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L’Italia e il triste primato del gioco d’azzardo: siamo lo Stato che perde di più

Ogni italiano scommette in media 1.587 euro all’anno, una cifra record, se si tiene presente che nella statistica rientrano anche i bambini e tutti quella – per fortuna ancora una buona fetta della popolazione – che nella trappola del gioco d’azzardo non sono ancora caduti. Non c’è altro modo di definirla, perché – al di là del nome che fa pensare a qualcosa di divertente – si tratta di un’attività pericolosa, che “crea dipendenza”, come recitano in coda e in tutta fretta le pubblicità di gratta e vinci e siti di scommesse.

In Italia il gioco d’azzardo è stato progressivamente legalizzato dal 1997, quando furono introdotti Superenalotto, sale bingo e scommesse. L’obiettivo era contrastare gli operatori illegali (su cui spesso arrivava la longa manus delle mafie) e – perché no – ingrassare anche le casse dello Stato, dato che buona parte dei ricavati finisce lì. Le conseguenze, però, a 20 anni da quell’inversione di rotta, sono state altre, come illustrato dal dossier “Lose for life” (“perdi per la vita”, giocando con il nome di un famoso gratta e vinci), presentato ieri al Senato: se nel 1998 gli italiani giocarono il corrispettivo di 12,5 miliardi di euro attuali, nel 2016 ne hanno puntati sulla fortuna 96,1. L’aumento è del 668%, “un’impennata mostruosa”, come sottolinea oggi dalle colonne del Corriere della Sera Gian Antonio Stella.

GIOCO D’AZZARDO, L’ITALIA È IL PAESE CHE PERDE DI PIÙ IN PROPORZIONE AL PIL

Se quei 96,1 miliardi di euro si spalmano poi sui contribuenti italiani (41 milioni di persone), la media della spesa annuale di ognuno di loro in gioco d’azzardo fa veramente paura: 2.357 euro pro capite, cioè 196 euro al mese. Calcoli alla mano, significa l’11% del reddito medio, dato che quello dichiarato l’anno scorso è stato pari a 1.724 euro al mese. Un giocatore accanito obietterebbe che c’è anche qualcuno che di soldi ne ha vinti, magari più di quanti ne ha scommessi. Certo, se non fosse così, nessuno giocherebbe. Il problema è che il meccanismo è perverso e le perdite sono comunque di gran lunga superiori alle vincite, in totale 19,5 miliardi. Una cifra che ci rende lo Stato che perde di più in gioco d’azzardo in proporzione al Pil, davanti a Stati Uniti, Regno Unito, Spagna, Francia e Germania, dove le perdite in proporzione sono tre volte inferiori delle nostre.

Dei 19,5 miliardi di euro “buttati” nel gioco d’azzardo, il 54% va allo Stato. Ma siamo sicuri che sia un affare per le casse pubbliche? Il Corriere della Sera osserva che, ribaltando la prospettiva, si comprende bene come non sia esattamente così:

«Guardando solo ai costi monetari», rispondono Leonardo Becchetti e Gabriele Mandolesi, «è evidente che i soldi spesi in azzardo sono sottratti ad altre destinazioni». Quei circa 20 miliardi sarebbero spesi infatti «in consumi che hanno un prelievo, fatta la media, superiore». Per non dire dei costi sociali. Non solo quelli delle cure mediche per le ludopatie ma anche quelli del «crollo della capacità lavorativa» di chi finisce dentro la «spirale di sovra-indebitamento e usura». Insomma, «nell’insieme le voci dei costi dell’azzardo vengono stimati in 5-6 miliardi di euro».

Per non dire, prosegue il dossier, del rapporto con le mafie: «Nel corso degli anni gli interessi delle organizzazioni criminali sul gioco si sono evoluti e l’ampliamento del gioco d’azzardo legale si è trasformato in una risorsa per le mafie, anziché in un freno agli affari» come teorizzarono, puntando sullo Stato biscazziere, vari governi di sinistra e di destra. «L’elevato volume di danaro che ruota attorno a tale settore», accusa Giovanni Russo, Procuratore nazionale antimafia, «ha da sempre contribuito ad attirare le mire “imprenditoriali” delle organizzazioni mafiose, con pesanti ricadute non solo in termini di mancati incassi da parte dell’Erario dello Stato — sottratti dal gioco illegale — ma anche sul più ampio piano della sicurezza generale dell’ordinamento e dell’inquinamento del sistema economico nel suo complesso».

GIOCO D’AZZARDO: IL 42% DEI GIOVANI TRA I 15 E I 19 ANNI HA PROVATO

Oltre ai danni economici provocati dal gioco d’azzardo, c’è il tema della ludopatia, una malattia, una dipendenza grave, di quelle che rovinano la vita di chi ne soffre. Sono le storie e le testimonianze di chi ha toccato il fondo e a fatica si è poi rialzato la più grande arma per contrastare questo vizio di cui noi italiani deteniamo il primato. Peccato che non si sentano con la frequenza delle pubblicità dell’ultimo gratta e vinci in circolazione. Quelle seguite dalla frasetta detta tutta d’uno fiato «Ilgiocoèvietatoaiminoriepuòcausaredipendenzapatologica», su cui – come ricorda il Corriere della Sera – che Maurizio Crozza ha sarcasticamente paragonato a dire «annega con cautela, sparati con prudenza, buttati dalla finestra ma copriti per il freddo». Una specie di filastrocca che non arriva neanche alle orecchie di chi dovrebbe sentirla, purtroppo, spesso, anche i giovani: il 42% di quelli tra i 15 e i 19 anni – secondo uno studio del Cnr – ammette di aver giocato d’azzardo. Una statistica che non fa ben sperare per il futuro.

Foto copertina: ANSA, Britta Pedersen/dpa