L’uomo dei volantini – parte prima

di Clementina Coppini | 05/01/2014

“Siamo vostri prigionieri?” Andrea era preoccupato. “No. Siamo amici di Gianclaudio. È stato arrestato. Si sentiva seguito e mi ha chiesto di portarvi al sicuro. È mio fratello.” Giorgio e Andrea si rilassarono e si disperarono nello stesso istante. Non sarebbero stati torturati di lì a poco, ma Gianclaudio con ogni probabilità sì, se già non era morto. “Cosa dobbiamo fare?” in quel momento erano rivoluzionari spaventati. “Per adesso resterete qui. Il paese vi protegge. Tutti gli abitanti sono dei nostri. Tutti. Ma tenetevi pronti a partire in ogni momento.”

Furono accompagnati nella loro suite, perché quello in cui si trovavano era un albergo di lusso. Si chiamava L’Orto degli Angeli. La mattina dopo Andrea e Giorgio fecero colazione nel giardino pensile, con la notizia della morte di Gianclaudio. Continuavano a soggiornare in luoghi attribuiti agli angeli e intanto la gente moriva. Mangiavano pane fresco e marmellata di ciliegie fatta in casa sotto un pergolato coperto da un rampicante punteggiato di fiorellini bianchi, bevendo cappuccino. Ma non era bello né rilassante. “Spero di partire entro oggi.Non ce la faccio a stare qui.”

Era un soldato di Sparta, che ci faceva in un posto così? Andrea si impose di scrivere quel giorno stesso la tredicesima filippica, per non pensare alle lenzuola bianche, alle tovaglie ricamate, alle tazze inglesi. Nella sua vita precedente – perché di una vita precedente si trattava – era povero e non poteva permettersi tutto quel lusso, e ora che era lì non poteva goderne perché era un rivoluzionario. Non che avesse gran voglia di concertare una rivoluzione, né di parteciparvi, quel giorno. Era tormentato dal pensiero di Gianclaudio e Filippo, e davanti a sé aveva lo sguardo severo di Giorgio. Restarono nell’Orto degli Angeli tre giorni, durante i quali Andrea non riuscì a mettere giù nemmeno una riga. Stavano cenando nel favoloso ristorante dell’albergo, ricavato nell’arena romana sotto il palazzo rinascimentale nel quale soggiornavano, quando il cameriere si avvicinò facendo il gesto concordato in caso di problemi.

Li avevano trovati. Era ora di andare. Andrea finì l’arrosto senza alzare lo sguardo dal piatto e lo stesso fece Giorgio. Poi, con relativa calma, si alzarono, si separarono e si diressero a passo calmo uno verso la toilette e l’altro verso la propria stanza. Appena chiuse le porte, entrambi si misero a correre verso il retro, ai motorini. Venti minuti dopo erano nel campo dove li aspettava l’elicottero che li portò via. “Dove stiamo andando?” “Non lo so.” Andrea notò che Giorgio non aveva lo sguardo perso, ma c’era nei suoi occhi una qualche luce. Per cui due erano le possibilità: sapeva o dove erano diretti o che all’arrivo avrebbero trovato Laura ad aspettarli. “Bugiardo, lo sai.” Dare del falso a Giorgio era come bestemmiare in chiesa. “Se te lo dico cosa cambia?” Durante lo spostamento per far perdere le loro tracce, Andrea impostò la tredicesima filippica, il sacrificio della spia. Gli pesava sapere che quell’uomo era morto per salvare lui. Lui che non faceva altro che scappare. “Dovrei iniziare a combattere anch’io.” Disse a un certo punto, durante il lungo viaggio in camion in compagnia di un carico di elettrodomestici. “Già lo fai.” Giorgio non aveva voglia di parlare. “Scappo e mi nascondo come uno scarafaggio, questo faccio.” Alla fine lui cosa faceva in quella rivoluzione. “Voglio parlare con il capo.” “Perfetto. Stiamo proprio andando da lui.” Quattro giorni di viaggio e la tredicesima Filippica era quasi pronta per la divulgazione. Non riuscì a descrivere le torture cui era stato sottoposto Gianclaudio. Le immaginò, ma per pudore non le raccontò. Basta raccontare le sofferenze dei poveri cristi. È un modo per compiacersi del sangue, non per fare cronaca. Arrivarono di notte al portone di legno di Villa Isabella, un rustico sulle colline del Lago di Garda. Nel salone li aspettavano Merlino e Laura. La donna guardò i due uomini. Restò impalata per due minuti a riflettere su due cose: si chiese perché quel maledetto Andrea avesse scritto la dodicesima Filippica e che era felice che Giorgio fosse vivo.

“Ciao, Laura. Sono contento di vederti.” “Ciao, Andrea.” “Ciao, Laura.” Giorgio si avvicinò alla donna senza trovare il coraggio di sfiorare con un carezza la guancia del più glorioso combattente della resistenza. “Ciao, Giorgio.” Erano passati non più di due mesi da quando si erano salutati nel camion della frutta, ma era stato un tempo infinito, soprattutto per Laura, che aveva un aspetto sofferente. Merlino abbracciò Giorgio e poi Andrea, che rimase di pietra. “È una gioia immensa conoscerti.” “Anche per me.” Biascicò. Quell’uomo lo metteva in soggezione. “Giorgio, accompagnami fuori a fumare una sigaretta.” Giorgio non fumava, ma la seguì. Andrea e Merlino rimasero soli a chiacchierare, mentre Laura si scusava con Giorgio per le sue parole sul camioncino della frutta. “Perdonami, Giorgio. Ho perso il controllo.” Intanto pensava che era brutta, e che ultimamente era peggiorata. “No, perdonami tu.” “Perché?” “Mi piaci, Laura. Avrei dovuto dirtelo tanto tempo fa.”

Una dichiarazione da ragazzino, tenera. Intorno c’era il mondo che crollava e Laura lo sapeva molto bene, ma in quel momento pensò che non meritava l’attenzione di un uomo così bello. Lui le baciò le mani rovinate e lei anche in questo caso avrebbe pianto, se ne fosse stata capace. “Grazie, Giorgio.” Non riuscirono a dirsi di più, perché non era nel loro carattere. Rientrarono a preparare qualcosa da mangiare. C’era quella sera e basta, per loro. Si cambiarono prima di cena per restare attaccati alla civiltà. Laura si presentò con un abito rosso che sottolineava troppo la sua magrezza e con un trucco che metteva in risalto la brutta cicatrice alla guancia destra, ma Giorgio la trovò bellissima e glielo disse. Nel frattempo Andrea spiegava a Merlino il suo desiderio di esporsi in prima persona. Merlino non gli diede retta più di tanto. Il ragazzo comunque gli sembrò meno peggio di quanto aveva pensato, e comunque sapeva che le rivoluzioni hanno bisogno di ideologi e bisogna accontentarsi di quello che c’è al momento. Per quella sera non parlarono di azioni di guerriglia e progetti per il futuro. Mangiarono una pasta al ragù e un arrosto con un bicchiere di vino. Laura accennò soltanto per un minuto al fatto che le loro strade si sarebbero separate all’alba. Per quella notte Giorgio e Laura ignorarono questo fatto.