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Mi scuso, ergo sum

Viviamo in un mondo in cui chiedere scusa è considerato un segno di debolezza o, peggio ancora, di pochezza. Immani sono gli sbagli che si fanno ogni giorno, che lasciano segni più o meno visibili e pesanti su noi e sugli altri. A volte basta sbagliare una frase o un’azione, incocciare in una giornata negativa ed ecco che l’errore è fatto. Viviamo per giunta in un mondo in cui tutti esprimono, spesso scrivendoli, giudizi tranchant su tutto e tutti e poi si offendono per niente. Abbiamo una soglia d’attenzione variabile, a questo riguardo: soppesiamo con il bilancino dell’orafo quello che ci viene detto e con la pesa dei camion quello che diciamo noi. Sono la prima a comportarmi così, quindi conosco bene l’argomento. Ieri mi è capitato di offendere una persona a cui tengo senza accorgermene nemmeno. Questa persona ha avuto una reazione inaspettata ed è appunto a quel punto che me ne sono accorta. Se devo dire la verità ho pensato che esagerasse un po’. Come ha potuto dubitare del mio affetto nei suoi confronti? Però da parte mia io questa creatura l’ho ferita, mostrando la sensibilità dello gnu (con tutto il rispetto per la delicatezza dello gnu). Insomma, a volte dovrei evitare di parlare a vanvera. Devo appuntarmelo sull’agenda.

UGUALI A SE STESSI – Viviamo in un mondo e in tempi in cui un piccolo screzio, una minima incomprensione possono generare un conflitto insanabile. Siamo così poco sicuri, così spaventati, che per un nulla mettiamo in discussione anche le persone buone e care che sono capitate nella nostra vita. Certo, a volte si esplode per via del pregresso che non si è riusciti a dire per tempo, per tutta una serie di frustrazioni e fastidi che si accumulano nei confronti di qualcuno e che non si confessano quando sarebbe il momento di farlo. A volte è il troppo silenzio che alla fine degenera nelle invettive. Più spesso però è la paura dell’altro e delle implicazioni che ha lo spendersi in un rapporto umano, delle preoccupazioni e degli impegni che comporta accettare e ricambiare l’affetto. E poi, diciamola tutto, si dovrebbe anche un po’ accettare di sé e degli altri il fatto che non si può ogni giorno essere uguali a se stessi.

SONORA STUPIDAGGINE – Tornando all’episodio che mi ha fatto riflettere, ho detto una sonora stupidaggine e, come capita, per risposta ho avuto una piccola dose di veleno. Che ha fatto il suo effetto, perché forse me la meritavo e posso togliere anche il forse, dai. Dapprincipio mi sono sentita furiosa e avrei voluto rispondere per le rime, ricambiando con un bel morso da cobra. Poi ho pensato di no e mi sono tenuta i denti in bocca. Dopo due minuti mi era chiara una cosa soltanto e cioè che per me questa persona è importante, anche se ha i suoi difetti, tra cui una lingua che taglia il metallo. E, siccome io dei due sono quella che in primis ha torto e che inoltre per carattere può meglio sopportare il peso del fare ammenda, ho anche avuto chiaro il concetto che toccava a me chiedere perdono, anche se un po’ di ragione ce l’avevo pure io, non fosse altro che per la reazione del mio interlocutore.

MOTIVI DI BIECO INTERESSE – Così ho chiesto scusa per motivi di bieco interesse, perché questa persona umanamente mi interessa davvero. È dolce, buona, brillante, intelligente e, se una volta capita una giornata storta, pazienza, non importa. Se l’alternativa al chiedere scusa è un disaccordo o una frattura o una semplice incrinatura non ne vale la pena, proprio no. In certi casi sarei disposta a chiedere scusa pur avendo ragione, con alcuni, perché non credo più a certe questioni di principio. Il mio attuale principio è che bisogna tenersi strette le persone di valore che si ha la fortuna di incontrare. Senza svilirsi, ma senza svendere una cosa buona al primo ostacolo che si presenta. Bisogna avere la forza e il coraggio di abbassare i toni, quando serve, di farsi carico dei propri torti e non solo dei propri. Non per spirito di sacrificio, bensì per istinto di sopravvivenza.

LA PRIMA LEGGE DI NATURA – Mi viene sempre in mente la manzoniana storia di Fra Cristoforo, che da giovane ammazza un tizio che non gli ha ceduto il lato di marciapiede dove voleva passare lui e poi deve affrontare tutto il percorso che lo porterà a diventare un mezzo santo. Mah, a volte abbassare la testa e lasciar passare un altro è un bel risparmio di tempo. Certo, per alcuni ci si fa da parte più volentieri che per altri, ma esercitarsi a chiedere scusa è un gran bell’esercizio di umiltà, che male certo non fa. Dall’altra parte accettare le scuse è anch’essa una pratica liberatoria. Il concetto in questione è quello classico del perdono, diretta conseguenza delle scuse. Chiedere perdono e perdonare sono due armi affilate. Il motivo più valido in assoluto per usarle viene dalla mente di un grande illuminista. “Noi siamo tutti impastati di debolezze e di errori: perdonarci reciprocamente le nostre balordaggini è la prima legge di natura.” Voltaire, signori, mica noccioline. Me lo devo ricordare più spesso quando tratto con i miei figli e ogni tanto scusarmi con loro (oltre che con le altre persone che mi sopportano) per la mia balordaggine.