testamento biologico
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La retorica di Salvini sulla pelle dei malati

«Più che del fine vita io mi occupo della vita», ha dichiarato Matteo Salvini ai microfoni del Tg2 sulla legge sul testamento biologico, bloccata al Senato dalla scorsa primavera. Una frase che per molti passerà inosservata, ma che personalmente reputo offensiva. Il segretario della Lega ha mai conosciuto un malato intrappolato in un corpo che lo costringe a vivere una vita fatta di sofferenza e di tormenti? E’ mai entrato in casa sua, ha parlato con i suoi familiari? Io l’ho fatto. Sia da attivista, quando lavoravo per l’Associazione Luca Coscioni, che da giornalista.

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TESTAMENTO BIOLOGICO, LE ESPERIENZE CON I MALATI TERMINALI

Ricordo il turbamento che ho vissuto prima di entrare nella casa di Dominique Velati, l’infermiera che il giorno dopo sarebbe partita per la Svizzera per fare l’eutanasia. Era una malata terminale, il tumore che l’aveva colpita aveva seminato metastasi in tutto il suo corpo, e per lei non c’erano speranze. Purtroppo, però, si erano aggiunte anche le sofferenze: non riusciva a dormire la notte, aveva dolori in tutto il corpo. «Voglio mettere fine a tutto questo prima di non avere più il controllo di me», mi disse. Non avevo mai vissuto i momenti prima di un’intervista in maniera così tribolata. Il giorno prima ricordo che scoppiai più volte in un pianto inconsolabile. L’idea di intervistare una persona che mi consegnava il suo addio alla vita mi sconvolgeva. «Chissà come sta, chissà che patimenti sta vivendo…», pensavo. E invece, non appena varcai la soglia di casa sua, il suo stato di quiete mi tranquillizzò. «Sto finalmente bene. Vado a fare quello che voglio fare. Questo pensiero mi fa stare bene, dopo mesi di sofferenza».

 

Dominique andava a mettere fine alla sua vita. Questa opzione non è neppure contemplata nella legge in discussione al Senato, ostaggio di un tira e molla fra partiti dalla primavera scorsa. La legge, infatti, metterebbe a disposizione degli italiani il testamento biologico, e cioè la possibilità di mettere per iscritto le proprie volontà rispetto alle cure. La Costituzione prevede che nessuno può essere obbligato ad alcun trattamento sanitario contro la propria volontà. Ma se questa non è espressa, come si fa? Ci sono interventi chirurgici molto invasivi, come la tracheotomia, che costringe a vivere attaccati a un tubo per tutta la vita per respirare, oppure la peg, che consiste nell’inserimento di un sondino per potersi nutrire. Se il paziente non è cosciente, perché magari in coma, chi decide se fare o no questi interventi? Ora che non c’è il testamento biologico, il paziente non può comunicare la propria volontà.

 

Come si fa a essere contrari a una legge così di buon senso? Difficile, tanto che gli ultimi sondaggi dicono che il 70% degli italiani è a favore. Allora perché Salvini, sempre molto attento al sentire comune, dice che lui preferisce occuparsi della «buona vita», anziché della «buona morte»? Perché vuole mettere in contrapposizione le leggi che riguardano i diritti civili con quelle che trattano di lavoro e immigrazione, più vicini alle sensibilità del suo elettorato. Perché anziché denunciare il penoso baratto che i partiti stanno facendo su questa legge, ora nelle mani dei capigruppo al Senato che devono decidere il calendario degli ultimi mesi di legislatura, preferisce scaricare le conseguenze della mancata approvazione sulla pelle dei malati. Che difficilmente riescono a farsi sentire. Ma che sanno bene che una «buona vita» è fatta anche da una «buona morte», soprattutto se la vita non è più così «buona».

TESTAMENTO BIOLOGICO, MINA WELBY IN PIAZZA MONTECITORIO

Oggi Mina Welby era in piazza Montecitorio per chiedere l’approvazione del testamento biologico. Da cattolica ha assecondato la volontà di suo marito Piergiorgio, che voleva liberarsi da un corpo che non gli permetteva più di mangiare e respirare autonomamente, e neanche di parlare, se non con gli occhi. «Crediamo che la vita appartenga solo alla persona, non agli Stati o alle religioni», ha detto Mina. Persino il Papa ritiene che «può essere moralmente lecito rinunciare o sospendere le cure». Al Senato basta fissare un giorno e dire sì. Senza retorica da strapazzo o slogan alla ricerca di consenso. Chissà se lo faranno.

(Foto: ANSA / MASSIMO PERCOSSI)