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Come è nato l’euro

Da ormai tre anni l’euro è diventato il simbolo della crisi che sta travolgendo l’Europa. Il concepimento della moneta unica è una parte integrante del processo di integrazione del Vecchio Continente entrato esauritosi già da alcuni anni e che ora rischia di crollare sotto i colpi della recessione. Già alla sua nascita però l’allora Comunità economica europea si era divisa sull’idea di una valuta e di un’unica banca centrale, anticipando le spaccature dei decenni successivi.

LUNGO PARTO – Il percorso di unificazione dell’Europa, partito nei primi anni del secondo dopoguerra con il cosiddetto piano Shuman e poi concretizzatosi con la nascita delle tre comunità, Ceca, Cee ed Euratom, è stato accompagnato dall’idea di un’unica moneta che potesse integrare pienamente le nazioni del Vecchio Continente. Il primo progetto di una valuta unica fu introdotto con il cosiddetto “piano Werner”, dal nome del primo ministro del Lussemburgo suo ideatore. Il sistema di cambi fissi regolato dagli accordi di Bretton Woods era sempre più discusso a livello internazionale, e la nascita di una moneta unica sembrava poter costituire una via d’uscita interessante per i paesi europei. Il “piano Werner” però, adottato all’inizio degli anni settanta, non fu realizzato nel suo obiettivo fondamentale, la creazione di un’unione economica e monetaria. La frattura tra chi dava precedenza alla prima, ovvero Germania e Paesi Bassi, e chi invece riteneva prioritaria la valuta comune, Francia, Belgio e Lussemburgo, non consentì di proseguire nell’intesa. La gravissima crisi degli anni ’70, quando dopo lo schock petrolifero deciso dal cartello dell’Opec i paesi industrializzati scoprirono una lunga fase di stagflazione, il combinato devastante di recessione ed inflazione, non permise un approfondimento dell’integrazione comunitaria. Le nazioni delle comunità europee, nel frattempo allargatesi oltre il nucleo fondatore di Germania, Francia, Italia e Benelux, si accordarono però alle fine degli anni ’70 su un punto del piano Werner. Nel marzo del 1979 fu creato lo Sme, il Sistema monetario europee erede del “serpentone monetario” fallito nei primi anni del decennio. I cambi fissi prevedevano un’oscillazione massima nei rapporti tra le valute dello Sme, e come “paniere di riferimento” fu creato l’Ecu, la moneta virtuale precursore dell’euro.

ACCELERAZIONE STORICA – La partecipazione al Sistema monetario europeo non registrò mai però il pieno consenso degli stati aderenti alle tre Comunità. Il secondo shock petrolifero di fine anni settanta mise ulteriormente in discussione la volontà di approfondire l’integrazione europea, anche se negli anni ottanta la Commissione, guidata dal socialista moderato Jacques Delors, diede un impulso decisivo. La prima svolta fu l’approvazione dell’Atto unico europeo, il più significativo rilancio dell’integrazione europea dai tempi dei Trattati istitutivi di Roma. Furono istituite nuove politiche comuni, in ambito di sviluppo regionale, ricerca ed ambiente, fu semplificato il processo decisionale ampliando le approvazioni a maggioranza, e fu creato il Mercato unico da realizzare entro il 1992. L’Atto unico introdusse così la base economica necessaria all’unione monetaria che già era delineata nel rapporto Dooge, il documento che conteneva le linee guida principali delle riforme poi introdotte con la modifica dei Trattati. La profonda trasformazione della Cee enucleava la futura integrazione poi dettata dal documento che diede corpo all’idea di unione economica e monetaria condivisa dalle elite europee, il piano Delors. Il presidente della Commissione, riconfermato per una storica seconda volta al vertice dell’organismo di governo delle istituzioni europee, riuscì a convincere il Consiglio a predisporre un Comitato per lo studio dell’Unione economia e monetaria. In questo consesso Delors battagliò sopratutto con il presidente della Bundesbank Karl Otto Pöhl, preoccupato della perdita di potere della banca centrale tedesca e della possibile instabilità di una moneta unica legata ad economie così diverse. La Germania dell’Ovest e la Gran Bretagna, nonostante le numerose perplessità, diedero il loro consenso all’approvazione del piano Delors, che prevedeva la costruzione dell’unione monetaria in tre fasi. I pilastri del piano Delors prevedevano la completa liberalizzazione dei movimenti di capitale, la fissazione di tassi di cambi irrevocabili, la creazione della moneta unica europea e la centralizzazione della politica monetaria, attraverso l’istituzione di un’unica banca.

PESO TEDESCO – Nonostante nei decenni passati la Francia avesse esercitato una funzione di freno al processo di integrazione europea, sopratutto per quanto riguardava la politica estera e di difesa comune, la Parigi di Mitterand era la più accesa sostenitrice del piano Delors. La Francia sperava così di recuperare, attraverso la condivisione degli elementi principali della politica monetaria, di recuperare quell’influenza politica perduta grazie al predominio economico della Germania dell’Ovest. Nel novembre del 1989,ovvero pochi mesi dopo l’approvazione del piano Delors, una svolta epocale si era però verificata. Il muro che divideva l’antica capitale tedesca, Berlino, era caduto, ed il sistema comunista che aveva governato l’Europa dell’Est dalla fine della seconda guerra mondiale aveva iniziato il suo percorso di disgregazione. Le principali nazioni della Cee, Francia in testa, volevano bloccare il processo di riunificazione tedesca, timorosi del riemergere della nazione egemone che aveva sconvolto il Vecchio Continente nell’ultimo secolo, prima con l’Impero guglielmino e poi con il nazismo. Le paure di Mitterrand erano condivise tanto dalla Thatcher, primo ministro della Gran Bretagna, quanto dall’Italia. La riunificazione tedesca era però vista come un inevitabile processo storico, e la determinazione di Helmut Kohl di realizzarla in tempi brevissimi, ed a costi altissimi, convinse gli altri partner europei a non osteggiarla. Il sì all’unificazione arrivò con il trattato finale concluso dalla Germania dell’Ovest e la Germania dell’Est, con il consenso delle quattro nazioni che avevano occupato il paese dopo la II guerra mondiale, Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna ed Unione Sovietica. La Germania però dovette pagare un costo politico alla sua ritrovata unità, ovvero il suo sì ad un’unione monetaria ed economica, ma anche politica, per quanto limitata, che la legasse al destino degli altri paesi europei in modo irreversibile. Le ostilità dell’establishment tedesco alla cessione della sovranità monetaria, con la perdita di due pilastri della rinascita del paese dopo l’incubo nazista come il marco e la Bundesbank, rimase comunque molto forte, ed influenzò l’architettura dell’erigenda Unione monetaria ed economica.

TRAVAGLI EUROPEI – Il piano Delors prevedeva modifiche così radicali alla Comunità economica da imporre una nuova revisione ai Trattati costitutivi, già trasformati con l’Atto unico. Fu così convocata una Conferenza intergovernativa che alla fine trovò un accordo sulla costruzione di un’Europa a tre pilastri: una profonda integrazione a livello economico, che inglobasse le tre precedenti Comunità, Cee, Ceca ed Euratom, ampliandone i compiti, più le condivisioni “politiche” sui temi della politica estera, della sicurezza, gli affari interni e la giustizia. Nacque così l’Unione europea, e proprio con i Trattati firmati nel 1992 a Maastricht furono introdotti i cinque criteri di convergenza per introdurre l’euro, che costituivano una delle parti centrali del piano Delors. Un paese per aderire alla nuova moneta unica doveva essere membro della Ue, ed avere determinate caratteristiche per consolidare la stabilità dei prezzi nel momento della sua creazione effettiva. I criteri , cristallizzati nei Trattati, erano i seguenti: il tasso di inflazione medio degli ultimi 12 mesi non doveva essere superiore per il massimo dell’1,5% rispetto alla media dei tre paesi europei con la minor crescita dei prezzi; il deficit di bilancio non doveva oscillare oltre la soglia del 3%, così come il debito pubblico non doveva essere superiore al 60% sul Pil. Il tasso di cambio doveva essere previsto nelle oscillazioni del Sistema monetario europeo. I tassi di interesse dei titoli di stato decennali non dovevano essere superiori al 2% rispetto alla media delle obbligazioni dei tre paesi con i rendimenti più bassi. La scadenza temporale per il passaggio al secondo ed al terzo livello dell’unione economica e monetaria prevista dal piano Delors fu calendarizzata per il primo gennaio del 1994, e per un momento tra il 1996 ed il primo gennaio del 1999.

DUBBI ECONOMICI – Il primo piano del piano Delors era già stata approvato nel 1990, con l’introduzione della libertà di movimento dei capitali, il miglioramento del coordinamento tra le banche centrali, e la spinta verso l’adozione dei futuri criteri di convergenza. il secondo livello invece introdusse il divieto di finanziamento del debito pubblico alle banche centrali, un’esplicita richiesta della Germania per mantenere la stabilità dei prezzi. Fu creato ad inizio del 1994 l’Istituto monetario europeo, che preparò l’arrivo del sistema della Bce. La vera battaglia però si giocò sui criteri di convergenza dell’euro, che fu introdotto a inizio 1999. Per rafforzare gli accordi di Maastricht fu introdotto il Patto di Stabilità e di Crescita, che concesse vasti poteri di vigilanza alla Commissione europea al fine di sorvegliare sul suo rispetto. Un accordo molto rigido, che poi fu pensionato da Francia e Germania dopo la fase di contrazione di inizio millennio. All’epoca il patto, così come l’intera costruzione dell’euro, era stata accolta con più di uno scetticismo dagli economisti, che avevano evidenziato la scarsa corrispondenza della futura unione alla teoria delle aree valutarie ottimali. La rilevante divergenza economica dei paesi europei, ed il freno alla piena libertà di movimento dei fattori produttivi, in primis quello del lavoro per evidenti barriere linguistiche, ne sconsigliavano un’adozione così incompleta. Le critiche dell’epoca però provenivano principalmente da economisti americani, mentre in Europa, Bundesbank a parte, prevaleva l’ottimismo per una tappa di unificazione storica. Un Continente diviso da secoli di guerra si univa con una moneta comune, simbolo della libertà di movimento e di operare dei suoi cittadini e delle sue imprese. Una nuova grande recessione era allora una possibilità praticamente rimossa dalle elite politiche, economiche ed accademiche, ed il vero test per la sopravvivenza della moneta unica è però arrivato proprio con l’ipotesi esclusa fin dal principio.