook di Gucci piovono commenti addirittura in inglese e francese, scritti da utenti italiani che, considerata la proprietà francese del marchio e la grande popolarità che il brand ha in tutto il mondo, vogliono far giungere il proprio messaggio non soltanto ai propri connazionali. A scatenare i commenti più rabbiosi, comunque, non è tanto lo sfruttamento della manodopera e la crisi delle aziende artigiane italiane ma il fatto che la produzione dei capi di una griffe del “made in Italy” sia affidata a mani cinesi.

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REPORT CONTRO GUCCI: LA RISPOSTA DELL’AZIENDA – La risposta di Gucci è arrivata questa mattina con un lungo comunicato in cui si dissocia da quanto mostrato ieri sera a Report, sottolineando di non aver mai ricevuto «nessuna domanda pertinente da Milena Gabanelli» e l’inchiesta andata in onda è stata condotta in modo inappropriato:

Gucci si dissocia nel modo più assoluto dai contenuti e dalla forma del servizio mandato in onda domenica 21 dicembre nell’ambito della trasmissione Report. La signora Gabanelli non ha mai posto a Gucci alcuna domanda pertinente su quanto da cinque mesi stava girando. Telecamere nascoste o utilizzate in maniera inappropriata, solo in aziende selezionate ad arte da Report (3 laboratori su 576), non sono testimonianza della realtà Gucci.

GUCCI CONTRO REPORT: «INCHIESTA DIFFAMATORIA» – Da qui, la versione di Gucci, che definisce «diffamatoria» l’inchiesta di Report, sopratutto nel passaggio in cui si spiega che i subfonitori che fungono da tramite tra Gucci stessa e i piccoli laboratori si accorderebbero sull’utilizzo della manodopera a basso costo:

Il servizio ha accusato Gucci di consigliare l’utilizzo di “forza lavoro cinese a basso costo”. Tutto ciò è falso e destituito di ogni fondamento e fortemente diffamatorio. Così come lo è la frase del servizio : “….. all’interno dell’azienda …ci deve essere un prestanome italiano…”. Accordarsi a insaputa di Gucci con laboratori che utilizzano manodopera cinese a basso costo e non in regola – sabotando i sistemi di controllo in essere – è una truffa dalla quale Gucci si dissocia e che perseguirà in tutte le sedi. Gucci produce il 100% della pelletteria in Italia dando lavoro a oltre 7.000 addetti tra fornitori di primo livello (1.981) e fornitori di secondo livello. Di questi addetti, circa il 90% sono di nazionalità italiana, mentre tutte le 576 aziende sono italiane. Tutti i fornitori di primo e di secondo livello vengono regolarmente controllati (circa 1.300 verifiche l’anno, anche notturne) sul rispetto delle regole e il corretto trattamento delle persone. Ricordiamo che il lavoro notturno, se svolto secondo la normativa, non è reato:  si chiama straordinario o turnazione.

GUCCI CONTRO REPORT: «TUTELEREMO LA NOSTRA IMMAGINE CON OGNI MEZZO» – Non solo: nel comunicato Gucci condanna «la rappresentazione che Report ha voluto dare dell’azienda» che, invece, «da anni sta operando per mantenere la produzione in Italia», creando una filiera garantita e protetta che permette la tracciabilità dei prodotti. Gucci annuncia quindi di voler tutelare con tutti i mezzi «la propria immagine e il proprio marchio».

GUCCI CONTRO REPORT: «GUCCI ESTRANEA AGLI ACCORDI TRA FORNITORI» – E la denuncia di Aroldo Guidotti, anche nei confronti degli ispettori dell’azienda? Nel comunicato di Gucci si legge:

Il signor Guidotti, attraverso la sua società Mondo Libero, ha contribuito da metà 2013, attraverso Almax, al fatturato degli accessori Gucci per lo 0,19% dell’intera produzione. Negli ultimi mesi, Mondo Libero ha subìto diversi controlli, anche notturni, a seguito dei quali sono emerse irregolarità relative all’assunzione del personale. Gucci ha chiesto la regolarizzazione di tali situazioni e Mondo Libero ha fornito evidenza che tali irregolarità erano state affrontate e per la maggior parte risolte.Per quanto riguarda l’apparente titubanza dell’ispettore ripreso a telecamere nascoste, si ricorda che le ispezioni avvengono in due parti: la prima è di controllo documentale e la seconda di azione. Le riprese televisive sono focalizzate sulla prima parte. Ricordiamo altresì che gli ispettori non hanno poteri coercitivi immediati, ma di audit. E l’audit ha evidenziato irregolarità che sono state risolte. […] Gucci è estranea a eventuali accordi tra fornitori di 1° e 2° livello, nel caso citato dal servizio tra Almax e Mondo Libero, non coerenti con le regole previste dal Protocollo sulla Filiera del 2009. La rappresentazione parziale e faziosa della realtà da parte di Report è quindi evidente e tende a stigmatizzare il comportamento di Gucci che invece è del tutto consono alle regole stabilite con le parti sociali.

GUCCI CONTRO REPORT: «RIBADIAMO LA NOSTRA CORRETTEZZA» – Non manca anche un accenno ai ricarichi sui prezzi delle borse Gucci una volta arrivate in negozio, uno dei primi punti toccati dell’inchiesta di Sabrina Giannini

Per quanto riguarda il prezzo del prodotto, Report compara in maniera errata il prezzo di una borsa al pubblico con il costo di una singola fase di lavorazione. I 24 Euro citati dal servizio si riferiscono solo all’assemblaggio parziale e non considerano minimamente, ad esempio, il costo della pelle, il costo del taglio, quello degli accessori, il confezionamento, la spedizione e tutto quanto necessario a rendere la borsa disponibile in negozio, fattori che moltiplicano fino a 25 volte quel numero. Gucci ribadisce fortemente la correttezza del proprio operato impegnandosi a rendere sempre più efficaci le azioni conseguenti alle ispezioni, che saranno sempre più numerose.

(Photocredit copertina: Report/Rai 3)