Automobilismo gay. La storia del coming out di Mike Beuttler e di Mario Araujo Cabral

Omosessualità e sport, si sa, non vanno molto d’accordo. Due casi storici del passato, diversi ma in qualche modo simili, sembrano...

Omosessualità e sport, si sa, non vanno molto d’accordo. Due casi storici del passato, diversi ma in qualche modo simili, sembrano riaprire una questione che, lungi dall’essere statica, può riservare molte sorprese. La corsa all’uscita dall’armadio potrebbe proprio partire dalle monoposto. Chi l’avrebbe mai detto?

Se fosse ancora vivo, in questi giorni avrebbe festeggiato il suo settantesimo compleanno. Stiamo parlando di Mike Beuttler, famoso pilota automobilistico inglese di origine egiziana cognato del famoso politico conservatore britannico Alan Clark, ministro con Margaret Thatcher oltre che storico e autore di un libro controverso sui mali della prima guerra mondiale. L’influente parentela che legava il pilota all’autore di “Gli asini” sembra aver in qualche modo giocato a favore della carriera in Formula Uno di Beuttler che, a quanto sostengono i ben informati, riuscì ad acquistarsi una March modello 731 proprio grazie ad una sorta di colletta che un gruppo di amici tutti impiegati nel distretto finanziario londinese della City fece in suo favore. Erano gli anni in cui, per citare i connazionali di Beuttler, era possibile gareggiare con David Purley, James Hunt e Roger Williamson ed il sogno di Mike, pur non portando a risultati entusiasmanti, lo portò a totalizzare un’avventura di tre stagioni e ventinove Gran Premi.Arrivato al mondo delle corse all’età di 24 anni, tardi rispetto ai suoi avversari, Mike dopo qualche esperimento come pilota di prova fece la propria gavetta passando per diverse divisioni arrivando poi a Formula 3 e, non senza qualche voce di aiuti dall’alto, in Formula Uno. Fedele alla March, Beuttler non corse mai con nessun altra scuderia e dopo una carriera che non gli regalò risultati particolarmente importanti, si ritirò nel 1973 per stabilirsi negli Stati Uniti, a San Francisco (California) per l’esattezza. Nel 1988 si spense vittima dell’insidioso virus dell’HIV. Di quell’uomo schivo si iniziò a parlare, forse quella timidezza e ritrosia a parlare di sè non erano fattori caratteriali quanto piuttosto atteggiamenti obbligati di chi si trovava a vivere un momento in cui l’idea del “coming out” doveva apparire decisamente complessa e pericolosa.

TERRITORI MASCHILI - Sono passati oltre vent’anni da quel momento e oggi parlare di omosessualità nelle discipline sportive e della cosiddetta “peste del secolo ventesimo” non sembra poi così complicato. A guardare bene le cose però, se da un lato si sono fatti passi enormi nella cura del male che negli anni 80 qualcuno definì come “la tubercolosi degli omosessuali”, da un punto di vista dell’omosessualità nello sport sembra che le cose non siano poi cambiate così tanto. Gli sport, dal rugby al calcio, dalla pallavolo al basket, sembra infatti essere considerati come il territorio incontrastato del maschio.Le cose però cambiano, crescono infatti i coming out di sportivi che, o durante la carriera o subito dopo, confessano il proprio orientamento sessuale. Tanto tra gli uomini che tra le donne cresce la componente LGBT tra gli sportivi di successo: sul fronte femminile Billie Jean King, Martina Navratilova e Amelie Mauresmo sono tre esempi riuscitissimi di tenniste affermate e orgogliosamente lesbiche.

USCIRE DALL’ARMADIO - Tornando all’automobilismo però abbiamo un mondo più complicato. Se il caso del pilota di casa Briatore aveva fatto parlare di “allontanamento di un possibile omosessuale” è ancora dal passato che arriva un caso di bisessualità al volante. Il caso è quello di Mario Araujo Cabral, pilota aristocratico di origine portoghese, che nella propria biografia ha parlato di una vita boheme in cui non disdegnava la compagnia femminile e maschile.Erano gli anni 60 e non era certo una scelta facile quella di dichiararsi attratti da persone dello stesso sesso, non di certo nel Portogallo di allora. Dieci anni dopo Cabral scelse di ritirarsi in Angola dove il panorama automobilistico era particolarmente vibrante. In quel paese dove allora era proibita addirittura la consumazione della Coca Cola, Mario all’età di 75 anni scelse di “uscire dall’armadio” e lo fece senza storie nè censure. Si trattava di un uomo che aveva voglia di lanciare un messaggio personale. La sua lezione era semplice: come esistono uomini a cui piacciono le donne ce ne sono altri che preferiscono gli uomini e tutti sono solo questo: persone normali.