L’ennesimo spin-off del serial creato da Dick Wolf non regge il confronto con l’originale, e probabilmente nemmeno con le altre serie derivate: personaggi abbozzati, trame fin troppo ordinarie e scarso realismo.
“Senza satellite”: la rubrica-antologia di tutto quello che si è costretti a vedere quando non ci si può permettere la pay-tv.
A vederlo vestire di nuovo i panni del detective Mike Logan ci si resta un po’ male. Perché Chris Noth uno ormai se lo immagina solo in doppiopetto dal taglio impeccabile, mentre esce da una limousine a Manhattan, inseguendo o facendosi inseguire da Carrie Bradshaw in un episodio di Sex and the City. Invece, imbolsito, invecchiato e con giubbini dal taglio terrificante, Chris Noth è tornato a fare il poliziotto a New York, in uno spin-off di Law and Order, la serie giudiziaria-poliziesca che lo aveva lanciato anni fa come stella del piccolo schermo.
LA SERIE MADRE - Criminal Intent nasce come costola del più famoso Law and Order, il serial tv
tribunalesco più famoso al mondo, nato nel 1990 e tuttora in vita. Più che una serie tv Law and Order è diventato una catena di montaggio, o un mondo parallelo: i protagonisti del telefilm principale invecchiano in video - qualcuno addirittura ci muore, praticamente – oppure vengono riciclati in produzioni ispirate a nuove squadre, sempre orbitanti attorno a polizia e tribunale di New York. Una tendenza talmente marcata, che in una puntata dei Simpson – il celebre cartoon – Bart ad un certo punto vede in televisione un nuovo spin-off di Law and Order: “Law and Order: Squadra ascensori”. Per ora Dick Wolf, l’inventore della serie originale, non ci ha ancora pensato, ma non disperiamo: diamogli tempo, e creerà un telefilm anche sulla squadra di donne delle pulizie che rassettano il tribunale.
IL REALISMO DI LAW AND ORDER - Dei vari sottoprodotti, onestamente, Criminal Intent, ancorché di successo, è forse il meno riuscito. Il Law and Order originale si è sempre caratterizzato per un impianto fortemente realistico, e per aver saputo creare, negli anni, dei personaggi molto credibili: memorabili il tostissimo procuratore Mc Coy (Sam Waterston, già premio Oscar per Le urla del Silenzio), figlio di un poliziotto che lo malmenava, favorevole alla pena di morte, capace di intrugliare con qualsiasi sottigliezza del codice pur di spuntarla in un processo, o il dolente investigatore Lennie Briscoe, sempre in bilico fra l’esigenza di essere un duro e i problemi personali dovuti alla sua dipendenza dall’alcol.
I DIFETTI - Criminal Intent invece resta una passabile e curata serie poliziesca, ma nulla più. Personaggi appena abbozzati, scarsa introspezione. La squadra si deve occupare di “crimini speciali” con risvolti particolati: sono delitti che avvengono nei quartieri alti di New York, e il metodo usato per venirne a capo dovrebbe esser quello del profilo psicologico: ma è come se mancasse qualcosa. A furia di ripulire
l’ambiente e i poliziotti per renderli adatti a muoversi nella Manhattan bene, si mettono in scena macchiette senza spessore. Robert Goren, l’investigatore principale della serie, interpretato da Vincent D’Onofrio, non pare uno sbirro, è Sherlock Holmes. Quando entra sulla scena del delitto, usma l’aria e in base all’odore della polvere da sparo identifica l’arma, discetta con i sospetti di filosofia, teologia, letteratura, chimica come se si fosse ingoiato l’intero archivio di Google. Non si capisce perché lo tengano a fare il poliziotto, dato che un tipo del genere, come minimo, dovrebbe stare nella commissione per selezionare i Nobel.
UNA SERIE PATINATA - Le colleghe sono fresche di trucco e parrucco, il capo dell’unità è lindo, pulito e sorridente come chi deve essere sempre pronto a gestire una conferenza stampa. Il tribunale non si vede più, nemmeno sullo sfondo: ogni tanto un procuratore nero fa una capatina negli uffici della squadra, e il capitano gli offre un caffè: questo è tutto. Quanto alle trame, non se ne può dire né bene né male: sono ordinate, scorrono, ma anche un encefalogramma piatto scorre via, e non è un buon sintomo. Insomma, Criminal Intent è una serie patinata, che con la realtà di New York o di qualsivoglia città al mondo (ne esiste una serie ambientata anche a Parigi, per dire che la premiata ditta Wolf è ormai internazionale) ha poco a che vedere. È artigianato, neanche della miglior specie. Si lascia vedere, e difatti la vedono in molti. Viene da domandarsi perché. E da rispondersi che, in fondo, forse in giro non c’è molto di meglio.


























grande Galatea.
Però, dai, Vincent D’Onofrio vale la visione…
Ma la serie con lui protagonista è finita? E quella con Chris Note è la seguente? Rete 4 mescola due stagioni?
@->Lemonsound: grazie.
@->Patfumetto: in realtà la serie avrebbe dovuto avere come protagonista il solo d’onofrio, ma l’attore ha avuto un infarto sul set, e quindi la produzione, dal momento che l’attore non poteva tenere i ritmi previsti, hanno creato una seconda squadra, richiamando in servizio Chris Noth nei panni dall’agente Logan. In breve si alternano, tanto Chris Noth era “disoccupato” dopo la chiusura di Sex and the City. Spero di essere stata esauriente.
“Usma”… chapeau!
Dai Galatea le prime serie di CI erano fortissime proprio per il personaggio di Goren tanto simile a Sherlock Holmes. Si chinava davanti all’indiziato per guardarlo da sotto, gli sussurrava quali erano le sue paure e il suo intento criminale. No, le prime serie erano davvero tutta introspezione e colpi di scena.
le ho scaricate tutte, in inglese (ma non si capiva davvero niente) e poi in italiano.
Le ultime serie però hanno perso quel primo fascino e ora si arrampicano su trame complicatissime ed assurde. Per capirci, in quella trasmessa sabato, un ragazzo uccide un suo amico perchè questo aveva rubato una cartella clinica in cui si capiva che la madre, che aveva intentato una causa milionaria al ginecologo perchè non le aveva detto che la figlia avrebbe avuto la spina bifida in realtà lo sapeva ma non lo aveva detto per sposare il padre che era un buon partito.
In pratica cose che succedono tutti i giorni…
Il protagonista è antipatico come pestare….
Grande Galatea, come al solito… adoro queste rubriche, anche perché tra l’altro sono tra i “fortunati” che possono godere appieno o della mitica RAI oppure dell’altrettanto fantasmagorica Mediaset, senza contare ovviamente le televendite di Telelazio e Retecapri…
Unico appunto, che da appassionato di Giappone non posso trattenere: quella statua della libertà non è a New York ma a Tokyo, in Odaiba!! Se guardi bene, si intravede anche la torre di Tokyo sullo sfondo, e quello illuminato è il Rainbow Bridge.
( http://it.wikipedia.org/wiki/Odaiba )
Grazie per questo articolo!
Marco
Non mi trovo d’accordo , la serie è una delle più riuscite e Vincent d’Onofrio da spessore incredibile al personaggio.
Le storie seguono un filone di cronaca,quindi nn vedo tanta irrealtà … domanda : ma quante puntate hai visto per formulare questa critica e quali?
Grazie Galatea, molto esauriente!
@->Elfie08: Le prime due serie le ho viste tutte (anche se riuscire a beccarle è stato difficile, continuavano a spostarle nel palinsesto), e, sinceramente, anche se a me Vincent D’Onofrio è simpatico, trovo incredibili le competenze che dimostra di avere: può fare a meno della scientifica, è una sorta di enciclopedia umana; insomma, andiamo, nemmeno Sherlok Holmes si comporta così. La serie successiva già cominciava a perdere colpi; adesso, con le due squadre, la serie vivacchia, ma, ripeto, rispetto all’originale Law and Order manca di qualcosa.
Non mi trovo concorde ancora con te , il personaggio Goren verrà anche troppo sezionato nelle serie successive(già trasmessa da Joy) ; la sua capacità investigativa verrà spiegata e le conoscenze del personaggio non stupiscono rispetto ad un Grissom o simili.
Molte serie; poi ora di ottimo successo, nascono da Goren :Monk è un chiaro esempio.
Trovo che come serie Criminal Intent sia di ottima qualità come trama ed attori , ma molto maltrattato dalle reti terrestri … ma questa non è una novità.