Scene di vita quotidiana in un call center. Fra madri quarantenni e uomini di mezza età, dove sono finiti i giovani self-made-man?
Ragazzi e ragazze sorridenti con la cornetta all’orecchio che parlano felici facendo customer care. Questa era l’immagine che fino a poco tempo fa richiamava la parola call center, simbolo di quella flessibilità tanto cara ai
fautori della new economy che vedevano in quegli squilli la possibilità dei giovani di emanciparsi e iniziare a rendersi indipendenti dalla famiglia, magari mentre attendono di laurearsi, fra un esame e l’altro.
STORIA VECCHIA – Oggi però non è così. Facile dare la colpa alla crisi, il processo è lungo e non è iniziato certo negli ultimi mesi. Fattosta che di giovani, nei call center, ce ne sono sempre meno. Non fanno ‘customer care‘ ma sempre più spesso vendono, qualsiasi cosa, per pochi centesimi a telefonata. Costretti a ripetere la stessa cantilena centiaia di volte al giorno, per accattivarsi la simpatia di chi, dall’altro capo del cavo telefonico, suo malgrado non riesce a congedarsi se non chiudendo spesso disperato il telefono in faccia, dopo l’ennesima chiamata interessata del giorno. Oggi, entrare in un call center non rimanda più alla mente immagini di selfmademan juniores pronti ad ‘aggredire la vita con i denti‘, semmai il contrario. C’è chi ha una situazione economica troppo precaria, chi un licenziamento arrivato quando non si è più un appetibile neolaureato da sfruttare per mesi e mesi di stage col miraggio di un contratto o un trentenne rampante con sogni manageriali. Insomma: oggi a 25 anni in un call center si è il più giovane. Quei pochi centesimi a telefonata che per uno studente significano la birra il sabato, sono anche il solo introito di persone che, alla loro età, vorrebbero giustamente qualcosa di più.
ESEMPI – “Ho 42 anni e due figli, uno a scuola media e una alle superiori“. Così comincia il racconto di Michela (nome di fantasia), una sera in macchina sotto la pioggia. “Ora tornerò a casa e mi telefoneranno perché ho tante cose da pagare, ma come faccio? Non ho i soldi”. Un marito all’estero, ormai lontano da lei e dai figli, che non le passa quasi niente. “Faccio la babysitter quando posso, le pulizie se mi chiamano, e questo.” Questo è il call center, pagata a cottimo per ogni chiamata non effettuata ma ‘terminata‘, che è diverso. “Non so come altro fare”. In ‘ufficio‘, invece, un uomo di mezza età chiacchiera con chi gli capita a tiro e di qualsiasi cosa: ha i capelli bianchi e stona decisamente con il quadretto solito che ci si aspetterebbe di vedere varcando le soglie di un “chiamificio“. E lui lo sa. Sembra quasi che più che per strappare al tempo di qualcuno i centesimi di una telefonata sia lì per dire che un lavoro, un ‘ufficio‘ , lui ce l’ha. “E’ difficile questo lavoro, ti deve piacere” gli dice la sua vicina di sedia, solo di qualche anno più giovane di lui “io sono andata benissimo alla prova, non so quante chiamate ho fatto, ma non erano retribuite. Dal giorno dopo invece, non mi ha risposto quasi più nessuno, ma pazienza“.



Non posso dire di essere basito, percho IO queste “sensazioni” le vivo, non sulla mia pelle, ma “ascoltando” la gente girando per il mio territorio e per l’Italia. Ma l’articolo è comunque molto “pungente”, nella sua semplicità
Mi chiedo dove viva chi dice che il problema dell’Italia è nella mancanza di ottimismo.
NOn mi piace essere pessimista (chi mi conosce sa che non lo sono) ma ancora gli effetti REALI dello sconquasso di questi mesi sono agli inizi.
Bravo Darione. Sempre il Numero 1
C.
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Sono realtà illegali, lesive della dignità umana, nelle quali è possibile trovare un campionario umano da far chiudere il cuore. Sono l’anticamera della disperazione sociale (e qualcuno sostenuto dai servizi spesso c’è), ma anche di quella esistenziale. Dopo aver immolato sull’altare della flessibilità lo stato sociale, gli ammortizzatori sociali, gli aiuti alle famiglie ed ai singoli in difficoltà, per chi non ha nemmeno una famiglia che possa aiutare, può solo restare la penosa illusione legata al fatto di uscire di casa ogni mattina fingendo, a sé ed agli altri, d’avere un lavoro (vero). Non appena si riprende coscienza del proprio stato esistenziale, ci si rende conto d’essere dei falliti e basta; questa volta però a tempo indeterminato. Arriveranno partiti politici sempre più “sensibili” alle tematiche sociali a chiederti il voto alle prossime elezioni, andrai da istituzioni laiche e religiose dove potrai riconoscere volti di tuoi compagni di scuola, di vita, porgerti un piatto di pasta. Da una parte i “vincenti” (politici o volontari che siano), dall’altra i “perdenti”, il popolo dei call-center ed i precari più in generale. E chi se lo aspettava dalla propria vita eh?! Eppure sembra che a qualcosa serviamo; a far tornare qualcuno soddisfatto a casa la sera, seduto attorno ad un tavolo, con la famiglia, il programma preferito in TV e magari una bella storia di povertà e giustizia sociale o carità da raccontare. Tutto normale insomma, anche il popolo dei perdenti, del resto, continua a fingere la propria normalità, ma prima o poi la giostra perderà inerzia e smetterà di girare. Il momento della discesa non lo vorrò vedere, ma una cosa la so per certa: i vincitori di cui sopra ne avranno precise responsabilità, ne hanno tratto vantaggio, non necessariamente economico, e soprattutto hanno osato giocare con la vita di altri come loro, non poveri diseredati, disgraziati, reietti dalla società, ma esattamente come loro; semplicemente, nella cabala della vita, meno fortunati (ma anche questa può diventare una colpa…). Si diventa funzionali ed organici al sistema, finché si riesce a resistere, ad incarnare l’essenza stessa del fallimento, a conforto e beneficio dello stato psico-fisico altrui. Paradossalmente questo è ancor più vero in momenti di grave crisi morale-politico-economica come questo, laddove chi ti chiama povero, poverino o sfortunato, ha più che mai bisogno di esorcizzare la povertà medesima, alla quale per sola inspiegabile fortuna anch’egli non è finito in pasto.
…conosco e vivo la situazione dei call center…ho scelto di lasciare il mio lavoro sicuro e ben pagato, non ero infatti più in grado dopo anni di lavorare circondata da arricchiti ignoranti, pieni di boria e arroganza, caratteristiche che ahimè caratterizzano ormai la classe dirigente di molte imprese italiane.
Non mi sento una fallita ma consapevole della realtà che mi circonda, ho 31 e lavoro da 12 anni ho una laurea e specializzazioni post-laurea parlo 3 lingue e non mi spaventa il lavoro. Sono fortunata non ho figli da mantenere e debiti da estinguere e sono vicina alle persone che vivono la mia stessa situazione ma con maggiori complicazioni e responsabilità nel proprio quotidiano. In questo momento per tutti difficile dico a chi può ancora lottare; forza! questo è il nostro tempo e questa è la nostra guerra non dobbiamo avere paura e non dobbiamo mollare affligerci, sentirci dei falliti, non siamo noi ad esserlo ma questo sistema, che deve accollarsi le responsabilità della grande illusione che da anni a costruito attorno a noi.
Andiamo avanti, lucidi e testa alta e per chi ancora non l’ha capito spero lo capisca presto e che come me inizi a lavorare almeno sulla consapevolezza e la lucidità, unici spiragli per creare di nuovo speranza!