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I dissidenti del Pd contro Matteo Renzi

C’è chi nel Partito democratico non ha ancora digerito l’arrivo a Palazzo Chigi di Matteo Renzi. Sembra paradossale, ma – insulti grillini a parte – durante il voto di fiducia alle Camere, il neo presidente del Consiglio ha dovuto incassare le critiche più pesanti da esponenti del suo stesso partito. Dall’affondo di Stefano Fassina, passando per la «fiducia sfiduciata» di Giuseppe Civati, fino ai malumori di Anna Finocchiaro, il «disaccordo su tutto» di Miguel Gotor. E il rientro piccato in Parlamento di Pierluigi Bersani, l’ex segretario tornato in aula per «abbracciare Enrico Letta»: ha spiegato l’esigenza di dover aiutare il governo Renzi, non senza “bacchettarlo” per «peccare di umiltà». Tra i renziani, non pochi avevano avvertito il segretario prima della staffetta con Enrico Letta, temendo trappole. Dopo il passaggio in Parlamento, tra i fedelissimi del premier, non pochi restano diffidenti nei confronti delle minoranze interne, nonostante la fiducia incassata. Non sono mancate, tra la sinistra interna, le voci di una futura scissione, per ora allontanata da Gianni Cuperlo. Con un’intervista su Repubblica, l’ex sfidante alle ultime primarie per la segreteria ha allontanato l’ipotesi, ma ha precisato: «Una ferita c’è stata, a sinistra serve un’anima». L’ex presidente dell’assemblea dei parlamentari democratici, poi dimessosi in polemica con lo stesso Renzi, aveva già bollato come un’ «anomalia» il doppio incarico di segretario del partito e presidente del Consiglio.

Matteo Renzi

IL FRONTE INTERNO CONTRO RENZI NEL PD –  Nell’infinita battaglia tra correnti interne, il Partito democratico ha già in passato “consumato” diversi leader, affondando le loro ambizioni. E tra i renziani, dopo i pesanti interventi in aula, non manca chi teme per il futuro franchi tiratori e tradimenti interni, in grado di rallentare il governo e l’iter delle riforme sul quale punta il neo premier. Senza dimenticare chi evoca, tra i corridoi in Transatlantico, il rischio di dover fare i conti con il rancore dei lettiani, dopo il cambio ai vertici di Palazzo Chigi. Per ora la fiducia non è stata negata. Anche se c’è stato chi, come il lettiano Francesco Russo, ha fatto emergere qualche perplessità sul discorso di Renzi, soprattutto a Palazzo Madama: «È vero che lui ha parlato più agli italiani fuori dall’aula che all’aula del Senato in sé. Io magari avrei scelto di stare su un format più tradizionale, più adatto all’istituzione. Però conta quello che si riesce a fare, non il programma. Il Pd sostiene Renzi: dobbiamo farcela sennò…». E anche un altro lettiano, come Marco Meloni, ha spiegato di aver votato la fiducia «soltanto per disciplina di partito». E i “popolari”? Anche loro hanno assicurato la fiducia ma, avvertendo il segretario: «La velocità è necessaria anche in politica. Tuttavia non è inutile, mentre si corre, sapere dove si vada».

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IL «FUOCO AMICO» DA SINISTRA – Ma sono state le minoranze alla sinistra del partito ad attaccare in modo più duro il segretario. A partire da Stefano Fassina, da tempo in lotta contro il presidente del Consiglio. Basta ricordare quel «Fassina chi?» pronunciato da Renzi, che portò alle dimissioni dell’esponente democratico dall’incarico di vice-ministro dell’Economia del governo Letta. L’intervento dell’esponente democratico in aula ha sorpreso per i toni duri. Sembrava quasi di sentir parlare una voce dell’opposizione. «In una democrazia parlamentare la responsabilità politica è condivisa da chi vota i provvedimenti. Noi non lasceremo solo il governo. La solitudine al comando non funziona, la storia del ventennio alle nostre spalle lo dimostra», ha spiegato, avvertendo Renzi che quella del Pd non sarà «una delega in bianco». Ma non solo: Fassina ha contestato le stesse linee economiche dell’agenda renziana. «Prevale ancora una sostanziale continuità con il paradigma economico in corso, un paradigma che non funziona», ha spiegato. E sui rapporti con l’Europa? «Non funziona lo schema dei compiti a casa». Fino alla critiche al piano sul lavoro, il noto Jobs Act: «Per favore, no a un altro intervento sulle regole del mercato del lavoro. Non funziona. La variabile decisiva è l’innalzamento della domanda aggregata. E questo vuol dire investimenti e equità», ha continuato, invitando il segretario a offrire «una parola di rassicurazione alle decine di migliaia di esodati, trattate brutalmente dallo stato». Un intervento duro, ma non è stato l’unico.

Matteo Renzi dissidenti Pd 5

 

Anche Giuseppe Civati, più volte dato “in partenza” dal Pd – insieme ai sei senatori considerati a lui vicini a Palazzo Madama (Felice Casson, Corradino Mineo, Sergio Del Giudice, Donatella Albano, Lucrezia Ricchiuti, Walter Tocci) – per dare vita a una nuova area politica (con Sel, dissidenti grillini, malpancisti democratici) che riprenda il rapporto con coloro che sostennero Rodotà durante la corsa per il Quirinale, ha alla fine votato la fiducia al governo Renzi. Eppure, ha spiegato tutta la sua contrarietà rispetto alle posizioni del presidente del Consiglio. Più volte ha rivendicato l’importanza della sua area all’interno del partito («Macché malpancisti, siamo razionali. Senza di noi al Senato sarebbe stata dura»), spiegando poi di non voler lasciare il Pd. «Ho votato nella speranza che si possa costruire qualcosa. E che si capisca l’errore senza dover sfasciare tutto», ha spiegato all’Espresso, chiarendo però di non fidarsi dell’esecutivo Renzi. In aula aveva attaccato: «Sognavo anche io che la nostra generazione arrivasse fin qui. Ma con le elezioni e non con una manovra di Palazzo». E se anche Bersani è stato freddo durante il suo ritorno in aula con il nuovo presidente del Consiglio, attaccando il governo di “peccare di umiltà”, un suo collaboratore, Miguel Gotor – dopo aver votato la fiducia ma precisato di «essere contrario su tutto» – ha rilanciato le accuse con un’intervista sul Corriere della Sera.

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Da Gotor è arrivato un altro attacco interno al segretario: «Il governo Renzi? C’è la manina di Berlusconi e le impronte del conflitto d’interessi», ha spiegato il senatore bersaniano. Non senza denunciare l’esigenza di dover chiarire «sull’anomalia del ministro Guidi». Sulla fiducia futura all’esecutivo non ha promesso nulla: «Valuterò di volta in volta». Così come hanno spiegato tanti altri. E c’è stato anche chi, come Guglielmo Epifani, è rimasto perplesso sulle coperture dell’agenda renziana: «Dove trova i soldi?».

CHI EVOCA IL CONGRESSO – Resta l’ombra della scissione, seppur allontanata da Gianni Cuperlo: «Bisogna sostenere il nuovo premier con lealtà, per il bene dell’Italia e degli italiani», ha spiegato. Eppure, di fronte ai malumori di civatiani, Fassina, lettiani, ha aggiunto: «Indubbio che si sia prodotta una ferita nel partito». Dove porterà? C’è chi è già pronto, dentro il Pd, a sollevare il tema del doppio incarico. Tanto da chiedere a Renzi di rinunciare alla segreteria. Già Cuperlo aveva indicato la questione come un’anomalia, soltanto pochi giorni fa. In pratica, per Renzi il “nemico” principale sembra essere ancora in casa. Pronto a sfruttare ogni possibile passo falso del nuovo presidente del Consiglio.