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L’altra Ilva: la storia della Raffineria Api di Falconara

C’è chi la chiama ancora la “Chernobyl delle Marche“. La Raffineria Api di Falconara Marittima ha dato lavoro per mezzo secolo, diventando il simbolo della cittadina. Ma non ha dimenticato di presentare il conto, in termini di occupazione e salute, in un’area classificata ad alto rischio ambientale. Dopo 50 anni di attività, tra emissioni tossiche, sversamenti in mare e incendi, lo “stabilimento della discordia” – l’unico in Italia del gruppo petrolifero “Anonima Petroli Italiana” – divide ancora i 27 mila abitanti del centro marchigiano, a pochi chilometri da Ancona. Restano in fermento i dipendenti, che temono di non tornare a lavorare, dopo la chiusura temporanea di gennaio per i lavori di metanizzazione della centrale elettrica. E le indiscrezioni degli ultimi giorni, che parlano di un piano di riapertura, anticipato a luglio o a settembre, ma al prezzo salato di cento esuberi. Così come protestano i comitati cittadini, che da anni denunciano i rischi sanitari per chi vive a ridosso degli impianti, basandosi su alcune indagini epidemiologiche. Anche i risultati del Progetto Sentieri dell’Istituto superiore di Sanità avevano individuato lo scorso anno l’area di Falconara tra i 44 siti italiani più a rischio contaminazione, con dati statistici che presentavano “eccessi riguardanti in particolare i tumori al polmone”.

Api-Raffineria

I COMITATI DI FALCONARA E I RISCHI PER LA SALUTE – Pochi giorni fa i comitati hanno presentato un esposto alla Procura di Ancona, consegnando i risultati di uno studio epidemiologico terminato nell’ottobre 2011 dall’Arpam (l’Agenzia regionale di protezione ambientale), insieme all’Istituto nazionale tumori di Milano. Un’indagine che ha preso in considerazione un periodo compreso tra il 1994 e il 2003: “Sui dati soltanto silenzio, le istituzioni e i media hanno minimizzato i pericoli”, spiega Loris Calcina, uno dei leader storici dei comitati locali, di fronte a numeri (discussi) che raccontano un aumento del rischio di ammalarsi di alcune forme di leucemia, per chi ha vissuto per lunghi periodi entro i 4 chilometri della raffineria, di proprietà della famiglia Brachetti Peretti. Hanno quindi chiesto di riaprire un’indagine avviata nel 2001 dalla Procura, in modo da accertare eventuali responsabilità penali, di fronte alle esposizioni nocive – è il benzene la sostanza incriminata, ndr – alle quali è stata costretta la popolazione falconarese. “Soltanto strumentalizzazioni elettorali, sono accuse infondate che si ripetono da anni, su dati statistici non esaurienti”, si difendono dall’azienda. Proprio mentre la città si prepara alle elezioni comunali, alle quali parteciperanno anche i Comitati con una lista civica. Sembra disillusa la popolazione falconarese. Soprattutto chi vive nelle frazioni di Fiumesino e Villanova, i centri abitati a ridosso della raffineria. Quartieri quasi fantasma: sono rimasti gli abitanti storici, che di parlare hanno poca voglia: “Non c’è più niente da fare, siamo stanchi”, spiegano. C’è chi ha perso familiari o chi ha lavorato alla raffineria per decenni: “Ricordo ancora le corse quando avvenivano gli incidenti: per 13 anni ho lavorato per tirare avanti la famiglia, poi ho detto basta”, rivela un ex dipendente dello stabilimento. Oggi sono per lo più le famiglie disagiate, comprese quelle immigrate, a vivere vicino alla raffineria, non essendo in grado di permettersi di meglio. Il resto dei falconaresi preferisce abitare fuori città. O comunque lontano da quel gigante che fa ancora paura, in una città dove diritto al lavoro e diritto alla salute continuano a non trovare tutele adeguate.

TRA LAVORO E PERICOLI SANITARI – Non è la prima volta che la Raffineria Api si trova a doversi difendere dalle accuse. C’è chi ricorda l’incidente del 1999, quando a morire furono due operai (Mario Gandoldi ed Ettore Giuliani) dell’azienda, ribattezzata allora dai Verdi la “Chernobyl delle Marche”. Da allora sono passati 13 anni, ma c’è stato spazio soltanto per un grado di giudizio: nel 2005 sono stati assolti i vertici di Api, ma la Procura aveva deciso di impugnare la sentenza. Nella ricostruzione del Pg si è spiegato come l’azienda avesse  intralciato e inquinato l’attività di indagine: l’Appello è partito soltanto lo scorso mese di marzo,  con il procuratore generale che ha deciso di inasprire le richieste di condanna, proponendo tre anni di reclusione per quattro ingegneri dell’azienda. E chiedere una nuova perizia, che non sarà però compatibile con i tempi processuali, per l’avvenuta prescrizione. Ma le polemiche non mancarono nemmeno due anni fa, in occasione del tormentato via libera della regione Marche al rigassificatore dell’Api, un impianto offshore posizionato 16 chilometri a largo della costa falconarese. Tutto in cambio della promessa di mantenere per dieci anni i livelli occupazionali attuali. “Soltanto chiacchiere”, si lamentano i lavoratori oggi in fermento. Allora sostenevano, insieme ai sindacati e al Comune, un progetto che gran parte della città – oltre a una decina di giunte di paesi limitrofi – continuava a osteggiare. Non tanto per il rischio incidenti (la casistica è bassa, anche se non sono esclusi, ndr) quanto per il possibile inquinamento delle acque marine, dato l’enorme quantitativo richiesto e usato nell’operazione di rigassificazione. Con tanto di produzione di ipoclorito di sodio (la comune varechina), che rischia di comportare non pochi danni all’ecosistema. Favorevole era il sindaco di centrodestra Goffredo Brandoni, secondo cui il rigassificatore sarebbe stato un motore economico per la città, così come sindacati ed Rsu, convinti che avrebbe comportato la creazione di 150 posti di lavoro. Oltre a blindare quelli già esistenti, dopo i tagli del 2009. Ma le promesse non sono servite.

 

LO STOP E IL LAVORO CHE LATITA – Questo perché la fiamma dell’Api si è spenta a gennaio, di fronte alla crisi che non ha risparmiato nemmeno il settore energetico e petrolchimico. Così anche il progetto rigassificatore è per ora in stand-by, in attesa di attirare finanziamenti stranieri e riaprire le attività. La scelta di chiudere lo stabilimento è stato però temporanea: sei mesi, forse un anno di chiusura. Quanto necessario per la metanizzazione della centrale elettrica. A farne le spese sono stati i 389 lavoratori dello stabilimento: da tre mesi in 284 sono in cassa integrazione straordinaria, un altro centinaio è impegnato nella manutenzione. Un altro migliaio, che lavora nell’indotto, teme sia in realtà una scelta definitiva. In allerta da tempo sia le Rsu che gli stessi sindacati: nel fine settimana hanno incontrato l’assessore regionale Marco Luchetti, per informarlo delle voci sulla possibile riapertura anticipata, ma soltanto con la scure dei cento esuberi. “Una situazione paradossale”, come spiega Giuseppe Galli, segretario della Filctem Cgil di Ancona, dopo appena tre mesi di ammortizzatori sociali. “La legge ti offre 36 mesi di cigs, parlare oggi di licenziamenti non avrebbe logica”, spiega, aspettando di conoscere se sono previsti investimenti. O se esista un piano aziendale. E ricordando come l’accordo firmato non prevedesse, invece, alcun licenziamento. “La strategia dell’azienda ci lascia perplessi, restiamo contrari a qualsiasi ipotesi di esubero”, aggiunge. Il 3 maggio ci sarà l’inizio delle trattative ufficiali, con un incontro tra Rsu, dirigenza nazionale del gruppo e le tre sigle sindacali (Filctem Cgil, Femca Cisl e Uilcem-Uil). Più morbida la posizione di Daniele Paolinelli, della Cisl Marche: “Dobbiamo ragionare su cosa farà l’azienda per essere competitiva: bisogna saper gestire con intelligenza la situazione, data la crisi”, ha spiegato il sindacalista. Ricorda come il sindacato abbia “fatto sempre la sua parte”, ragionando su incentivi, prepensionamenti e ammortizzatori sociali.

La Raffineria Api di Falconara Marittima
La Raffineria Api di Falconara Marittima

UNA CITTA’ DIVISA – Pronte a dare battaglia le rappresentanze dei lavoratori, come spiega invece Paolo Polonari, che fa parte della Rsu: “Con gli esuberi abbiamo già dato, considerato che nel 2009 siamo passati da 468 (più 12 dirigenti) fino al numero di 389”.  La società chiedeva tagli per 140 persone, l’accordo si trovò su una quota di 90: “Anche se in 27 non sono riusciti ancora ad uscire dall’azienda, per i vincoli della Legge Fornero”, precisa. Adesso il timore è che le voci di nuovi esuberi siano la spia di una progressiva dismissione delle attività di raffinazione e che in futuro lo stabilimento diventi un semplice deposito di prodotti finiti. Tanto che adesso è l’assessore regionale Luchetti ad ammonire l’azienda, che aveva già disatteso gli impegni dopo lo stop di gennaio, richiamandola a rispettare i patti. “Se le attività ripartono con gli esuberi, l’accordo tra Regione e Api sul rigassificatore verrebbe meno”, ha spiegato, contattato da Giornalettismo. E sui rischi per la salute? Per l’assessore la situazione è adesso sotto controllo: “So bene quale sia stato il prezzo pagato in passato dalla città, ma adesso i controlli sulle emissioni sono rassicuranti”, rivela. Perplessi restano anche sindacati e Rsu di fronte all’esposto presentato dai comitati: “Vorremmo evitare che ci sia una frattura tra chi lotta per il lavoro e chi per il diritto alla salute”, sostiene Galli della Filctem Cgil, secondo cui c’è il rischio di soffiare sul vento della divisione. Non una novità per Falconara, dove, fino a qualche anno fa, la spaccatura in città era netta: “Qualcuno si vergognava anche ad ammettere di lavorare per l’Api, oggi, anche grazie alla nostra pressione e agli investimenti, il rapporto si sta ricucendo”. Meno sintonia con i comitati, che non mollano e hanno chiesto alla Procura di riaprire le indagini su quello che definiscono “lo stabilimento dei veleni”.

 

L'incendio del '99 alla Raffineria Api di Falconara Marittima (Credit: Ansa)
L’incendio del ’99 alla Raffineria Api di Falconara Marittima (Credit: Ansa)

INDAGINI DISCUSSE, MA I COMITATI NON MOLLANO – Intervistato da Giornalettismo, Loris Calcina ricorda le tappe dell’indagine alla base delle battaglie del movimento cittadino, che hanno portato fino all’esposto: “Tutto è partito nel 2001, con una prima indagine ordinata dalla Procura all’Arpam. Si voleva capire se l’area falconarese presentasse un livello di malattie tumorali superiori a quello regionale”, spiega. Uno studio descrittivo che mostrò “eccessi preoccupanti di ricoveri per tumori del sistema emolinfopoietico (leucemie e linfoma non Hodgkin, una neoplasia maligna del sistema linfatico). Numeri però non statisticamente provati: serviva uno studio di carattere analitico, definito “caso controllo”. Insieme alla onlus Medicina Democratica, i comitati cominciano a raccogliere dati sui casi sospetti di malattie e morti. Grazie anche alla pressione di una raccolta di 3500 firme riuscirono ad ottenere il finanziamento un’indagine statisticamente più precisa, iniziata nel 2005. A curarla fu il dottor Andrea Micheli, dell’Istituto nazionale tumori di Milano – insieme all’Arpam – che offrì la sua disponibilità per la ricerca. Venne vagliato il numero dei deceduti (177) tra il 1994 e il 2003, attraverso le interviste ai familiari – nei tre comuni di Falconara, Montemarciano e Chiaravalle – e l’incrocio dei dati, su un campione di oltre 500 persone: “Un lavoro certosino, con l’esclusione di “fattori confondenti”, come la vicinanza a elettrodotti, pompe di benzina o il fumo”. In base ai risultati, spiega Calcina, “fu possibile scoprire l’aumento del rischio di contrarre la malattia per soggetti di età avanzata che avevano vissuto per periodi più lunghi entro 4 chilometri dalla raffineria Api”. In pratica, tra “casalinghe, pensionati e non occupati”, si spiega nello studio. La stessa Arpam Marche in una nota dello scorso anno chiarisce:

“Le evidenze raccolte indicano in sintesi che nell’area è esistito un problema d’esposizione alla Raffineria associato ad eccesso di rischio di morte per leucemia e linfoma non Hodgkin (e forse anche per mieloma). Tali eventi hanno coinvolto prevalentemente un sottogruppo della popolazione ma non si può escludere che se si fosse potuta indagare l’occorrenza di malattia piuttosto che la mortalità allora gli esiti avrebbero potuto coinvolgere altre fasce di popolazione ora non segnalate dall’Indagine.”

I NUMERI – A questo si aggiunse poi la Nota Epidemiologica del 2011 dell’Arpa Marche, che analizzò invece il numero dei ricoveri ospedalieri fino al 2009, dati che prima non si conoscevano: “Nella conclusione il numero dei ricoveri risulta superiore rispetto a quello della media regionale”, ci spiega Calcina. Numeri confermati dal dottor Mauro Mariottini dell’ente regionale, durante un’assemblea pubblica. Nel documento si legge: “Nonostante il trend della mortalità sia in declino, a Falconara il tasso è elevato per tumori alla pleura, trachea, bronchi e polmoni, sopra la media regionale”. Anche i linfomi non Hodgkin e le leucemie appaiono in lieve incremento rispetto al resto della Regione. Segnali che, nonostante fotografino una situazione in parte pregressa, inquietano la popolazione e i comitati falconaresi, dato che gli effetti della convivenza forzata con il benzene potrebbero emergere negli anni a venire. Sarebbe stato utile anche uno studio sugli stessi dipendenti Api, ma Calcina spiega come l’azienda abbia negato di concedere i dati, motivando la decisione con il rispetto della privacy. Il portavoce dei comitati attacca il silenzio delle istituzioni e dei media:  “Siamo stati noi a doverci sostituire ai Comuni e alla Regione nel denunciare questa situazione”, dichiara. Anche Claudio Paolinelli, di Sel Falconara, ci spiega i ritardi della politica locale e regionale: “Lo studio non è stato molto pubblicizzato, anzi a Falconara il sindaco Brandoni per primo lo ha sminuito, dicendo che non era esaustivo”. Paolinelli ricorda anche come la Giunta si sia accordata con l’azienda. Si ritirò come parte civile nel processo per il rogo del ’99, annullando contenziosi milionari e risolvendo ogni querelle, accontentandosi di una cifra esigua, pari a circa un milione di euro. Ce n’è anche per la giunta Spacca, quella regionale di centrosinistra: “Lo scorso anno è stato approvato il Registro regionale dei tumori, ma mai è diventato realmente esecutivo”, ribadisce. “Più passa il tempo e più dati perdiamo: così sarà impossibile ricostruire quest’ultimo periodo”, attacca anche Calcina, che chiede maggiori controlli. Invece, secondo i Comitati, le istituzioni si sono limitate soltanto a diffondere scetticismo sui dati: “La stessa azienda denigrò gli studi, mandando 11 mila lettere dove si diceva che l’indagine non rispondeva al vero”, ricorda. E proprio sulla mancanza di scientificità dei numeri si è appellata anche dopo la pubblicazione dell’indagine – sottolineando anche come il campione non fosse sufficiente –  mentre ora si parla di “strumentalizzazioni elettorali” per il nuovo esposto. Api commissionò anche un lavoro al dottor Carlo Zocchetti, dell’Osservatorio Epidemiologico della Regione Lombardia, per smentire lo studio condotto da Andrea Micheli: “Sono timori infondati, le conclusioni sono esagerate e non corrispondenti ai risultati dei dati sanitari”, si leggeva. In pratica, una guerra aperta. Non siamo certo a Tamburi, nella Taranto ammalata dall’Ilva, ma per i Comitati il gigante dell’Api continua a far paura.

L'indagine epidemiologica sulla popolazione soggetta alle emissioni della raffineria Api di Falconara Marittima
L’indagine epidemiologica sulla popolazione soggetta alle emissioni della raffineria Api di Falconara Marittima

IL FUTURO – Tra crisi aziendale e rischi per la salute, quella dell’Api resta una questione che si riflette in tanti altri stabilimenti italiani, di fronte alla crisi del settore. Il 2012 è stato un anno orribile per la raffineria italiana, che continua ad andare in perdita. Una crisi senza precedenti, dovuta a diversi fattori – accise e concorrenza asiatica in primis – che spinge non pochi gruppi storici a chiudere o fermare gli impianti (Porto Marghera e Gela sono altri esempi). Un declino che si riflette nei numeri: se nel 2000-2001 l’Italia (secondo dati Uilcem) era in grado di produrre 136 milioni tonnellate di prodotti raffinati, nel 2007 la produzione scesa a 106 milioni. Fino ai 90 del 2010 e i 65 dello scorso anno. Senza dimenticare il gap tecnologico, con impianti spesso vecchi e per questo anche molto inquinanti:  “Questo tipo di attività resta pesante, è evidente che l’impatto ambientale non sia da trascurare”, spiega Galli della Cgil. Per il sindacalista, però, a Falconara bisogna fare di tutto pur di salvaguardare diritti, occupazione e redditi: “C’è in gioco il destino della raffineria, vogliamo capire se la proprietà ha ancora intenzione di investire”, spiega. Per Calcina meglio puntare sulla riconversione e sulle energie rinnovabili: “Serve un’alternativa per salvare il lavoro: i sindacati devono essere più coraggiosi. Noi non vogliamo demonizzare il gruppo petrolifero, ma deve essere convinto a prendersi le sue responsabilità”. E in caso di abbandono delle attività della raffineria? I Comitati spiegano come bisognerà chiedere all’azienda la bonifica dell’area: “Sarebbero garantiti almeno cinque anni di lavoro, magari accompagnando i lavoratori  attuali in pensione”, conclude. Dal 3 maggio partiranno le trattative con l’azienda, per scongiurare gli esuberi e vedere se ci sono le prospettive per una riapertura anticipata. Ma se diritto al lavoro e salute saranno slegati, ad avere la peggio sarà ancora una volta l’intera Falconara.