Cosa succede dopo la bocciatura della Fini-Giovanardi

di Mazzetta | 13/02/2014

Cassata la Fini-Giovanardi si torna alla Craxi-Jervolino-Vassalli del 1990, una legge percepita all’epoca come criminogena e liberticida, tanto da sollecitare il referendum che nel 1993 sancì un alleggerimento delle pene per i consumatori.

craxibettino

BOCCIATA NEL METODO – La Corte Costituzionale ha cassato quella che è definita come legge Fini-Giovanardi per un motivo tecnico. Aveva infatti visto la luce infilata abusivamente in un decreto che riguardava le olimpiadi invernali di Torino e questa furbata alla fine è arrivata al pettine dei giudici supremi ed è stata dichiarata illegittima. La legge, un esteso articolato, era stata compressa entro gli stretti confini dell’articolo 4 della legge sulle olimpiadi, che poi si apriva a svelare un articolato prolisso e complesso, un’anomalia anche alla vista, 95944 caratteri per l’articolo 4 sui 110.822 totali che componevano i sei articoli presenti nella «Conversione in legge, con modificazioni del decreto-legge 30 dicembre 2005, n. 272, recante misure urgenti per garantire la sicurezza ed i finanziamenti per le prossime Olimpiadi invernali, nonchè la funzionalità dell’Amministrazione dell’interno. Disposizioni per favorire il recupero di tossicodipendenti recidivi e modifiche al testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309». Un mostro anche agli occhi di un profano.

CI HANNO PROVATO – Lo sapevano che non si fa in quel modo, la disciplina costituzionale non lascia dubbi ed è consolidata, ma l’arroganza e il disprezzo per le regole della pattuglia che allora sedeva in parlamento sotto l’ala protettiva di Silvio Berlusconi ha portato a identico destino moltissimi provvedimenti, mentre la sua ardita riforma costituzionale è invece stata macellata dal referendum confermativo del 2006. Ben prima dei giudici sono stati quindi i cittadini a sanzionare questo modo di procedere decisionista e poco rispettoso del dettato costituzionale, per non dire delle opinioni della maggioranza dei cittadini sui temi più delicati, quelli etici su tutti. Un dettaglio che la narrazione berlusconiana omette e s’intuisce il motivo, il centrodestra capitanato da Silvio non è che abbia mancato di fare le riforme perché impedito dai giudici o da altri che abusavano dei propri poteri a suo danno, le riforme le ha fatte, gli italiani le hanno valutate e sonoramente bocciate.

PUNIRE E PUNIRE – Lo stesso si può dire per la Fini-Giovanardi, che aveva il suo peccato originale nell’inasprire le pene per consumatori e venditori di droghe leggere, andando così in direzione opposta a quanto sancito dagli italiani nel referendum del 1993, dove si erano espressi nettamente per la non punibilità dei consumatori di droghe leggere. La legge ora cassata ha stabilito infatti l’abolizione della distinzione tra droghe leggere e pesanti, equiparando agli effetti della legge esistente le prime alle seconde e inasprendo le pene. La Craxi-Jervolino-Vassalli del 1990 era considerata una creatura di Vincenzo Muccioli, indimenticato e vulcanico gestore di comunità di recupero e figura molto controversa, che la volle fortissimamente. Fu anche sponsorizzata dall’allora capo del governo che ci teneva a mostrarsi decisionista e duro con la criminalità, anche se di lì a poco avrebbe dovuto scappare dal paese e concludere i suoi giorni da latitante, in un mesto e rancoroso esilio in Tunisia, ospite del locale dittatore.

LE PENE – Con questi presupposti fu quasi naturale che ne risultasse una legge fortemente liberticida, tanto che ai tempi 1/3 dei detenuti era in quella condizione per condanne rimediate grazie a quella legge. Con le modifiche successive si è arrivati a un picco di detenuti per droga di 27.459 nel 2011 e secondo gli esperti, i detenuti per reati legati alle droghe leggere sono il 40% di quelli in carcere per la legge in materia di stupefacenti.Oggi si torna quindi al vecchio regime e questo comporterà una riduzione delle pene per il possesso e anche per lo spaccio di hashish e marijuana. Prima la pena prevista andava dai 6 ai 20 anni per il possesso di qualunque sostanza, ora la pena per il possesso di droghe leggere oltre i limiti concessi per il consumo personale torna a essere compresa tra i 2 e i 6 anni. Una differenza decisiva, perché la condanna minima non porta automaticamente in carcere. In secondo luogo cambia il regime dell’uso personale, quello depenalizzato dal referendum del ’93,  che non è più «esclusivo» ma può essere, in linea teorica, anche di gruppo.